Giuliana Grimoldi Ferracin ispeziona il luogo del delitto (scena fittizia).

Sulla scena del crimine

Serie tv come CSI e thriller alla Connelly esaltano la polizia sul luogo del reato alla ricerca di indizi e prove. Ne parliamo con Giuliana Grimoldi Ferracin, della Scientifica di Bellinzona.

Perché serie tv come CSI, RIS o Tatort ipnotizzano milioni di spettatori? Per la spettacolarizzazione del crimine e il ritmo forsennato delle indagini? In parte sì. Molto di più conta la curiosità e l’attenzione del pubblico verso le futuristiche tecniche della polizia scientifica, ovvero dei «cacciatori di tracce» in camice bianco, occhiali filtranti e guanti, che, sul luogo del reato e in laboratorio, rilevano il DNA, un’impronta digitale o identificano il proiettile di un revolver.

È un filone investigativo che trova ampio spazio anche nella letteratura poliziesca. Ci sono scrittori che ne fanno un marchio di fabbrica, con bestseller di qualità. Pensiamo a tre maestri del genere come Michael Connelly, con l’ispettore Bosch; Patricia Cornwell, regina del medical-thriller, con l’anatomopatologa Kay Scarpetta, o ad Anne Holt, con l’investigatore Stubø e la criminologa Vik. Scrittori che non possono permettere ai loro detective di risolvere un caso attraverso un’intuizione o un colpo di fortuna. Perché se è vero che il movente di un omicidio, di uno stupro o di un furto rientra nella lista eterna «dei sette peccati capitali», le tecniche per delinquere, invece, si evolvono, sono sempre più affinate e sofisticate.

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Tra finzione e realtà
Ma qual è la differenza tra finzione tv-letteraria e la realtà degli investigatori in carne e ossa? Abbiamo incontrato Giuliana Grimoldi Ferracin, laureata in scienze forense all’università di Losanna e prima donna ad entrare, nel 1991, nella polizia scientifica del canton Ticino. «Guardo anch’io film come CSI. E devo ammettere che offrono uno spaccato plausibile delle operazioni in laboratorio e dei dispositivi tecnici che utilizziamo anche noi. La grande differenza è che nella fiction il caso giudiziario viene risolto in 45 minuti, noi, nella realtà, abbiamo bisogno di molto più tempo. Un altro esempio: nei telefilm il DNA viene accertato in cinque minuti, da noi ci vogliono svariati giorni. E ancora, mentre l’ispettore della scientifica americana può anche arrestare i presunti colpevoli, il nostro compito è “unicamente” quello di raccogliere le tracce, esaminarle e poi metterle a disposizione della polizia giudiziaria o del procuratore pubblico».

E la sua passione per i thriller e i gialli cartacei? «È grande e risale all’adolescenza. Al liceo ero così attratta dalle storie macabre di Edgar Allan Poe e dai gialli Mondadori di Nancy Drew, che volevo diventare detective privato. È stato poi l’orientatore professionale a indirizzarmi verso gli studi forensi dell’istituto di polizia scientifica dell’Uni Losanna. Tra i miei giallisti preferiti? Andrea Fazioli. Attraverso l’investigatore Elia Contini, un tipo burbero che suscita affetto, sa raccontare con bravura il nostro territorio. Poi mi piace Alicia Giménez-Bartlett e l’imbattibile coppia di poliziotti barcellonesi Petra Delicado e Fermin Garzón. Tre anni fa, ho visto la scrittrice spagnola al festival del giallo a Massagno. Sui thriller investigativi americani ho qualche riserva. Ho letto, per esempio, le indagini mozzafiato della patologa Kay Scarpetta inventata da Patricia Cornwell, ma non mi coinvolgono emotivamente. Forse perché sono storie criminali quasi inverosimili, che non trovano riscontro nella nostra realtà».Sempre dalla finzione alla realtà, come si muove la Scientifica ticinese sulla scena del crimine, come raccoglie le tracce che permettono poi di scoprire l’autore del reato e arrivare eventualmente alla verità processuale? Per la cronaca (nera) e la statistica, nel 2014, in Ticino sono stati risolti il 91,2% di casi di omicidi, lesioni, etc (reati contro la vita e l’integrità delle persone) e l’84,1% di strupri e violenza sessuale (reati contro l’integrità sessuale).


