Stefano Müller: «Il lago mi dà un impagabile senso di libertà» (foto: Sandro Mahler)

Incontro con... Stefano Müller

IL PERSONAGGIO — Il factotum del lago è pronto notte e giorno a lavorare. Ma nel periodo natalizio potreste incontrarlo nelle piazze nei panni di Babbo Natale.

Lo chiamano, il tuttofare del lago. Il molo del porto di Lugano, mattino, il cellulare che squilla a ripetizione e lui che ti viene incontro. Berretto da pescatore stile Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo. «È da 12 anni che ogni giorno vengo qui. E anche se mi telefonano di continuo per ogni tipo di operazione sul lago, per me non c’è stress, perché il lago è tutta la mia vita e mi dà un impagabile senso di libertà». Parola di Stefano Müller, quasi 50 anni, di Montagnola e un legame con l’acqua che parte da lontano. Ti indica subito con orgoglio una barca. Non una qualsiasi, ma il famoso battello Gandria, la storica imbarcazione luganese in legno, con vecchio timone e casupola per i passeggeri. «Quando l’ho comprata, mi sono fatto un regalo. Proprio di questa barca ho un ricordo d’infanzia preciso: ho una foto di me a sei anni lì davanti mentre mangio un gelato. È questo forte legame affettivo che due anni fa mi ha spinto a investire nel suo restauro e a salvarla dalla rottamazione». Una barca da sogno che ora fa bella mostra assieme alle altre imbarcazioni con cui Stefano si sposta sul lago. Per capirne di più, ti fa salire su un motoscafo verso quello che lui stesso definisce «il mio quartier generale». Una chiatta galleggiante di 120 tonnellate, grande come il pavimento di un salotto, catene e corde ovunque e ogni tipo d’attrezzatura di pronto intervento. «Quasi tutti i miei macchinari sono qui ed è da qui che parto per svolgere lavori di manutenzione o d’urgenza d’ogni tipo. Durante le piogge del mese scorso, ad esempio, mi hanno cercato per recuperare ben 12 barche affondate a causa del maltempo». E pensare che lui ha iniziato a svolgere quest’attività da factotum del lago proprio per colpa di un’alluvione. Che è davvero come dire, avere l’acqua nel proprio destino.

L’anno della grande svolta
«Fino al 2002 gestivo l’albergo della mia famiglia in centro a Lugano. Poi, durante l’inondazione di quell’anno, con le cantine allagate, abbiamo deciso di chiudere l’hotel City e sono partito per questa nuova avventura». E ora, eccolo ancora lì, a manovrare il suo escavatore. Col braccio meccanico solleva un masso di pietra e lo sposta di qua e di là come fosse una foglia. «Giusto per farvi vedere come funziona» sorride divertito. Operazioni che s’imparano a fare, solo attraverso la pratica. Nessuno in famiglia prima di lui faceva questo mestiere, nessuno gli ha dato lezioni. Solo quella passione che ti fa fare due passi, là dove gli altri ne fanno uno. «All’inizio era tutto un campo sconosciuto, così peccavo di piccole ingenuità. Mi cadevano attrezzi importanti nel lago e lì non c’è niente da fare, ogni cosa va persa. Negli anni mi sono perfezionato e fatto più furbo. I miei mazzi di chiavi, ora, hanno tutti un galleggiante». Così adesso, del posto lui conosce ogni anfratto. Lo puoi trovare sotto il lago con la muta da sub per dragaggi, depurazioni e ricerche di qualsiasi genere. Oppure sopra una delle sue chiatte, a trasportare materiali per un cantiere della ferrovia, a fornire i mezzi per show di luci della Swatch o a installare tutti i fuochi d’artificio che partono dal lago per il 1° di agosto e Capodanno. «Lì, in mezzo all’acqua, ogni giorno è diverso e ogni situazione che si para davanti è una sfida che ti richiede due cose: forza fisica e una buona dose di inventiva, perché ci si deve ingegnare a risolvere problemi sempre nuovi». Problemi che possono arrivare nel buio pesto delle 5 del mattino oppure durante tutti i cambi di luce che accompagnano l’arco della giornata. Un lavoro faticoso e pericoloso, per mettersi al servizio di chi ti chiama a qualsiasi ora e con qualsiasi tempo. Ditte, pompieri e persino polizia dove lui, l’amico del lago, scopre di colpo circostanze in cui il lago diventa nemico dell’uomo. «Purtroppo mi è anche capitato dieci anni fa di dover partecipare al recupero del  cadavere di un sommozzatore. Un altro disperso da più di un mese non è ancora stato trovato. Nel golfo di Lugano la profondità arriva a 288 metri e l’acqua torbida è come un caffelatte, non vedi a un metro di distanza».

La missione natalizia
Anche adesso il telefonino di Stefano continua a suonare. Ma almeno sotto Natale, per chi lo reclama, l’emergenza è un’altra e decisamente più felice: la ricerca affannata di un Santa Klaus. Di lui come Santa Klaus. Sì, perché Stefano, anche in questo caso, che ci fosse ghiaccio, neve, bufera, per 16 anni si è sempre travestito da Babbo Natale per soddisfare la visione di adulti e bambini. «Ne ho fatte tante anche lì, dicembre dopo dicembre. Classica giubba rossa, barba bianca e cappello, mi sono arrampicato sui tetti, dentro e fuori dai camini e ho allevato asinelli che portavo con me in Piazza Riforma a Lugano. Una volta, per la maratona di Telethon, sono arrivato a raccogliere 2.300 franchi che ho devoluto». Sensibilità variegate per un solo carattere: quello di un uomo tuttofare che ha carattere.

(Gudrun De Chirico)

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Testo: Gudrun De Chirico
Foto: Sandro Mahler
Pubblicazione:
lunedì 22.12.2014, ore 09:00


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