Piazza di Sonogno, Valle Verzasca. 2017 © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Sonogno e il suo nuovo salotto buono

Il piccolo borgo si è da poco dotato di una nuova piazza e di una nuova ala del Museo di Val Verzasca. Un esempio di come l’architettura contemporanea possa unire antiche case di pietra e un suggestivo paesaggio montano. — RAFFAELA BRIGNONI

Lo sguardo si scontra contro impervie montagne, delle vette impressionanti. La Val Verzasca finisce qui. A chi non vuole abbandonare l’auto non resta che girare i tacchi: oltre non si va. D’altronde proprio qui, un tempo si trovava lo spiazzo di giro dell’autopostale. Oggi invece il centro di Sonogno è una “vera piazza”, come racconta Marilena Perozzi, gerente del Ristorante alpino che si affaccia sulla piazzetta. «È proprio il cuore del paese da cui partono i cammini verso le due valli laterali (la Val Redorta e la Val Vogornesso, ndr)». È dal 1993 che la dinamica signora è al timone del ristorante, un’istituzione giunta alla quinta generazione. «Prima si chiamava Osteria alpina. E in fondo è un nome che preferisco, rende di più l’idea di ospitalità» commenta Marilena mostrandoci una foto del locale quando era gestito dal trisnonno Pietro, con tanto di copia di una multa del 1893. Ben 5 franchi per aver tenuto aperto il locale dopo le 22. Cosa sia accaduto quella notte di luglio non lo sappiamo, ma è lecito pensare che nonostante le fatiche della vita contadina, ogni tanto in paese un po’ di tempo per fare baldoria se lo concedessero.

Piazza di Sonogno, Valle Verzasca, da drone. 2017 © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA


Singolare il destino di questo paesino di meno di cento abitanti. Mentre in Ticino non si contano le piazze che negli anni sono state trasformate in parcheggi e rotatorie varie, a Sonogno è successo il contrario. Da uno slargo mal strutturato alla creazione negli anni ’60 della piazza di giro per l’autopostale, ecco che dallo scorso ottobre il villaggio può vantare un salotto buono, una vera piazza, firmata dall’architetto Enrico Sassi. Non è dedicata a qualche personalità della regione o a un evento storico. A Sonogno piacciono le cose chiare: questa è l’unica piazza e si chiama Er Piazza. Due cerchi concentrici. Il più piccolo di pietra rossa, rugginosa, estratta dalla Verzasca; il più grande in granito grigio, sempre ticinese. «È molto bella: vista dall’alto sembra un mandala» osserva Carla Pinana, la cui casa si erge proprio in piazza. «Sono cresciuta qui, ma a 15 anni sono partita. Ho vissuto a Zurigo e in Svizzera romanda, ma torno regolarmente. Qui c’è un’energia particolare e quando parto a Zurigo ne sento l’assenza.  La piazza? Mi piace ma per i miei gusti c’è tanto yang e poco ying. Manca forse un po’ di morbidezza, un posto all’ombra per sedersi, un lato più “bohème”, un po’ di caos. Il mio sogno sarebbe una fontanella nel centro con l’acqua che zampilla dal suolo, così i bambini potrebbero giocare, fare i bala biott, come facevamo noi da piccoli al fiume, con la zia Lüzia che ci gridava “porscell de porscell”» racconta con un sorriso contagioso Carla.  


Anche Franco Patà, l’architetto che ha progettato la nuova ala del museo di Val Verzasca inaugurata in aprile, è cresciuto qui. Lo spiazzo era il suo terreno di giochi, condiviso con Marilena e Carla, quasi sue coetanee. «Da bambini giocavamo a guardia e ladri e a nascondino, ma a una certa ora nessuno veniva più a cercarci, nascosti in qualche fienile. Poi si sentivano le voci delle nostre madri che ci chiamavano per la cena. Dove adesso c’è il museo, c’era il garage dell’autopostale. Quando giocavamo a pallone, usavamo il suo ingresso come porta» ricorda l’architetto.

