«Viviamo tutti sotto lo stesso cielo»

Amy Macdonald (29 anni) si è concessa parecchio tempo per il suo ultimo album «Under Stars». Ce ne parla alla vigilia del concerto di Dübendorf. — ANDREAS W. SCHMID

Amy Macdonald, a Zurigo ci è venuta in Ferrari?
No, no, guidare mi piace, ma sarebbe stato un viaggio un po’ troppo lungo.

Parliamo un po’ delle sue auto …
… da quando ho partecipato a «Top Gear» me lo chiedono tutti.

Non tutti conoscono «Top Gear», la storica trasmissione automobilistica prodotta dalla televisione inglese...
… esatto. Su quegli schermi mi sono guadagnata il titolo di donna più veloce. E non ho nessunissima intenzione di cederlo così velocemente (ridendo). Dopo la trasmissione, anche chi prima ignorava la mia esistenza, ha improvvisamente iniziato a interessarsi alla mia musica. Ho fan che mi scrivono: «Sei stata fantastica su ‹Top Gear›. Da quando ti ho visto lì mi sono appassionato anche della tua musica».

È vero che ha due Ferrari?
Sì, nemmeno nei miei sogni più strampalati avrei mai immaginato che un giorno mi sarei seduta al volante di una Ferrari. E men che meno avrei pensato di possederne una. La prima che comprai fu la Ferrari 458 Speciale, un modello dal sound molto particolare. Poi venne la 488 GTB, il modello che la seguì, un turbo a tutti gli effetti. Decisi però di tenere anche la Speciale perché era diventata un pezzo da collezione. Quando viaggio con una delle due mi piace osservare la reazione delle persone. La gente si aspetta che dall’auto scenda un distinto e anziano signore, non certo una giovane donna.

Nel 2011 dichiarò in un’intervista: «Sarebbe un sogno se, anche fra cinque anni, fossi ancora nel mondo della musica». Quel sogno si è avverato. È sorpresa?
Sì. Ogni giorno che passa. Non ci contavo affatto. Mi sento onorata e sono felice di poter fare quel che amo. E mi guardo bene dal considerarla una cosa ovvia.

Perché no? Dopotutto, se hai successo per dieci anni, prima o poi inizi a farci anche il callo.
Forse dipende dal fatto che non ho mai avuto un’eccessiva fiducia in me stessa. È sempre stato così e lo è ancora oggi, nonostante dieci anni di fortunata carriera. Ma mi aiuta anche a rimanere coi piedi piantati a terra.

Se del suo nuovo album avesse potuto pubblicare un solo brano, quale avrebbe scelto?
Oh, questa sì che è una domandona. Sono orgogliosa di tutte le mie canzoni. Mi sono concessa anche parecchio tempo dall’uscita del mio ultimo album e di tanto in tanto ho scelto di godermi qualche pausa. Ma se proprio insiste per un titolo …

… insisto…
…«Down by the Water». È stato l’ultimo brano che ho scritto per il nuovo album e mi è uscito a braccio in un solo pomeriggio. Ero combattuta, mi sembrava fosse fin troppo semplice, ma la sua magia sta proprio nella sua semplicità. In studio ci abbiamo lavorato parecchio. Per questo vedere come alla fine è diventato un brano speciale mi ha reso ancora più orgogliosa.

Da come parla si direbbe che sia più lei a mettersi sotto pressione che la sua casa discografica.
Esattamente, faccio tutto da sola. Sono una perfezionista. La cosa bella di quest’album è stato poter distribuire il suo peso su più spalle. Alcuni brani li abbiamo composti a più mani, con altri autori. I tempi erano maturi anche perché era da parecchio tempo ormai che ci frequentavamo. Spesso per divertirci improvvisiamo una jam nel backstage di un concerto.

Qual è il messaggio più importante dei testi delle sue canzoni?
Non è facile dirlo. Ogni canzone ha il suo messaggio che però può essere interpretato diversamente da ciascuno di noi. Questo fa della musica un prodotto universale che prescinde dal luogo nel quale si vive o dal ceto sociale dal quale si proviene.

Perché l’album si chiama «Under Stars»?
Ho scritto il brano dopo essere stata a trovare la mia migliore amica a New York. Si è trasferita lì per lavoro, ma soffriva di una gran nostalgia. Sono andata a trovarla più volte, passavamo sempre splendide ore assieme, ma ogni volta il momento dell’addio era infinitamente triste. Quando tornai a casa mi misi a guardare le stelle in cielo e pensai: anche se in posti lontani, viviamo tutti sotto lo stesso cielo. Fu consolatorio.

Qual è stato il primo concerto che vide?
Michael Jackson. Avevo solo tre o quattro anni e avevo un suo disco che adoravo. I miei portarono me e mia sorella al concerto di Londra. Ci andammo in auto da Glasgow. 450 chilometri, un bel pezzo di strada! Me lo ricordo benissimo perché restammo imbottigliati in una coda terrificante e fuori faceva un caldo da morire. Del concerto non ricordo più nulla, ma credo contribuì ad alimentare il mio entusiasmo per la musica.

Quali altri musicisti hanno segnato la sua carriera artistica?
Sin da bambina ero una grande appassionata di musica e imparai a suonare la chitarra perché mi piaceva reinterpretare tutte le canzoni famose. Se dovessi fare il nome di un musicista che mi ha sempre colpito, sceglierei Bruce Springsteen.

