1 von 3


Susanna Genasci-Asioli con la terzogenita Lidia, di circa 2 anni.

Rosangela Asioli-Crimella osserva una foto d’epoca dei genitori.

Nonna Rina in cucina con la figlia Rosangela e la nipote Susanna.

Tre mamme, tre generazioni

Festa della mamma — Dialogo tra una nonna di 90 anni, sua figlia e una nipote sulla maternità, sull’educazione dei figli e sul ruolo del marito.

Se per tanti figli il padre, nel ruolo tradizionale dell’autorità, si è rivelato «un male necessario» (James Joyce), e oggi appare una figura assente ed evanescente, è la madre che continua ad essere il punto di riferimento genitoriale insostituibile, grazie al suo amore gratuito e senza tempo. Certo, è un amore carico di ambivalenza. Lo psicanalista Massimo Recalcati (in Le mani della madre, ed. Feltrinelli) sottolinea, infatti, i limiti della madre del sacrificio totale, che si immola per loro e chiede in cambio fedeltà eterna. Vero. Ma è lei il «primo volto del mondo», che dona «il sentimento della vita». È lei l’architrave su cui i figli costruiscono l’equilibrio affettivo. Ecco perché la festa della mamma è una data sentita, che accende i cuori e… i consumi. Per questa ricorrenza, abbiamo invitato tre generazioni di mamme, nonna-figlia-nipote, a dialogare sul proprio ruolo. Sono Rina Crimella-Meneguz, da Castel San Pietro, 90 anni a luglio, sposata nel 1949, 4 figli, 9 nipoti e 11 pronipoti; la secondogenita Rosangela Asioli-Crimella, da Massagno, nata nel 1952, nozze nel 1973, 4 figli e 10 nipotini, e Susanna Genasci-Asioli, terzogenita di Rosangela, classe 1981, matrimonio nel 2007 e madre di 3 figli.

«Ricordo che quando ci siamo sposati nel 1949 non avevamo niente» racconta la bisnonna Rina. «Abbiamo dovuto pagare il falegname per costruirci la mobilia. Io lavoravo in una fabbrica di vestiti nel Mendrisiotto e ho continuato anche con la nascita della prima figlia. È con la seconda che ho deciso di rimanere a casa. Il motivo? Non me la sentivo di lasciare i bambini piccoli a persone estranee». Rosangela: «Io invece ho sempre lavorato, anche con quattro figli. L’avevo messo in chiaro con Mario, mio marito, prima del matrimonio che non avrei mai fatto la mamma-casalinga. Certo, facevo salti mortali ma è stato possibile perché mio marito era un docente. Poi, si respirava lo spirito dei tempi.

Eravamo nel dopo 68, c’era una maggiore apertura verso la donna». Susanna: «Mi sono sposata nel 2007 appena terminati gli studi all’Uni Friborgo. E ho avuto la fortuna di trovare subito il lavoro ideale di pedagogista. Con la nascita del primo figlio è stato naturale che continuassi a lavorare. E così è ora, ma a metà tempo, che ne ho tre e con Lidia di circa 2 anni. Non mi identifico nel ruolo della mamma a tempo pieno. Penso che quelle che lavorano abbiano uno spazio proprio che favorisce anche i figli e la loro autonomia. Va detto che io e mio marito abbiamo genitori disponibili a tenere i bambini».

Resta aggiornato sui nostri contenuti. Iscriviti alla Newsletter.