Museo: spazio intimo e interattivo
Se la piazza è stata subito ben accolta, il nuovo museo invece ha suscitato qualche resistenza. «C’è chi ha criticato l’uso del cemento. Mentre per la piazza si è optato per materiale tradizionale, per il museo ho cercato di tenere la struttura, utilizzando però materiale moderno. E questa scelta non è stata ben vista da tutti» precisa Franco.
«A me piace: assomiglia a una scatoletta di fiammiferi, leggera, sembra quasi che possa spiccare il volo – commenta Veronica Carmine, curatrice del museo –. È pure un modo per guardare al futuro. La piazza vive anche grazie a questa nuova struttura: ora questo è un luogo d’incontro, di scambio e di cultura. E la sua vista è anche appagante per l’occhio» spiega la curatrice, aprendoci le porte del nuovo museo, che completa quello etnografico di casa Genardini. «Da un lato, nel vecchio museo, si ha uno spazio intimo, un microcosmo, un’evocazione della memoria della vita del paese. Si può vedere com’era una casa di contadini. Quello nuovo invece è interattivo, propone di avvicinarsi ai saperi delle persone della valle. I visitatori sono invitati a riprodurre diversi gesti della vita rurale. Ci si può così fare un’idea in modo molto concreto di quanto fosse dura la vita un tempo».

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Er Piazza di Sonogno con i suoi cerchi concentrici in pietra naturale ticinese.

Carla Pinana sulla soglia di casa.

Marilena Perozzi, gerente del Ristorante alpino.

Marianne Torroni espone i manufatti della casa della lana.

Veronica Carmine nel nuovo spazio espositivo del museo di Val Verzasca.

L’architetto Franco Patà sulla pioda su cui sedeva suo nonno

Pietre che parlano
Un fascio di luce penetra attraverso la lunga finestra che si affaccia sulla piazza: è una calda giornata estiva, poche nubi: l’ideale per una passeggiata. Si vedono arrivare i primi turisti: c’è chi sorseggia un caffè sotto gli ombrelloni del ristorante, chi s’incammina verso la cascata Froda. Ma tutti si soffermano ad ammirare la piazza. «Sembra di essere in un altro mondo» commentano ammirativi.
È la stessa sensazione che prova Marianne Torroni, responsabile della casa della lana, quando viene in paese il mattino presto per aprire il negozio, o la sera dopo l’ora di chiusura quando in giro non si vede nessuno. Marianne sta preparando allegri nastri di lana per confezionare pacchetti regalo nel piccolo negozio in cui fanno bella mostra di sé oggetti d’artigianato e morbidi gomitoli di lana filata da donne ticinesi e tinti con colori naturali. «Ci ritroviamo una volta al mese per filare la lana. È un’attività che pratico da alcuni anni: è bellissimo ed è rilassante. Ci vogliono manualità e coordinazione tra mani e piedi. Ci ho messo due giorni a imparare, ma che soddisfazione poi quando vedi che riesci a creare un filo di lana!» ricorda Marianne.
Se per alcuni la piazza è troppo “yang”, troppo regolare, troppo “dura”, questo negozietto rappresenta un morbido e colorato rimedio.
E a ben guardare, un po’ di caos lo si trova. Sul gradone moderno del museo, realizzato con lastre di granito dalle forme pulite, fa capolino una vecchia pioda irregolare. «È il risultato di una battuta che avevo fatto all’architetto Sassi. Gli avevo detto di tenere questa pioda, perché è qui che mio nonno si ritrovava assieme ad altri anziani del paese, come in Asterix in Corsica. E l’architetto, la pioda l’ha tenuta davvero – sorride Franco Patà –. Mio nonno era seduto su questa pietra quando avevano fatto i lavori di spostamento della fontana con una gru. Mi ricordo che mi aveva detto: “guarda bene, che da grande potrai raccontarlo”».

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