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Solitudine mortale

Il 27 dicembre arriva nelle sale ticinesi la pellicola «Still Life», molto apprezzato dalla critica all’ultimo festival del film di Venezia. Abbiamo incontrato il regista Uberto Pasolini, che ha anche scritto e prodotto il lungometraggio. — Lorenzo Buccella

Non è soltanto una questione di «natura morta», come sembra suggerire il titolo del film. «Still Life è anche e soprattutto la vita ferma e bloccata di chi è morto, in totale solitudine, abbandonato da tutti. E per riflesso, è anche la vita ai margini dell’impiegato comunale John May (Eddie Marsan) – protagonista del racconto – che per ognuno di questi deceduti trasparenti cerca di salvaguardarne funerale, dignità e memoria, andando alla ricerca degli ultimi parenti. Si avvita proprio lì, in questo incrocio di solitudini diverse, nascoste negli interstizi della società occidentale, la parabola emotiva di un film capace di sollevare un tabù con pinze tanto minimali quanto incisive. A firmarlo, un cineasta italiano ormai da anni trapiantato a Londra come il 56enne Uberto Pasolini, già produttore del fenomeno «Full Monty, che nel 1997 proprio al festival del film di Locarno aveva trovato il battesimo internazionale. «Non era un film sulla morte, quello che volevo fare» racconta il regista «ma sul valore della vita degli altri e sulla loro memoria. Vite isolate che spesso ci passano accanto senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Vite colte non soltanto nell’ultimo tratto della loro presenza sul mondo, ma anche nel rapporto con chi rimane e che magari da queste “vite degli altri” si lascia coinvolgere, fino a subire profonde trasformazioni. La riscoperta, insomma, di quelle connessioni sociali, logorate dalla distruzione dei nuclei familiari estesi, fatti di nonni figli e nipoti, che ancora esistevano fino a qualche decennio fa».

Cooperazione: Storie di minuta quotidianità che però mostrano problemi che coinvolgono l’intera società…
Uberto Pasolini: Tutto è partito dalla lettura di un articolo di giornale. Lì ho scoperto l’esistenza e il mestiere  di questa categoria di funzionari comunali inglesi che s’impegnano a cercare parenti o conoscenti di chi è morto in solitudine. E sono rimasto colpito dal grande numero di funerali d’ufficio che vengono celebrati e da quante persone, passate prima di noi sulla terra, scompaiano nell’oblio come non fossero mai esistite. Uomini e donne di una certa età, ma anche giovani con problemi mentali. Prima c’erano servizi di assistenza, poi la crisi ha spazzato via tutto. Il grado di civiltà di una società si giudica anche da come tratta i più deboli. E chi è più indifeso di un morto?

Da una parte, lo spettro di questa «povertà sociale», dall’altra anche sue esperienze autobiografiche…  
La solitudine è il dramma comune a tante persone. Anch’io, per dire, dopo il divorzio da mia moglie, improvvisamente mi sono ritrovato a entrare in una casa silenziosa, a luci spente, senza l’abituale caos vitale delle mie figlie. E quindi, nella lavorazione di questo film, alla mia curiosità per questi fenomeni sociali si è aggiunta la riflessione sulla mia condizione.

Una condizione che sullo schermo trova un’incarnazione perfetta nel volto e nei gesti lunari di un ­caratterista straordinario come ­Eddie Marsan…
Era il protagonista che volevo, perché con la ripetizione ossessiva delle sue piccole azioni routinarie mi garantiva una recitazione mai retorica, sempre efficacemente sottotono, capace di attraversare la quotidianità a marce basse. È anche grazie a lui che il film si è sviluppato attraverso una grammatica emotiva di immagini molto controllate. Immagini che cambiano solo nel momento in cui evolve anche la vita del protagonista.

A proposito di immagini, la sua è una storia occidentale, ma la composizione sembra ispirarsi a tanto cinema orientale come quello del maestro giapponese Yasujiro Ozu?
Detto con tutte le debite proporzioni del caso, sì. Ozu per me è stato sempre un modello, proprio perché è sempre riuscito a colpire lo spettatore, senza usare gli ingredienti extraquotidiani che si possono trovare in generi come il thriller e il melodramma. La sua lezione per un cinema fatto di inquadrature fisse, rigoroso nel mantenere un volume basso ma al tempo stesso capace di trasportare forti emozioni, resta ancora più che attuale.

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