Esame balistico sulla traiettoria di un proiettile

Il DNA e le impronte digitali
Il DNA, se non è la prova regina, ha di sicuro un ruolo di primo piano nell’identificazione del colpevole. «È una traccia diretta, biologica, individuale, che si trova nel sangue, nella saliva, nello sperma, nei capelli della persona indagata. E fornisce in modo quasi infallibile il suo profilo genetico. Lo si preleva sulle superfici od oggetti contaminati con pinzette, pipette o bastoncini ovattati sterili» spiega la collaboratrice forense Grimoldi Ferracin. Va segnalato che la tecnica per leggere il DNA è una conquista scientifica recente. Risale solo agli anni Ottanta, ma ha permesso di risolvere casi giudiziari importanti e famosi. Come la strage di Capaci, vicino Palermo, nel 1992, in cui morì il giudice antimafia Falcone. Gli investigatori trovarono mozziconi di sigaretta nel luogo in cui gli assassini avevano attivato la carica di tritolo. E un kit per il DNA permise di arrivare a due di loro. «In Svizzera – racconta Grimoldi Ferracin – il caso più spettacolare, perché all’epoca, nel 1990, non c’era ancora la banca dati nazionale, istituita nel 2000, fu l’omicidio di una diciottenne. Il suo corpo mutilato venne ritrovato nei pressi di Bienne e l’assassino smascherato grazie ad una traccia di sperma. Un caso più vicino a noi nel tempo e nello spazio è l’omicidio a Vernate nel 2010. Si è potuto risalire all’assassino attraverso le cosidette “tracce di contatto“, cioè le sue tracce di sangue e sperma, ma anche le impronte digitali lasciate sul luogo del crimine».


«

 Il DNA è una traccia diretta, biologica, individuale  »

Giuliana Grimoldi Ferracin, Polizia Scientifica

A proposito, anche le impronte digitali sono tracce fondamentali nell’attività della Scientifica. «Certo. Innnanzitutto, perché sono diverse da persona a persona e rimangono inalterate per tutta la vita. Un caso investigativo eclatante in Ticino fu quello risalente agli anni 1985 -1991. Era stata constatata una serie di furti in tutto il cantone. Da alcune sequenze studiate dai nostri dattiloscopisti si arrivò con certezza a comporre nove delle dieci dita di un sospetto autore, identificato e già noto in Italia, ma non ancora in Svizzera». Come avvengono le rilevazioni delle impronte digitali? «Sul luogo del reato, si parte sempre da un esame ottico e se la traccia è visibile la si fotografa con un metrino. In caso di traccia latente si procede alla rivelazione con metodi ottici (illuminazioni) e chimici. Poi ci sono le polveri che si usano in genere sui luoghi o come ultima sequenza eventualmente in laboratorio se le altre tecniche non hanno dato risultati. Qui, l’esperto dattiloscopista valuta la qualità dell’impronta ed immette la traccia nella banca dati. La Scientifica è collegata alla banca dati AFIS, presso il Dipartimento federale di Polizia e Giustizia a Berna».

Altro settore rilevante delle investigazioni sulla scena del crimine è quello della ricerca di microtracce quali fibre, capelli, terra, vetri e vernici. «Vengono individuate sui luoghi dei furti, nelle vetture usate a scopo di rapina o negli incidenti della circolazione attraverso tecniche d’illuminazione ottiche e prelevate con pinzette sterili, nastri adesivi trasparenti, aspirapolveri con filtri speciali», precisa Grimoldi Ferracin. «Nel 2013, un incidente stradale tra un’automobile e una moto, avvenuto in piena notte, è stato chiarito, dimostrando che la conducente dell’autovettura ha travolto il motociclista, perché sotto la vettura la Scientifica trovò frammenti di vernice del casco e di tessuto della giacca del motociclista. Oggi, va detto che reati come rapine o incidenti della strada vengono trattati diversamente nei nostri laboratori e risolti sempre più con l’aiuto di filmati di videosorveglianza. Un caso recentissimo è la rapina del 30 marzo scorso al benzinaio di Novazzano. Beh, gli autori sono stati subito arrestati grazie anche, ma non solo, alla videosorveglianza della stazione di servizio». Insomma, quando la tecnologia non evoca l’inquietante «Grande Fratello», ma un formidabile strumento di prova contro la criminalità.