Autoritarie o permissive?
Siete (state) autoritarie o permissive? Con quali regole, valori avete educato i figli?
Rina: «Negli anni Cinquanta si era rigidi nell’educazione. Io però ci tenevo a che i figli avessero la libertà di scegliere la scuola e di inseguire la loro felicità. All’epoca, mio marito era un operaio e io ero attenta quando c’era da spendere. Tuttavia, ho lasciato che Rosangela coltivasse la sua passione per la ginnastica. E la sorella Adriana che studiasse alla Magistrale». Rosangela: «Da bambina, in casa, era mia madre la stella polare. Papà lavorava tutto il giorno. Come madre, invece, io ho avuto un grande sostegno da mio marito che, da insegnante, aveva tempo per i figli». Susanna: «Ma papà era anche severo…». Rosangela: «Eravamo severi, ma non repressivi. Io ho cercato di essere equilibrata. E si sa che i “no” aiutano a crescere». Susanna: «Io ricordo che i miei genitori c’erano sempre. La mamma, poi, lavorava quando noi eravamo a scuola. Aver cresciuto quattro figli, con le proprie esigenze, non è stato facile. E dico, caspita!, come ha fatto a darmi tante volte la libertà di provare cose che io oggi avrei paura di concedere ai miei figli?». Rosangela: «Sì, saper dare fiducia ai figli è la cosa più difficile per una mamma. E fa male. Quando tu sei partita a Friborgo avevo il terrore che ti succedesse qualcosa, mi svegliavo di notte».




Qual è il vostro giudizio sull’educazione ricevuta e data?
Rosangela: «Io mi sono basata su quella ricevuta da mia mamma, adattata alle condizioni sociali e culturali dei miei tempi. Un esempio, uscire la sera. Mia madre aveva fissato delle regole precise». E Rina dice subito la sua: «Ero contraria che facessero le ore piccole. Non che dubitassi di loro. Semplicemente non prendevo sonno se non erano tornati a casa». Rosangela: «Da adolescente – siamo negli anni ʼ60 – quando uscivo la sera, dalle 7:30 alle 10:30 al massimo, era per andare in palestra, a due passi da casa. Non c’erano le discoteche. L’unica occasione per ballare era il Mercato coperto a Mendrisio, una volta all’anno. Ai miei figli ho lasciato più libertà, ma volevo sapere sempre dove andavano, chi frequentavano e a che ora tornavano». Susanna: «Vero. Quando ero già in quarta media, tu e papà mi lasciavate andare da sola anche due volte alla settimana a Lugano. Non ho mai vissuto le regole come restrizioni. Ora, però, come mamma ho paura per i miei bambini. Penso ai rischi di internet. Che io da ragazza non avevo. C’era solo la tv». Rosangela: «Ai miei tempi, a Lugano potevo andarci solo con mia sorella maggiore. Da Balerna era una distanza! A Susanna ho permesso molto di più che alla prima figlia Solange. Ero una giovane mamma di 21 anni. Un motivo di lite era l’uscita serale. Andavano via alle 9 e tornavano a mezzanotte e io mi arrabbiavo e chiedevo, perché non uscite e rientrate prima?».

«

Forse il sentimento di nonna è più bello.»

Rosangela Asioli-Crimella, nonna di 10 nipotini

Il ruolo del marito
Qual è (stato) il ruolo del marito in casa e nell’educazione dei figli? Rosangela: «Mario è stato un padre eccezionale. Ha fatto di tutto e di più per i figli. E ora anche per i nipotini. Gli cambia anche i pannolini. Tornassi indietro, lo risposerei». Susanna: «Be’, come nonno fa tantissimo, ma con noi figli aveva un piglio di severità estrema. Mio marito è un padre “moderno”, molto presente. Torna la sera dal lavoro e si dedica ai bambini, che l’aspettano con trepidazione, perché li fa giocare sul divano, fanno la lotta coi cuscini. Mio padre, invece, era serio, composto. Faceva al massimo giochi da tavolo». Rina: «Mio marito era invece un maschio all’antica. Ai figli dovevo pensarci io. Lui voleva essere libero e la domenica la passava più a giocare a bocce che a casa». Rosangela: «Sì, aveva questa mania per le bocce. Mi ricordo, però, che qualche volta ci portava tutti, anche la mamma, al Federale. E a me concedeva il privilegio di tirare il boccino».

