Silvia Vegetti Finzi è nata a Brescia nel 1938. (Foto: Gigliola Kisté)

Silvia Vegetti Finzi
a proposito dell'8 marzo

La psicologa e saggista italiana sul femminismo, sulla donna oggetto nella pubblicità, sul femminicidio e sulla minaccia islamista alla libertà femminile nell’Occidente. — Rocco Notarangelo

Attraverso saggi e articoli, sin dagli anni Settanta, la psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi ha esplorato l’universo familiare, le dinamiche della coppia e i rapporti genitori-figli. È stata anche protagonista del movimento femminista italiano.

Qual è il suo bilancio sul femminismo? Oggi le donne sono più libere di 50 anni fa, hanno conquistato divorzio, aborto, parità nel diritto matrimoniale, ma subiscono ancora discriminazioni sul lavoro, in famiglia…
È proprio così. Il livello dei risultati raggiunti non è stabile. Molte discriminazioni, quella salariale, sulla rappresentanza politica, persistono. Se però volgo lo sguardo ai miei «anni Cinquanta», non posso non constatare i grandi progressi che si sono fatti in termini di diritti civili e di consapevolezza delle donne. Nel 1971, a Milano, quando ho iniziato a lavorare nei consultori pubblici, l’adulterio femminile, non quello maschile, era un reato, penalmente perseguibile! Peccato che oggi le giovani donne diano tutto per scontato e non si rendano conto dell’eredità che hanno ricevuto dalle generazioni delle nonne e delle mamme.

La famiglia è oggi disgregata. Tanti puntano il dito sul ruolo dominante della donna-madre, che ha reso marginale la figura paterna. Qual è la sua opinione?
Come dice Jacques Lacan, assistiamo a una «evaporazione» delle figura paterna. Ma entrambe le funzioni, paterna e materna, sono necessarie per crescere i figli. Sono favorevole ad una valorizzazione del ruolo paterno.  In questi ultimi 50 anni gli uomini sono scappati, hanno preferito ritirarsi invece di mettersi in discussione e di confrontarsi con le donne. Bisogna richiamarli al loro posto di padri. Ma non secondo il vecchio modello del padre-padrone, non più recuperabile. La famiglia va ripensata. Ci vuole una nuova alleanza tra marito e moglie, tra padre e madre.

Come spiega il fenomeno del femminicidio?
I tempi dell’inconscio non sono quelli della società. Freud dice che nel cervello scorrazzano ancora i dinosauri. Ci sono posizioni arcaiche che non si possono superare con un balzo. Per secoli le donne sono state «proprietà» degli uomini, passavano dal potere del padre a quello del marito. La libertà femminile è un’acquisizione recente, non ancora diventata «patrimonio dell’umanità». La violenza e il femminicidio sono dovuti alla disperazione dell’uomo di non riuscire a risolvere i problemi con le parole, perché ha perso il potere.

Nonostante la conclamata emancipazione, la donna è sempre imprigionata all’immagine di oggetto sessuale nella moda, nella pubblicità. Come mai?
Viviamo nella società dei consumi ove la merce vale più delle persone. I pubblicitari – generalmente maschi – sono abilissimi nel proporre, soprattutto alle adolescenti, ideali irraggiungibili per poi manipolare il loro senso di inadeguatezza. E sappiamo che è la cultura il miglior antidoto alla suggestione e ai condizionamenti. Andrebbe pensata un’etica femminile con nuovi valori. Le ragazzine vengono lasciate sole e cadono nella trappola, nell’illusione del successo, di diventare le più belle… È un inganno. Quelle più felici non sono le più belle, ma le più generose, le più altruiste.

Dall’utero in affitto alle banche del seme, con le biotecnologie le donne possono diventare mamme facendo a meno del maschio-partner. Come giudica questo?
Come sostengo nei miei libri (per esempio ne «Il bambino della notte», ed. Mondadori, ndr), nell’inconscio vi è un radicato desiderio di partorire da sé, senza rapporto sessuale, come testimoniato da miti, riti, favole, giochi. Un inconscio egocentrico, onnipotente, una fantasia arcaica e pericolosa, perché va a minare la relazione uomo-donna, il patto tra generazioni. Ora il punto di arrivo della fecondazione in laboratorio è proprio quello di annullare il partner, di fare un figlio proprio con metodi autarchici. Una grave minaccia per chi nascerà in provetta, per i «figli della scienza». Bisogna che la società si occupi di questi temi e che a decidere non sia solo il mercato.

Le aggressioni sessuali alle donne tedesche a Colonia a Capodanno da parte di maschi musulmani hanno aperto il dibattito sulla misoginia dell’Islam. È davvero una minaccia alla libertà femminile in Occidente?
No. Bisogna isolare le frange estremistiche e favorire un’alleanza con l’Islam moderato, attraverso un dialogo aperto. Senza dover rinunciare ai nostri valori fondamentali, ma nemmeno imporli.
Ad esempio, promuovendo l’apertura di moschee ufficiali e non proibirle, come vuole la regione Lombardia.

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TESTO: Daniele Pini
FOTO:  Massimo Pedrazzini

Pubblicazione:
lunedì 07.03.2016, ore 00:00


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