Lʼascensione al Kilimangiaro richiede una buona condizione fisica. Ma il viaggio ricompensa delle fatiche anche in occasione di una visita ai parchi nazionali. (Foto: Xavier e Céline Pasche)

Trekking sulla più alta
montagna dʼafrica

Orient Express, Machu Picchu, Ayers Rock o un giro del mondo? Il nostro redattore e una coppia di nostri blogger hanno realizzato il loro. —  Thomas Compagno

Ognuno di noi ha un luogo dei sogni, che vorrebbe poter aver visto almeno una volta nella vita: partecipare a un safari in Africa, attraversare il Canale di Panama o camminare sulla Muraglia Cinese. Un giorno il nostro redattore Thomas Compagno si è messo in testa di conquistare la vetta del Kilimangiaro. Di recente rientrato dall’impresa, esibisce con orgoglio il diploma ufficiale che certifica il raggiungimento della vetta, l’Uhuru Peak, a 5.895 m sul livello del mare.

Andamento lento
 «Le gambe ti diventano piano piano pesanti. Pur procedendo a un ritmo molto lento, ogni passo diventa una sfida. A passo di lumaca attraversiamo la foresta pluviale verdeggiante che man mano svanisce e viene sostituita da una vegetazione più alpina. A dare il passo c’è Marc, la nostra inflessibile guida. Ci invita a procedere a passo lento e a godere del paesaggio circostante così variegato.
Dopo aver trascorso mezza nottata nell’ultimo rifugio a quota 4.700 m, ci mettiamo in marcia all’una di notte con in testa Charly, il nostro capo-guida tanzaniano. Oggi scaleremo la vetta del Kilimangiaro, la montagna più alta del continente africano e la più alta montagna escursionistica al mondo. Siamo in cammino già da cinque ore. Il sole regala al mondo i suoi primi e timidi raggi di luce su uno dei coni di deizione del Kilimangiaro, a circa 5.300 m sul livello del mare. Anche Charly ora procede a passo costante: un passo, una pausa, un passo, una pausa. «Pole pole», ripete come un mantra in suaheli che significa «sempre piano piano». Il polso non è mai troppo alto. Ma ciononostante a quest’ altezza ti rendi conto che basta poco perché ti manchi lʼaria. Ogni minimo sforzo mi fa ansimare affannosamente.


Nelle ultime ore abbiamo incontrato  escursionisti costretti a tornare indietro. Mi tornano alla mente i moniti che mi sono stati detti da molti: il 10% delle persone non riesce ad arrivare in cima. Cerco di difendermi da questi pensieri. Continuo a camminare faticosamente e a ripetere tra me e me pole-pole.
Poco prima delle sette Gilman’s Point sembra così vicino da poterlo quasi toccare con mano. Ma l’ascensione è sfiancante; mi devo fermare e respirare ed espirare profondamente, tre, quattro volte. L’aria è troppo rarefatta e un solo respiro non basta per un simile sforzo. Dopo un’altra mezz’ora ho superato forse gli altri ultimi 100 m di dislivello. Mi sento come le gambe vuote, ma sono arrivato sul Gilman’s Point, a 5.685 metri sul livello del mare.
Nel giro di 15 minuti il nostro gruppo raggiunge il Gilman’s Point. Qui possiamo dire di aver conquistato il Kilimangiaro. Dopo una pausa più lunga per riprendere fiato, il nostro gruppo è pronto per affrontare l’ultima ascensione all’Uhuru Peak. Poco dopo le 10 raggiungo il pannello con la scritta Uhuru Peek, il punto più alto all’interno del continente africano e la montagna singola più alta al mondo.

Il safari dei mitici cinque
E qui la storia potrebbe finire. Ma un trekking non finisce mai quando si giunge sulla vetta. Dopo un’ascensione di nove ore e 1.200 m di dislivello ci aspetta il ritorno. Non potendo restare troppo a lungo a questa altitudine, dobbiamo scendere lo stesso giorno e fare più di 2.000 m di dislivello. Il prossimo pernottamento è a 3.800 m. Per scendere ci mettiamo quattro ore abbondanti. Di sera sentiamo tutti le gambe doloranti. In questi sei giorni di trekking, il  Kilimangiaro ci ha fatto sognare per la varietà di paesaggi ogni giorno diversi. Anche questo fa di un trekking sulla montagna più alta del continente africano un’esperienza da provare. La maggior parte dei tour operator abbinano il trekking sul Kilimangiaro a un safari e a una vacanza di mare. Nei giorni che seguono, le visite ai parchi nazionali di Tarangire, Ngorongoro e Serengeti ci svelano il ricchissimo patrimonio naturale e animale della Tanzania, inclusi i famosissimi big five: elefante, bufalo, rinoceronte, leone e leopardo».

Questo reportage è stato realizzato in collaborazione con Kaufmann Trekking e Let’s go Tours.



Una famiglia nomade

Xavier e Céline Pasche hanno viaggiato per 5 anni attraversando tutta lʼAsia. E ora si preparano alla prossima avventura.