Qual è, infine, la differenza tra l’essere mamma e nonna? «Forse il sentimento di nonna è più bello, gratificante» afferma Rosangela. «Posso godermi con leggerezza i dieci nipotini sapendo che non ho responsabilità e patemi. Quando però li tengo a casa dò tutta me stessa, ma sono i genitori che devono preoccuparsi». Il sigillo finale alla bisnonna Rina: «Io non ho dubbi. La mia grande aspirazione e soddisfazione è stata diventare mamma. Avevo l’istinto della maternità. Avrei fatto un figlio anche se non mi fossi sposata».

I nuovi ruoli della madre e del padre secondo lo psicoterapeuta Graziano Martignoni.

Nella nostra società si sta affermando la «madre narciso», che rivendica libertà dai propri figli. E sembra in declino la «madre coccodrillo» della tradizione, che fagocita i figli. Qual è la sua opinione? Viviamo nel tempo del mescolamento. Mescolamento a volte confusivo, altre anticipatore di un nuovo tempo, tra maschi e femmine, tra i ruoli parentali, tra funzione materna e paterna. Difficile parlare delle madri, perché accanto ad una «madre sociologica», rilevata dalle indagini statistiche, vi è una madre che abita nel cuore di ognuno di noi. Buona o cattiva non importa, è traccia della nostra stessa vita. Questa «madre interiore» sfugge ad ogni tentativo di piegarla in statistica.

È sempre più diffusa tra le donne il rifiuto della maternità. È una forma di narcisismo? Sarei cauto con semplificazioni psicologistiche, anche se è vero che siamo immersi nella «cultura del narcisismo». Tuttavia, il desiderio di maternità continua ad abitare ogni donna, anche se oggi si valorizzano sovente altre mete nella vita. È il suo sguardo sul mondo che genera la vita. Forse è proprio nella qualità di quello sguardo, che è nascosto il mistero dell’essere e del rimanere madri. Nessun rimpianto per una madre-focolare, che spesso ne sanciva la sua più o meno velata sottomissione all’ordine paterno, ma anche nessuna gioia per una donna, che arrischia di smarrire la sua più profonda vocazione.

Il cambiamento del ruolo della donna-madre va insieme con quello del padre, sempre più «materno». I fenomeni di «maternalizzazione» e «femminizzazione» del maschio sono sintomi del nostro tempo. Il maschio sembra voler assumere una vera postura maternale, diventare un «mammolo», scordando così la sua posizione simbolica, che appartiene all’educazione alla lontananza e alla separazione. La madre difficilmente potrà divenire pienamente padre.

Ma anche la madre, a causa dei divorzi, sta incorporando funzioni «paterne»… Una madre può sostituire nella quotidianità un padre assente, ma altra cosa è assumere psichicamente il suo posto simbolico nella famiglia e nella società. Mia madre, oramai anziana ed io divenuto adulto, aveva la capacità di chiedermi all’arrivo dell’inverno se ero vestito a sufficienza per non raffreddarmi. Non aveva vergogna di queste preoccupazioni, perché facevano parte pienamente di lei.

Molti Paesi, tra cui Svizzera, Italia, Germania e Stati Uniti, onorano le mamme domenica 10 maggio. La data di questa festa non è uguale in tutto il mondo. In Polonia è il 26 maggio, in Francia il 31 maggio, in Mongolia il giugno e in Tailandia il 12 agosto.

La festa della mamma è nata nel 1907 grazie all’americana Anna Marie Jarvis, in ricordo di sua madre, che aveva messo al mondo undici figli e aveva desiderato una ricorrenza ufficiale. E la Jarvis scelse il garofano come simbolo per sua madre. Entrata ufficialmente nel calendario degli Stati Uniti nel 1914, in Europa è stata portata dai soldati americani alla fine della prima guerra mondiale. E in Svizzera si è affermata negli anni Trenta.

Testo: Rocco Notarangelo

Foto: Christoph Kaminski, mad

Pubblicazione:
lunedì 04.05.2015, ore 00:00