«Voglio diventare pilota di linea». A che prezzo?

Sogni cari

Pagare pur di volare o essere obbligati a mettersi in proprio per far risparmiare la propria compagnia aerea. In Europa succede a oltre un giovane pilota su sei. Testimonianze che raccontano di una professione in crisi, non senza rischi per la sicurezza.

Voliamo sempre di più e a prezzi sempre più convenienti. Eppure, «il biglietto più caro lo paga il pilota». Così recita infatti una battuta ricorrente fra professionisti dell’aviazione civile. Nell’epoca delle low cost, quanti dei passeggeri sanno come vive la propria professione chi siede nella cabina di pilotaggio? Pagare di tasca propria per poter volare per una compagnia o accettare di collaborare come indipendenti per garantire risparmi al proprio datore di lavoro sono realtà in aumento fra i piloti di tutta Europa al termine della formazione di base. A denunciarlo sono associazioni sindacali e i piloti stessi.


Un mercato in preda a turbolenze
Prestigiosa, emozionante, premiante: nella lista delle professioni “da sogno”, quella del pilota trovava un posto d’onore. Poi l'inversione di rotta. Perché alla luce delle turbolenze, evidenziate dalla cronaca più recente, che compagnie come SkyWork, Alitalia o Ryanair hanno recentemente attraversato o stanno attraversando, la visione romantica che vedeva affascinanti uomini in divisa elevarsi in cielo e raggiungere il picco della scala sociale si sta affievolendo. Dalla liberalizzazione del mercato dell’aviazione civile, avvenuta in Europa fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, le condizioni contrattuali dei piloti di linea sono peggiorate. Le ore di lavoro sono aumentate, i salari diminuiti, confermano esperti e sindacati. Le attuali norme dettate dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (AESA), in vigore dal 2016, prevedono fino a quindici ore di servizio. Nel nostro paese, lo stipendio per i nuovi piloti di Swiss è calato circa del 30% negli ultimi quindici anni, afferma il sindacato Swiss Air Line Pilots Association (SwissALPA), che in Svizzera difende pure gli interessi di Edelweiss, Easy Jet e Belair. Non è dato sapere di quanto siano cambiati i salari nelle altre aziende. Gli esperti interrogati confermano però una diminuzione generale dei redditi negli ultimi vent'anni.

«C'è paura di parlare»

E sono proprio le giovani leve a dover affrontare le maggiori difficoltà. Problemi che possono già sorgere durante la prima tappa della carriera di un aviatore: la formazione. Un iter suddiviso in diverse fasi e che, a tempo pieno, dura poco più di due anni. Si inizia con l’ottenimento della licenza di pilota privato (PPL), si procede all’attestato di pilota commerciale (CPL), e in seguito, dopo il conseguimento di almeno un apprendistato, si è in grado di procedere all’abilitazione per piloti di linea (ATPL). È a questo punto che chi non ha la fortuna di essere fra i selezionati delle scuole delle grandi compagnie (come Lufthansa o Swiss) inizia a cercare lavoro. Solo chi entra in un’azienda può infatti concludere la parte fondamentale della formazione e accumulare le ore di volo necessarie per diventare professionisti: un training specifico per il tipo di aereo che si piloterà (detto type rating) e diversi viaggi di trasporto passeggeri accanto ad un supervisore (line training). Costo totale in Svizzera: fra i 100mila e i 135mila franchi. In Europa le cifre variano dai 60mila ai 140mila euro.
Oggi non a tutti però, una volta trovato un posto, viene garantito anche un salario. Uno scandalo per Thomas Steffen (nel video), capitano di Swiss e portavoce dei sindacati SwissALPA e Airline Pilots Association (Aeropers): dopo i costosi corsi di base, molti fanno fatica a trovare impiego. «Sono quindi pronti ad accettare ingaggi non remunerati o addirittura a pagare per lavorare». Il fenomeno, chiamato pay to fly (“pagare per volare”), preoccupa anche l’European Cockpit Association (ECA), l’associazione dei piloti europei, che con la campagna Becoming a pilot, lanciata a metà settembre, intende avvertire le giovani leve della problematica. I costi cui possono andare in contro: fino a 50.000 euro per lavorare quasi un anno. In molti casi, senza garanzie di assunzione, come testimoniano documenti raccolti durante le nostre ricerche.
I sindacati confermano un’espansione del fenomeno. Tuttavia senza saper indicare cifre esatte. «Questi colleghi sfruttati – afferma Steffen – non parlano con associazioni come le nostre». Sono persone in cerca di lavoro: l’appoggio di un sindacato per loro può rivelarsi controproducente. Per questo, afferma l'esperto, non si hanno cifre esatte riguardo alla quantità dei casi. Una spiegazione simile giunge dal presidente dell’ECA Dirk Polloczek: «C’è paura di parlare. Il mercato del lavoro europeo è saturo e la competizione è sempre più feroce». In assenza di dati precisi, la fonte principale di riferimento per gli esperti è uno studio sulle forme di assunzione nell’aviazione civile condotto dall’Università di Gent e pubblicato nel 2015. Dalle interviste fatte a 6.633 piloti (tra cui 108 svizzeri) emerge che oltre uno su sei è esposto a condizioni di lavoro atipiche, di cui il pay to fly rappresenta una delle forme esistenti. I risultati mostrano inoltre che a ricorrere maggiormente a tali contratti sono le compagnie aeree a basso costo.