«Più che un viaggio, è diventata la nostra vita!». Xavier e Céline Pasche sono dei nomadi moderni. La coppia vodese ha percorso 32 paesi in 5 anni, raggiungendo la Nuova Zelanda e  attraversando tutta l’Asia: 50mila chilometri a colpi di pedalate. E hanno raccontato il loro viaggio tramite un blog pubblicato sul sito di Coopération. «Il nostro sogno era  raggiungere la Nuova Zelanda via terra in bicicletta», spiega Céline. «Ci eravamo dati tre anni per farci coraggio.
Ci si abitua a diventare nomadi. Ci si chiede: dove dormiremo questa notte? Dove troveremo l’acqua? Si può pianificare fino a dieci minuti al massimo. Ci siamo fidati del nostro intuito. Giorno dopo giorno si trovano le soluzioni. Per noi è una scelta di vita: essere nomadi e vivere in semplicità. Non è mai stata una sfida».



Fiducia nella gente
La loro bimba Nayla di due anni e mezzo è nata in Malesia. E il suo arrivo ha cambiato il loro modo di viaggiare: «Abbiamo cercato di adattarci al suo ritmo. Se stava bene, stavamo bene anche noi» spiega il papà. «Ogni due ore ci fermavamo con lei per riposarci». Qual è stato il il motore che li ha spinti a realizzare il loro sogno? «I paesaggi, le scoperte, la gente», risponde Céline. «Non abbiamo mai chiuso le bici. Ci fidiamo della gente. E funzionava. Le persone ci hanno aiutato spesso. Gli incontri sono stati il motore del nostro viaggio». Così quando il loro fornello ha reso l’anima in Siberia, hanno trovato case in mezzo al nulla. «Ci hanno accolto in una datcha con un fuoco acceso. È stato eccezionale!», esclama Céline. «Abbiamo imparato a essere fiduciosi nella vita anche a -35 °C in Mongolia, nel cuore della steppa».



Calda accoglienza
I nostri globe-trotter sono stati toccati dall’ospitalità, soprattutto nel Vicino Oriente. «La Siria è stata una delle scoperte più belle per la fantastica accoglienza che ci è stata riservata» spiega Xavier. «La bici ci ha aperto tutte le porte. Abbiamo incontrato persone incredibili lungo il nostro viaggio». «Le prime due settimane in Siria non abbiamo mai montato la tenda – aggiunge Céline – . Ci invitavano a bere tè, a mangiare, e a restare a dormire. Dei beduini ci hanno fatto smontare la tenda per accoglierci nella loro!». Di ritorno in Svizzera per alcuni mesi, i Pasche condividono la loro esperienza in occasione di conferenze gratuite in Svizzera romanda fino ad aprile. Quest’estate ripartiranno in viaggio, questa volta si dirigeranno verso il grande Nord: Siberia, Hokkaido, Alaska, Canada e Scandinavia... un’altra avventura che si potrà scoprire sul sito di Coopération.


Verso nuove avventure
«Oggi siamo in equilibrio in questa nostra vita da nomadi. È straordinario vivere in simbiosi con quanto ci circonda e con la natura! Gli ampi spazi del Nord sono una logica conseguenza» commenta Céline. La coppia realizzerà una serie di ritratti di bambini e foto di scuole nei diversi paesi, per permettere ai giovani di scoprire l’incredibile diversità del nostro pianeta e dei suoi abitanti. «La paura nasce dall’ignoranza, siamo tutti umani. Noi vogliamo andare incontro agli altri e resistuirne un’immagine positiva» conclude Xavier. «Siamo felici così, e quindi continuiamo. È umano voler conoscere l’ignoto!».


BASILE WEBER

Il sogno: un motore della vita

Cooperazione: Da dove proviene il desiderio di un lungo viaggio?
Cinzia Pusterla: Dal punto di vista psicologico, il sogno di partire può paradossalmente rappresentare il bisogno di riavvicinarsi a se stessi. Il nostro quotidiano ci impone dei vincoli che ritmano tutta la nostra giornata e la nostra vita, e un viaggio può offrire la possibilità di avvicinarsi ai nostri bisogni più veri.

Non è quindi una fuga dalla realtà?
Un viaggio organizzato in poco tempo può essere una fuga dalla realtà. Ma se il sogno di un viaggio con una meta precisa – su cui si proiettano una serie di significati – si coltiva a lungo, allora credo che si tratti del progetto di partire per incontrare
se stessi.

Quindi è un tipo di sogno importante da coltivare?
Non è obbligatorio averlo.
È un sogno che se c’è, è importante, perché rappresenta questa ricerca della verità, in un percorso che ci accompagna tutta la vita.

Ed è importante realizzarlo, o può far bene anche solo a stadio di sogno?
Per realizzare questi sogni serve la tenacia e il coraggio di uscire da una quotidianità che è molto faticosa ma anche molto rassicurante. Poi ci vogliono anche le condizioni economiche. Ma se il sogno si realizza, la persona può vivere la soddisfazione di aver utilizzato tutte le sue risorse per arrivare alla sua meta. Se invece il sogno non potesse essere realizzato per tutta una serie di ragioni, può comunque aiutarci a coltivare quella ricerca di noi stessi che non dovrebbe mai mancare nella nostra quotidianità.

Una volta realizzato un sogno, bisogna passare ad un altro?
Se si ha speranza nel futuro non si può rinunciare al sogno. I sogni si creano anche se uno è appena stato realizzato. Se il desiderio è stato esaudito, si può portare dentro di sé l’esperienza del viaggio che si è vissuto, magari tornare nello stesso luogo per rivivere la stessa esperienza o per viverla in modo diverso. Oppure una persona, raggiunta la meta, ha bisogno di pensare al futuro e ad un’altra destinazione. Quel che è certo è che il sogno stesso è un motore della vita. l ELA 


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