XI edizione - 6-8 maggio
Tre grandi scrittori ospiti a «Tutti i colori del giallo» 2015: Maurizio de Giovanni, Olivier Truc e Luca Poldelmengo. Con il sostegno di Coop cultura.

L’XI edizione di «Tutti i colori del giallo» a Massagno (6-8 maggio) conferma la vocazione di questo festival ad offrire al suo esigente pubblico un mix di autori noti, da bestseller, e autori di nicchia o in attesa di una consacrazione. Maurizio de Giovanni – che chiuderà la rassegna l’8 maggio – rientra sicuramente sotto la categoria «big». Oggi, in Italia, è con Carofiglio e Carlotto tra i giallisti più apprezzati dalla critica e dai lettori. Camilleri? Beh, lui rimane un «fuoriclasse».


Maurizio de Giovanni è lo scrittore più atteso a «Tutti colori del giallo» 2015.


De Giovanni è il «big»
De Giovanni è amato in particolare per i romanzi che hanno come protagonista l’integerrimo commissario Ricciardi, ambientati nella Napoli sotto il Fascismo. Ma non è secondaria per qualità la felice serie sui «Bastardi di Pizzofalcone», ovvero la squadra di polizia con l’ispettore Lojacono, che operano in un commissariato  con imbarazzanti scheletri nell’armadio (ex colleghi collusi con la camorra).

Qual è la cifra stilistica del giallista napoletano? Perché piace tanto ai lettori? Il suo merito maggiore è di certo la potenza dell’intreccio, la coralità, ovvero la capacità di dare a ogni personaggio, anche minore, un profilo psicologico, una propria vita interiore. Ma, sopra tutto, ciò che spicca della sua scrittura è la forza di rappresentare e raccontare il male, sia quello commesso da chi viola il codice penale sia quello più subdolo, che riguarda tutti, criminali e no.

Gialli in Lapponia
Un giallista ancora poco noto e che a Massagno potrebbe rivelarsi una piacevole sorpresa è il francese Olivier Truc. Vive e lavora a Stoccolma come giornalista per due testate transalpine e, grazie a tre romanzi pubblicati, è diventato curiosamente uno delle nuove voci del «giallo scandinavo». L’ultimo lappone (ed. Marsilio, 2013) ha ricevuto 18 premi in tutta Europa e diventerà presto un film. Da poche settimane  è arrivato in libreria anche Lo Stretto del lupo (ed. Marsilio).

Protagonisti della serie sono una coppia di investigatori: il poliziotto Klemet Nango e la giovane collega Nina Nansen. Entrambi i gialli sono ambientati in Lapponia, nella terra dei sami, nell’estremo nord della Norvegia. Il francese Truc è bravissimo a raccontare con ritmo e dettagli culturali il mistero sulla natura incontaminata di un mondo lontano e inaccessibile, ma anche il cuore di tenebra dei suoi abitanti.

Infine, outsider di lusso, è il giovane (classe 1973) romano Luca Poldelmengo, che inaugura il festival il 6 maggio. Il suo romanzo d’esordio Odia il prossimo tuo (ed. Kowalski, 2009) gli è valso il premio Crovi, come migliore opera prima. Lo scorso anno, il sigillo letterario con Nel posto sbagliato (ed. e/o), con Carlotto come mentore. È un romanzo noir maturo, sotto il segno della denuncia sociale. Una storia da incubo, in cui Poldelmengo, con uno stile chirurgico, mette in guardia dai pericoli dei dispositivi di sorveglianza, mentre un’unità speciale di polizia, impunemente, invade e viola la sfera privata.

Testo: Rocco Notarangelo

Foto: Sandro Mahler

Pubblicazione:
lunedì 20.04.2015, ore 13:00