La situazione in Svizzera
Nel nostro Paese, come in molti altri Stati europei, avvisano Steffen e Polloczek, non esistono norme legali che vietino questo tipo di accordo. In Svizzera, afferma il primo, «casi di pay to fly sono stati registrati da Hello», compagnia dichiarata fallita nel 2012. Da noi interpellato, l'ex amministratore delegato dell'azienda, Robert Somers, replica: «Due giovani piloti hanno ricevuto da noi un'indennità di formazione durante i primi mesi di volo. Non avevamo bisogno di loro. In cambio hanno avuto la possibilità di accumulare preziose ore di esprienza, necessarie per potersi candidare da un'altra compagnia». Steffen rimane fermo sulle sue posizioni: «Il signor Somers ha un altro modo di comprendere il significato di "pay to fly". Il suo è un altro modo per dire che hanno lavorato gratis perché bisognosi. Forse quello che è successo non era "pay to fly", ma "fly for free" ("volare senza salario" ndr.), ma questo non rende la situazione migliore». 


Le testimonianze di due giovani piloti

Che quello dell’aviazione civile sia un mondo difficile lo dimostrano le testimonianze di Dino (35) e Mario (25)*. Il primo, ticinese, è pilota da undici anni. Attualmente lavora in Svizzera. Mario, italiano, dopo anni di debiti e sogni infranti, ha passato le selezioni per un corso di cadetto in una grande compagnia aerea. Entrambi hanno accettato di parlare mantenendo l’anonimato: troppa la paura di giocarsi la carriera.
Il pay to fly, conferma Dino, è realtà: «Hai speso talmente tanti soldi che sei disposto a spendere altre decine di migliaia di franchi pur di realizzare il tuo sogno». A lui, dice, è stato garantito un salario durante l’ultima fase di formazione. Diversi colleghi, racconta, sono stati invece meno fortunati. Fra questi alcuni hanno accettato di pagare per volare. Nessuno di loro ha voluto parlare con Cooperazione. 

Il ticinese si dice soddisfatto della sua situazione. Le condizioni in Svizzera, afferma, in generale sono buone. Ma aggiunge: «Visto che le compagnie devono risparmiare sempre di più, chi alla fine ne risente è il pilota o il membro d’equipaggio». I grandi sforzi finanziari richiesti ai giovani in formazione, inoltre, sono causa d’indebitamento: fra i suoi ex colleghi di corso diversi hanno dovuto richiedere prestiti. Oggi, racconta, non sono riusciti a trovare lavoro nel settore: «Hanno perso praticamente tutto».



