Teologia a Lugano:
parola al nuovo rettore

René Roux ci parla delle sue prime esperienze in Ticino, del lavoro in facoltà e di Papa Francesco.

www.teologialugano.ch

La scorso mese di marzo, René Roux (49 anni) è entrato in carica come nuovo rettore della Facoltà di teologia di Lugano. Specialista di cristianesimo antico e  di spiritualità siriaca orientale, è autore di numerose pubblicazioni.

Quali sono le sue impressioni dopo questi primi mesi alla guida della Facoltà?
Ho incominciato a conoscere una realtà molto ricca e varia, sia sul piano personale sia su quello delle iniziative accademiche e culturali, ciò che è sorprendente in una dimensione tutto sommato assai piccola. Avevo dei timori quando sono arrivato in un ambiente per me del tutto sconosciuto, ma ho trovato delle persone di grande competenza e con un notevole senso di collaborazione, per cui la mia impressione è estremamente positiva.

Una delle caratteristiche della Facoltà è di essere aperta anche ai laici e agli uditori esterni. Quale interesse suscita questa apertura?
È parte integrante di una facoltà di teologia completa, che non si limita soltanto alla formazione del futuro clero, ma anche del personale laico che può essere costituito dagli insegnanti di religione o da chiunque manifesti interesse per le tematiche religiose. Direi di più: qui abbiamo non solo studenti cattolici, ma  anche protestanti e ortodossi, che a Lugano trovano un luogo di riflessione, di serietà accademica e di arricchimento culturale.

Sin dall’inizio, la Facoltà di teologia di Lugano si è distinta per la sua attenzione al dialogo ecumenico e interreligioso. Intende proseguire su questa strada?
Naturalmente, sia per mio interesse personale, sia perché credo si tratti di un imperativo morale non soltanto da parte di una facoltà teologica, ma pure perché è una necessità della società in cui viviamo. Basti pensare alle difficoltà che vediamo proprio nel gestire i nuovi fenomeni religiosi, in particolare nelle società europee.

La Facoltà di teologia è indipendente dall’Università della Svizzera italiana, ma ci sono molte sinergie tra i due istituti. È soddisfatto?
Per quel che ho potuto vedere finora, a un livello pratico e immediato c’è un’ottima collaborazione: siamo nello stesso campus. Certamente, il desiderio sarebbe di una collaborazione ancora più intensa, ma ci sono certi timori che pensavo tipicamente italiani e che ho ritrovato anche qui e di cui bisogna tenere conto.

Da oltre due anni, a capo della Chiesa c’è papa Francesco, che per la sua semplicità, il suo linguaggio, il suo modo di fare è molto popolare. Che cosa pensa di questo papa?
Sentendolo, mi sembra di sentire il mio parroco. Francesco ha fatto la scelta di parlare un linguaggio semplice e questa è una carta vincente. Dà l’immagine della Chiesa che hanno conosciuto le mie generazioni. Non trovo delle stranezze in ciò che dice: semmai trovo strane le reazioni di chi si sorprende e dice «ma che bello, ma che nuovo».

In ottobre si terrà la seconda parte del Sinodo mondiale dei vescovi sulla famiglia. Ci sono grandi attese da parte dei fedeli sulla questione dell’ammissione alla comunione dei divorziati civilmente risposati. Che cosa si aspetta da questo Sinodo?
Mi aspetto che il Sinodo dia delle indicazioni pastorali per la situazione in cui ci troviamo ora. Sono convinto che alla fine delle discussioni lo Spirito Santo saprà mandare il giusto messaggio alla sua Chiesa. Mi rendo conto delle grandi difficoltà che ci sono su diversi punti e non sarà facile trovare una soluzione, in particolare sulla questione da lei sollevata. Ma per fortuna non sono vescovo e non tocca a me pensarci.

Ma vede una possibilità che la prassi possa cambiare in seno alla Chiesa cattolica su una tematica che sembra dividere – da quanto si può leggere o sentire – il mondo cattolico,in particolare cardinali, vescovi e teologi?
La questione è molto complessa, ma in realtà ho l’impressione che la prassi sia già cambiata: non mi pare di conoscere sacerdoti che neghino la comunione in questi casi, a meno che non ci si trovi di fronte a uno «scandalo pubblico». Il problema è  di trovare un accordo tra quella che è una verità creduta sul piano della dottrina morale e i singoli casi. Una soluzione potrebbe essere quella di un cammino penitenziale, come è d’uso, ad esempio, nella Chiesa ortodossa.

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TESTO: Gino Driussi
FOTO:  Sandro Mahler

Pubblicazione:
lunedì 17.08.2015, ore 00:00


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