La Piazza d’Unità d’Italia con il palazzo del Municipio.

Trieste, una città
di vento e salsedine

IL VIAGGIO — Felice incontro tra Mediterraneo e Mitteleuropa, Trieste ha mille assi nella manica: storici caffè, palazzi e luoghi di culto sontuosi. E non da ultimo, il mare.

Accenti slavi e colori dei Balcani, memorie asburgiche e piaceri italiani. Trieste dista 450 chilometri da Milano e 500 da Budapest, ed è alla medesima longitudine di Berlino. È l’estremo nord del Mediterraneo: un posto dove, a secondo della prospettiva, compare il primo ulivo o nasce l’ultima palma. Bevendo una birra ci si può sentire contemporaneamente a Costantinopoli e a Pietroburgo. Più di un boccale lo bevve anche un certo Henry Beyle, un francese che soggiornò a Trieste nell’inverno del 1831. In una lettera racconta di aver scoperto che in città si alternano due tipi di vento: quello che ti fa  «tenere stretto il cappello» e quello che ti fa temere «di romperti un braccio».

Lui era noto come Stendhal e, come chiunque si sia trovato a vivere nella città giuliana, dovette fare i conti con il vento. Particolarmente con la «specialità della casa»: la bora, il vento freddo e secco proveniente da Est-Nord Est, che «suffia» da ottobre a marzo inoltrato. E con le sue varianti, come il borin, che rinfresca le primavere e le estati, e la bora nera, che porta pioggia e neve. Tale abbondanza non è stata sufficiente per affibbiarle il nick name di «windy city», soffiatole da Chicago. In compenso ai suoi venti Trieste tributa una quantità tale di omaggi che la capitale dell’Illinois neanche si sogna. In città al numero civico 3 di Piazza Unità, il salotto aperto verso il mare di Trieste, c’è una scultura di Marcello Mascherini dedicata proprio alla bora.




Interno del caffè degli Specchi, storico locale triestino; nella foto piccola a destra, i bagni della Lanterna, con separazione tra uomini e donne.


Non poteva mancare una via a lei dedicata. È nei pressi del popolare quartiere di San Giacomo, quello dove la bora soffia più forte. Le pareti esterne delle case che fiancheggiano le piccole stradine che si inerpicano sulla collina di San Giusto offrono dei passamano agli audaci che tentano l’ascesa nelle giornate ventose. Un interessante escamotage urbanistico è quello delle «fodre», letteralmente «fodere» del cappotto. Trattasi di vie che, quando il vento di Est-Nord Est soffia forte, fungono da riparo per i viandanti. Come se fossero le fodere di un cappotto. In via Mulino a Vento non c’è più alcun mulino, in compenso è sempre in cartellone il concerto di drizze contro gli alberi delle centinaia di barche a vela attraccate ai pontili del chilometrico porto di Trieste. Il suo momento d’oro è riconducibile al 1719, quando l’imperatrice Maria Teresa d’Austria istituì il Porto Franco. Fu l’inizio delle fortune di una marea di mercanti, che aprirono bottega nella città più meridionale dell’Europa del Nord. Tedeschi, boemi, svizzeri, slavi, greci… Una promiscuità etnica che ha regalato a Trieste monumentali luoghi di culto: San Spiridione, sul Canal Grande, per i serbo-ortodossi; Sant’Antonio Taumaturgo, che domina lo stesso Canal Grande, per i cattolici, e San Nicolò, sulle Rive, per i greco-ortodossi. Più una sinagoga che è tra le più grandi d’Europa.

La storia di Trieste sa di salsedine e di cantieri navali. Carpentieri e maestri d’ascia, velisti e armatori. Per respirare la loro storia basta passeggiare tra i magazzini del vecchio Porto Franco. Oltre 600mila m2 di capannoni, binari, moli, gru… una città nella città, sulla cui riconversione si gioca molto del futuro di Trieste. Invece quelle che gli «indigeni» chiamano Rive sono una sorta di linea d’incontro tra il Mediterraneo e la Mitte-leuropa. Superata la stazione ferroviaria si raggiunge celermente la foce del Canal Grande, ennesimo cadeau alla città da parte di Maria Teresa. Superato il Teatro Verdi, la cui architettura ricorda la Scala di Milano, una striscia di cemento si protende nel mare.

È il Molo Audace. Nei giorni di calma è un placido luogo di passeggiate, riflessioni e chiacchierate. Ma quando la bora soffia gagliarda è una sfida arrivare sino in fondo e raggiungere la bitta dei venti. Nelle numerose darsene che si possono vedere da qui sono ormeggiate più di seimila imbarcazioni. Noi possiamo accontentarci di imbarcarci sul traghetto che porta a Muggia, enclave veneziana e ultima cittadina prima del confine sloveno. Arrivati al capolinea si può salire sulla terrazza della palazzina del delegato di spiaggia della capitaneria di porto. Qui una cooperativa di pescatori, che pratica anche escursioni ittoturistiche, gestisce un ristorante che cucina il bottino caduto nelle loro reti. Salendo sul traghetto per tornare in città basta allontanarsi un po’ dalla riva per avere l’impressione che mare e montagne si tocchino come le quinte di un teatro. Uno spettacolo che ha pochi eguali. D’altronde Trieste è l’unica città dove le Dolomiti innevate fanno da sfondo alla partenza dei traghetti per la Turchia e la Grecia…

Il Magazzino dei Venti


Il Magazzino dei Venti è uno stanzone nei pressi dell’Università Vecchia. È una sorta di laboratorio, la vetrina di un’idea: quella di creare a Trieste il museo della Bora e del vento. È una sorta di «museo in progress» che serve a prendere confidenza con il progetto, in una dimensione intima e raccolta. Vi si raccolgono venti provenienti da mezzo mondo, raccolti in «improbabili» contenitori: bottigliette di plastica e di vetro, sacchetti, barattoli, otri… Vengono conservate tutte le tipologie di venti, dalle brezze alle bufere, con i nomi di chi le ha raccolte, il luogo e la data.

Un flaconcino raccoglie una brezza leggera della val Seriana, rapita il 5 settembre di sei anni fa. La bottiglietta di un succo di frutta ospita il vento che, tre anni fa, spirava a Nyala, sud Darfur - Sudan. In un contenitore in plastica nera di un vecchio rullino fotografico dimora il vento di Epidauro (Grecia). Una scatoletta metallica di caramelle al cardamomo imprigiona aria raccolta sull’Empire State Building, New York, il 27 dicembre 2007…

Ospiti del magazzino dei venti anche una incredibile raccolta di girandole. Alcuni spaventapasseri eolici, aquiloni, boomerang, bizzarre macchinine a soffio… Via bel Poggio, 9. Visite su appuntamento nei fine settimana telefonando allo 0039 040 30 74 78 o mandando una mail a: museobora@iol.it

www.museobora.org

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Testo: Claudio Agostoni
Foto: Bruno Zanzottera
Pubblicazione:
martedì 10.06.2014, ore 00:00


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