Perché proprio lui?
Le basterebbe ascoltarlo per due minuti per capirlo da solo. Ma glielo spiego lo stesso (sorride). Ha un incredibile presenza scenica, le sue canzoni sono potenti, ma quel che conta di più è la sua grande credibilità. A quello che raccontano le sue canzoni ci credi. Un paio d’anni fa facemmo un’esibizione allo stesso concerto. Fu estremamente carino e si prese del tempo per me; parlammo un sacco di musica.

Veniamo alla sua patria: chi è la personalità scozzese che la colpisce di più?
Hmmm…

… Rod Stewart, Sean Connery, Andy Murray?
Tra tutti Rod Stewart è sicuramente la più eccentrica (sorride.) Sean Connery fa film fantastici ma per i miei gusti è stato troppo poco in Scozia per meritarsi la mia preferenza. Andy Murray lo trovo davvero sorprendente. Specialmente la passione con la quale ha portato avanti la sua carriera. Ha lavorato alacremente per raggiungere così tanti traguardi. Purtroppo non l’ho ancora mai incontrato, ma ho conosciuto sua madre Judy. Il fatto che sia scozzese rende le sue performance ancora più straordinarie. Il nostro paese non ha mai avuto chissà quale gran fortuna nello sport.

Che ne pensa dei pregiudizi sugli scozzesi?
Tipo?

Che sono particolarmente spilorci.
Sì, sì, gli scozzesi spilorci … Non mi considero tale. Nella nostra famiglia non siamo stati educati in questo modo. Credo che sia davvero un cliché diffuso all’estero. Quando gli americani vengono in Scozia, sono convinti che giriamo 24 ore su 24 con il kilt addosso e suoniamo la cornamusa. E restano sorpresi nel vedere che non è così.

Lei era contro la Brexit. Si è ripresa dallo shock?
La trovo ancora una cosa ridicola. Regna il caos, non c’è ancora un vero e proprio piano, nessuno sa ancora realmente come andranno avanti le cose. Non mi capacito ancora di come sia potuto accadere. Da noi in Scozia la maggioranza era contraria alla Brexit. Personalmente non conosco nessuno che voglia uscire dall’UE. Per questo trovo altamente antidemocratico che l’uscita sia stata decisa senza prima informarci sulle conseguenze. Questo naturalmente rafforza il dibattito sull’indipendenza della Scozia. Sono curiosa di vedere come andrà avanti.

Non sembra affatto ottimista.
Sì che lo sono. Se la Scozia potrà andare per la sua strada e rimanere all’interno dell’UE. Per un Paese così piccolo sarebbe sicuramente una cosa positiva.

Lei è una grande tifosa di calcio e fan dei Glasgow Rangers. Quanto la addolora che il club è indietro di più di 30 punti dai Celtic, il rivale cittadino?
Il dolore è contenuto perché non è stato un fulmine a ciel sereno. I problemi del club vanno cercati molto più alla radice. Sarebbe stato un errore di valutazione sperare di riuscire a tenere il passo con i Celtic in queste condizioni. La prima cosa da fare adesso è mettere a posto le finanze, solo dopo si potrà parlare di prospettive. Fino a quando questo non accadrà, resteremo in coda.

Per chi tiferà quando a sfidarsi saranno il Glasgow, il suo club preferito, e il St. Johstone, la società nella quale gioca il suo fidanzato Richard Foster?
Anche se sono una tifosa del Glasgow, esulterò per entrambe... Per questo credo che il miglior risultato sarebbe un pareggio.

C’è un giocatore della nazionale svizzera che gioca nei Rangers: Philippe Senderos. Che ne pensa di lui?
È un calciatore terribile, davvero pessimo. Senderos è in assoluto uno dei peggiori calciatori! Nella sua prima partita, proprio quella contro i Celtic, gli hanno dato subito il cartellino giallo e rosso e l’espulsione. Da allora non ha più giocato. Non è certo un elemento di forza per la nostra squadra.

In passato siamo stati molto orgogliosi di lui. Era considerato uno dei più grandi talenti del calcio svizzero.
Evidentemente però poi ha preso una cattiva strada (Sorride.)

Ha cantato all’inaugurazione del Ryder Cups. Qual è il suo handicap di gioco?
Oh, nessuno. Non gioco a golf, solo a minigolf. E anche in quello sono una frana.

Che cosa le piacerebbe saper fare bene?
Vorrei saper parlare bene più lingue. Farsi capire bene in tanti luoghi della terra è un inestimabile vantaggio. Ogni volta che vengo in Svizzera provo sempre un po’ d’invidia nel vedere quante lingue sapete parlare.

Che lingua le piacerebbe saper parlare?
Il tedesco. I suoi suoni sembrano duri come quelli dello scozzese. Se non altro sarei avvantaggiata…

Il posto più bello della terra?
Casa mia a Glasgow. So che molti si meraviglieranno. Pensano che, per il fatto stesso che me lo posso permettere, dovrei andarmene nei posti più costosi al mondo. Se è possibile, però mi piace stare molto a casa. Dopotutto, durante la tournée sono spesso in viaggio, per questo quando sono in vacanza non mi attira più andare lontano. Preferisco dividermi tra la famiglia e gli amici.


Amy Macdonald terrà un concerto il 17 marzo a Dübendorf. In estate calcherà anche i palchi di Murten (7 luglio) e di Locarno (20 luglio).

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