Christian Brändle, direttore del Museums für Gestaltung, nell’archivio della più grande collezione di manifesti del mondo. (Foto: Christoph Kaminski, mad)

Tutta la Svizzera appesa al muro

La tecnologia ha apportato profondi cambiamenti alle affissioni pubblicitarie senza però scalfire la passione per i manifesti. Ce ne parla Christian Brändle, direttore del Museum für Gestaltung, il museo di arti figurative di Zurigo. — THOMAS COMPAGNO

PROVA A VINCERE UNA VACANZA!

La collezione del museo di arti figurative è a dir poco strepitosa: gli scantinati dell’istituzione zurighese ospitano la bellezza di 350mila manifesti. Ovviamente non sono esposti al pubblico ma ordinatamente riposti e catalogati in cassetti. Si tratta della più grande collezione di manifesti al mondo.

Christian Brändle, com’è riuscito il museo di arti figurative di Zurigo a entrare in possesso della più ricca collezione di poster al mondo?
La nostra collezione inizia dal 1875 e il manifesto ne entra a far parte piuttosto presto. Fin da subito il museo ha iniziato a collezionare opere grafiche e di arti applicate a scopi didattici, per poterle mostrare ad apprendisti e studenti affinché capissero come funzionavano. In quegli anni, grazie all’invenzione della litografia – la tecnica d’incisione su pietra – si diffuse il manifesto illustrato. Prima esistevano solo i manifesti scritti. D’ora in avanti sarebbe stato possibile stampare a colori in maxi formato. È così che inizia la storia dei più bei cartelloni illustrati. Henri de Toulouse-Lautrec in Francia ed Emil Cardinaux in Svizzera, due nomi ancora oggi arcinoti, furono i primi cartellonisti dell’epoca. 

Che costi hanno questo tipo di manifesti?
I più cari risalgono al periodo compreso tra il 1915 e il 1930. Oggi il loro prezzo supera abbondantemente i 100mila franchi. La maggior parte dei cartelloni turistici hanno un prezzo di mercato che varia dai 500 ai 3.000 franchi. Noi però non ne acquistiamo nessuno; ci mancano le risorse finanziarie per farlo. Preferiamo farceli regalare.

Quanti nuovi manifesti si aggiungono ogni anno alla vostra collezione?
Collezionare con buon senso significa prima di tutto selezionare scrupolosamente il materiale. Il numero dei cartelloni che si aggiungono ogni anno alla nostra collezione si aggira tra i 3mila e i 5mila. Una parte proviene dagli archivi annuali della Società Generale d’Affissioni e viene ripartita tra i musei interessati. Il 95% dei manifesti finisce però per essere scartato. I manifesti più interessanti per noi sono le serie complete. Di recente abbiamo ricevuto circa 300 cartelloni dall’Ucraina dedicati al tema della prevenzione sanitaria. 

La vostra collezione quindi non comprende solo opere svizzere?
No, le abbiamo voluto dare un taglio internazionale. Nella storia della grafica il Giappone per esempio ha sempre prodotto eccellenti manifesti sulla salvaguardia ambientale. Cuba si è specializzata nella rivoluzione. Per non parlare delle geniali trovate della poster art cecoslovacca o del manifesto tipografico svizzero, un’icona in tutto il mondo. 

Che caratteristiche deve avere un manifesto per entrare nella vostra collezione?
In parole povere potrei dire che deve essere o particolarmente bello o particolarmente brutto. È una scelta intenzionale che facciamo per mettere maggiormente in risalto la diversità delle produzioni da un punto di vista qualitativo.

La Svizzera è sempre stata un terreno fertile per il design grafico?
Sì. Fino ad oggi il nostro Paese è stato un modello di riferimento nella comunicazione visiva. Specialmente nel periodo interbellico ha beneficiato anche della particolare situazione politica. In quel preciso momento storico la Svizzera ha accolto molti designer in fuga, che qui hanno iniziato a lavorare e ad insegnare. Dal canto suo, però, la Svizzera è sempre stata anche una fucina di grafici di talento. Basti pensare a nomi del calibro di Herbert Matter o di Jean Widmer, che a loro volta hanno contribuito a rendere famoso il design elvetico all’estero: per la metropolitana di New York, per esempio, fu scelto come carattere tipografico ufficiale l’Helvetica, un font creato in Svizzera. La mappa della metro newyorkese è invece opera di Massimo Vignelli, designer italiano ma ex-allievo di Josef Müller-Brockmann, esponente zurighese della Scuola Svizzera. 

Possiamo parlare di una storia tipicamente svizzera? Il know-how che sostituisce la materia prima?
Credo di sì. La mia forse potrà sembrare una tesi un po’ azzardata, ma non posso fare a meno di notare quanto l’idea della miniaturizzazione sia stata alla base del successo di molti prodotti svizzeri: dal celebre coltellino, all’industria dell’orologeria, ma anche l’industria della stampa o quella cartografica. La Svizzera è stata capace di creare valore aggiunto partendo da pochissimi materiali, ma investendo invece moltissimo in termini di tempo e di know-how. È come se fosse nel Dna dell’industria. Una mentalità che assomiglia quasi a quella di un ragioniere. Ma che punta sempre alla qualità. E nella stampa, questo amore per la precisione è fondamentale.


Quali requisiti deve avere un buon manifesto?
Secondo alcuni studi, un manifesto deve essere decodificato in non più di 1,5 secondi; in caso contrario l’attenzione si sposta altrove. Un manifesto ben fatto deve riuscire a catturare sufficiente attenzione in tempi brevissimi, inducendo l’osservatore a soffermarsi con lo sguardo. Deve poi rispondere a canoni estetici elevati ed essere informativo. Non dobbiamo poi dimenticare che al giorno d’oggi un manifesto è inserito in un contesto visuale fortemente competitivo. 

Rispetto a sessant’anni fa, oggi è più difficile catturare l’attenzione con un manifesto?
Sì. Sessant’anni fa un manifesto per strada rappresentava un evento visuale. Ma c’erano anche molti meno colori, meno traffico e meno pubblicità in genere. In un certo senso, a quei tempi il manifesto aveva vita più facile rispetto ad oggi.

Quindi oggi lo dovremmo realizzare diversamente?
Non proprio. Ci sono relativamente pochi manifesti validi in termini di grafica e di contenuti. Il problema principale sono i committenti poco inclini al rischio. 

La gente vuole ancora vedere manifesti in giro?
Dai sondaggi emerge che il manifesto è di gran lunga lo strumento pubblicitario più amato. È come un’offerta volontaria, discreta. Se pensiamo alla pubblicità su giornali, televisione o ai fastidiosissimi banner pubblicitari di internet, ci rendiamo conto di come essa sia diventata molto invasiva. Il manifesto invece risulta molto più gradevole per le persone. Nell’ambito di alcuni studi è stato chiesto agli intervistati se desiderassero avere una città priva di cartelloni pub-blicitari. La maggioranza ha risposto negativamente e non si sente quindi infastidita dalla loro presenza.


ARTICOLI IN EVIDENZA


*****

Depeche Mode,
un disco per l'uomo

Lo storico gruppo torna con un album suggestivo. E ammonisce il pubblico: «Stiamo andando nella direzione sbagliata»

*****


Artista dello sport

La 17enne Thea Brogli ha davanti a sé grandi sfide. Il suo segreto? Vivere giorno per giorno.

*****

Il pop e le storie
di Fabrizio Moro

Nel 2007 si era fatto notare dal grande pubblico con una canzone contro la mafia. Dieci anni dopo ecco un altro brano "diverso" che parla del rapporto tra padre e figlia.