Scorcio della medina di Tangeri (FOTO: BRUNO ZANZOTTERA)

Tangeri: sospesa tra la scogliera e la casbah

Evocatrice di un passato lontano e proiettata con slancio verso il futuro, la città marocchina amata da artisti e scrittori invita alla rêverie. — CLAUDIO AGOSTONI

Racconta Tahar Ben Jelloun, in Giorno di silenzio a Tangeri: «Il vento arriva da quell’apertura che c’è tra la punta sud dell’Andalusia e la punta nord dell’Africa. Dicono che è dell’est. Dicono anche che si alzi insieme con il sole, ma che non abbia un’ora stabilita per smettere. Quando arriva a Tangeri si mette a girare in tondo e non sa più da che parte andarsene». Ed è proprio il vento la prima presenza in cui ci si imbatte entrando nella città marocchina. Le folate del chergui, il vento dell’Est, veicolano le note delle mille musiche  che in questo lembo di terra, che non è più Europa e non è ancora Africa, hanno avuto i natali. Una musica che ha la capacità di essere moderna e nel contempo evocatrice di un lontano passato. Una dicotomia che vive ovunque nella città e che si respira nel suq, in particolare il giovedì e la domenica, quando dalle montagne scendono le contadine per vendere le proprie mercanzie. Uomini avvolti da lunghe tuniche con cappuccio si aggirano per le bancarelle con pesanti sacchetti di plastica infilati nel mignolo piegato in modo che possa trasformarsi in un solido gancio. Le contadine che offrono i loro prodotti sembrano indossare una divisa: una stoffa bianca a righe colorate, funge da gonna, mentre il capo è riparato da un enorme cappello di paglia decorato con sgargianti pompon rossi o blu. Un esotismo che ha convinto molti occidentali a passare da queste parti; qualcuno, come Paul Bowles, addirittura a viverci. Il periodo intercorso tra il 1912, quando le grandi potenze le conferirono uno statuto internazionale, e il 1957 allorchè, con l’indipendenza, la città tornò al Marocco, furono  gli anni della stagione d’oro della città.

Panoramica sulla medina di Tangeri dalle case più alte della casbah

La stagione dorata
In quel periodo il porto franco attirava uomini d’affari, ma anche mascalzoni. Sorsero ottanta banche, fu inaugurata la Borsa, il Times aprì un ufficio di corrispondenza. Sorse la più grande casa di piacere del Mediterraneo, il Tru Ben Charki, e vennero aperti infiniti bistrot.
I cinematografi proiettavano film interpretati dalla monumentale cantante egiziana Oum Kalsoum, ma facevano qualche timida apparizione anche alcuni filmini di un regista stravagante: Luis Buñuel. L’hashish, e non solo quello, era in libera vendita nelle bodegas. Durante la seconda guerra mondiale i governi di mezzo mondo inviarono qui i propri agenti segreti, con il compito, in pratica, di controllarsi a vicenda. Spie, giornalisti, piedipiatti, musici, artisti e turisti più o meno illustri celebravano con impegno la gioia di vivere. Una stagione la cui essenza si può ancora respirare bevendo un tè alla menta al Café Champs Elysées,  o sfogliando una rivista alla Librairie des Colonnes, come facevano fedeli clienti del calibro di Truman Capote e Gore Vidal. E la si può annusare perdendosi negli effluvi aromatici di due negozi, il primo nella Medina (14 rue Sebou) e il secondo nella ville nouvelle (5 bd Pasteur), gestiti da una famiglia che tramanda i segreti della sua arte – la distillazione di oli essenziali – da più di 14 generazioni.

L’Europa a portata di mano
Per respirare l’essenza della Tangeri di oggi però bisogna salire sino a rue Assad Ibn Al-Farrat, una via poco battuta dai turisti, che ospita la casa dove per sei mesi visse Giuseppe Garibaldi. Lasciato sulla sinistra il Café Hafa, un locale dotato di un ombroso giardino che si affaccia sullo stretto di Gibilterra, c’è un’enorme scogliera che precipita verso il mare. Alla destra il vecchio porto, alle spalle un prato dove bruca qualche capra, davanti l’oceano. È la location prediletta dai giovani innamorati e dalle coppiette gay. Le ragazze, spesso con il viso incorniciato da foulard neri o marroni, tengono per mano i loro boyfriend. Tutti, anche chi è lì da solo, guardano ammirati il mare. Gli unici rumori sono il bisbiglio delle coppiette e, qualche volta, il motore di una barca. La Spagna è lì, a portata di mano. Sembra di poterla toccare. Soprattutto nelle giornate limpide e nelle notti serene, quando si possono veder sfavillare le luci dei lampioni e i fari delle macchine che percorrono la strada costiera. Un sogno, l’illusione dell’Europa raggiungibile  in meno di un’ora di traghetto. Se si ha un visto. Un’illusione che spesso fa luccicare gli occhi dei ragazzi. Difficile capire cosa si dicono: come molti tangerini parlano uno slang ispano-ebraico-marocchino chiamato hakitica.

Il profumo di Tangeri
Probabilmente qualcuno commenta il fervore urbanistico degli ultimi mesi, figlio della mutata considerazione che la casa reale ha per questa città. Il defunto re Hassan II  non aveva mai voluto metterci piede, Tangeri per lui era una città maledetta, e ha sempre cercato di emarginarla dalla vita del Paese. Il figlio Mohammed VI invece ha deciso di puntare su Tangeri per farne l’avamposto del Marocco verso l’Europa e lanciarla a livello internazionale, arrivando sino a candidarla all’Expo del 2012. La scelta è poi caduta sulla sudcoreana  Yeosu, ma intanto la città, per portarsi avanti, si è trasformata in un immenso cantiere. Sono state costruite case, sono state abbattute tutte le baracche sulla spiaggia e sul lungomare, ora rinominato Mohammed VI, e al loro posto sono sorti hotel di lusso e un Casinò.

Il café Hafa, uno dei luoghi preferiti dagli scrittori della beat generation.

È stato costruito anche un nuovo porto, a una quarantina di chilometri da Tangeri, di fronte ad Algeciras. Quello vecchio sarà riservato a natanti da diporto. La ferrovia che prima arrivava sino al porto è già stata deviata e ora termina in periferia, dove è stata costruita la nuova stazione. E, se arriveranno i finanziamenti Ue, entro il 2025 un tunnel attraverserà lo stretto di Gibilterra e collegherà, sotto il mare, il Marocco alla Spagna. Per ora questa enorme mole di lavori non è riuscita a cancellare  il profumo di Tangeri. Un profumo amaro, un sapore triste e tuttavia esaltante, una mistura di salsedine e di cenere. L’augurio è che, in nome della “modernità”, non perda significato un vecchio detto tangerino che recita: «Non pianga chi ha conosciuto Tangeri, Tangeri piange chi non l’ha conosciuta». Sarebbe un vero peccato…

Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.

LEGGI ANCHE…


L'appuntamento quindicinale

Le analisi e le opinioni di Ceroni su Cooperazione

Pubblicazione:
martedì 30.05.2017, ore 00:00


Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?