Le selezioni a pagamento di Ryanair

Una perdita che Mario ha rischiato di subire. Trasferitosi in un altro continente, ci racconta la sua storia per telefono. Dopo l’ottenimento dell’ATPL in una scuola privata, non riesce a trovare lavoro. Prova allora un’altra strada: diventare assistente di volo da Ryanair nella speranza di poter fare carriera all’interno dell’azienda. Un tentativo fatto da molti e spesso fallimentare, a detta di vari piloti interrogati. Mario non riesce infatti a candidarsi, ma scopre come avvengono le selezioni nella compagnia: a pagamento. Per coprire il costo dei simulatori, spiega Mario, l’azienda chiede circa 400 sterline (attorno ai 520 franchi) ai suoi candidati. «Il fatto è che nessuno sa quando e se Ryanair necessita di piloti», aggiunge il cadetto. L’azienda sfrutterebbe il grande numero di curriculum vitae ricevuti come fonte di guadagno: «Ogni giorno ci sono ragazzi che come me hanno l’ATPL e vanno lì nella speranza di ottenere lavoro».
Da noi interrogata sulla questione, la portavoce di Ryanair Lisa Cashin replica: «Sì, i candidati per il type rating pagano 350 euro per l’affitto del simulatore usato per le selezioni. Non organizziamo colloqui senza l’intenzione di assumere personale. Quest’anno ingaggeremo oltre mille piloti». Nuovi reclutamenti dovuti alle dimissioni di massa di personale stufo delle condizioni contrattuali da Ryanair, come recentemente annunciato da più media? «Non siamo a corto di personale – ribatte Cashin –. Il motivo delle future assunzioni è l’arrivo di cinquanta nuovi aeroplani».


I “finti indipendenti”: «Un rischio per la sicurezza»
Tra le altre forme atipiche di assunzione che preoccupano i sindacati svizzeri e l’ECA vi è quella riguardante i collaboratori indipendenti. «Esistono grandi compagnie come Ryanair o Norwegian che abusano di questo concetto», afferma Thomas Steffen. Le aziende, a detta del sindacalista, obbligano i piloti a mettersi in proprio per risparmiare sui contributi sociali. Un fenomeno noto anche al direttore del Centro di competenze aviatorie dell’Università di San Gallo Andreas Wittmer: «Così facendo le compagnie eliminano i sindacati: non si hanno più impiegati che vi si potrebbero rivolgere, ma partner d'affari».   Dei piloti intervistati nell'ambito dello studio dell'Università di Gent sulle forme atipiche di assunzione, il 13% ha affermato di essere responsabile per il pagamento dei propri contributi sociali. Il 70% di chi ha dichiarato di essere assunto come lavoratore indipendente vola per una compagnia a basso costo (cfr. le statistiche in
 "I numeri").
Mentre Norwegian glissa sull'argomento, la portavoce di Ryanair nega le accuse secondo cui i piloti sarebbero costretti a lavorare come indipendenti, ma conferma che l’aviolinea usufruisce del servizio di tre agenzie di collocamento. «Le responsabilità per gli accordi contrattuali tra gli impiegati e le ditte sono affare di queste ultime», conclude.
Ad essere coinvolti, per Steffen, non è solo il personale. In gioco ci sarebbe la sicurezza: i piloti, spiega, dovrebbero poter prendere decisioni (ad esempio l’annullamento di un volo per problemi tecnici) senza pensare alle conseguenze economiche per la compagnia per cui volano e senza subire pressioni. Libertà che questi indipendenti non osano prendere, poiché «rischiano di perdere ingaggi» e quindi il loro salario.


Il vero costo del prezzo stracciato

Oggi, spiega Andreas Wittmer, alcuni piloti guadagnano fino a 300mila franchi all’anno. Altri, soprattutto nel trasporto regionale e fra il personale a inizio carriera, sono al limite della sopravvivenza. «So di piloti in Germania – racconta – che non arrivano a fine mese. In America se ne vedono dormire sulle panchine degli aeroporti. Il loro salario è così basso che non possono permettersi una camera d'albergo». «In questo contesto commenta l’economista noi clienti, abbiamo una certa responsabilità se le compagnie non riescono ad offrire al personale salari che bastano alla sopravvivenza». «Chi viaggia per venti franchi a Londra o vola con Ryanair per pochi centesimi da qualche parte in Europa dal mio punto di vista non si rende conto delle conseguenze», conclude. Secondo l'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile (ICAO), nel 2016 sono stati registrati 3,8 miliardi di passeggeri: un record. Di fronte a questo boom e davanti al crollo continuo delle tariffe aeree, a lungo andare, il prezzo più alto da pagare, sostiene l'esperto, potrebbe diventare la sicurezza a bordo.


(*nomi noti alla redazione).

Servizio di: Giorgia von NiederhäusernImmagini video: Giorgia von Niederhäusern, archivio RSIFoto: Alamy, Getty Images.

Pubblicazione:
lunedì 13.11.2017, ore 11:00