Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento educazione cultura e sport del Canton Ticino.

Tutti a scuola

A pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico 2017/18, Manuele Bertoli ricorda il suo primo giorno in classe e illustra la sfida de “La scuola che verrà”. – ISABELLA VISETTI

Cosa ricorda del suo primo giorno di scuola?
Conservo alcune immagini, quelle della mia prima classe a Balerna, tutti con il grembiule nero, e della mia maestra, con cui ho fatto esercizi ormai “antichi”, come le “greche”, quei disegni geometrici che servivano per familiarizzare con la matita e con i quadretti del quaderno.

E come genitore cosa ricorda del primo giorno di scuola?
Ho in mente soprattutto la sensazione che ho provato. Quella di una fase di passaggio e di cambiamento, quando i figli diventano più grandi e cominciano a fare alcune cose da soli. Ricordo l’emozione di quei loro primi passi importanti per la loro indipendenza.

E com’è stato invece l’inizio da Consigliere di Stato, quando non si aspettava di rivestire il ruolo di direttore del DECS?
La riunione che si tenne nel 2011 subito dopo l’insediamento del governo per l’attribuzione dei dipartimenti durò molto a lungo, oltre le ore 18. Alla fine ebbi l’attribuzione del DECS, che non era la mia prima scelta, ma assunsi la carica in maniera convinta, perché quando si entra in un esecutivo cantonale occorre essere pronti a tutto.

Aveva sottovalutato l’impegno e la mole di lavoro?
No, affatto. Credo però che tutto dipenda da come ci si muove dentro la funzione: dal mio punto di vista, per muoversi bene, occorre verificare quali sono le riforme possibili nei settori di propria competenza, anche se mettere mano alle questioni è più difficile rispetto al non far nulla. Mettere in moto le riforme è complicato, perché bisogna convincere, contrastare le paure e il principio di conservazione che porta a voler lasciare tutto così com’è.

Lei ha deciso di riformare la scuola dell’obbligo con “La scuola che verrà”: com’è nato questo progetto?
Dalla necessità di praticare i principi della differenziazione pedagogica e della personalizzazione, che non erano stati concretizzati nella riforma 3 della scuola media. Appena eletto, parlai di un’eventuale riforma 4 poi, con il cambiamento alla testa della Divisione della scuola, si innescò un discorso di più ampio respiro su tutta la scuola dell’obbligo, proprio per rispondere alle sfide formative che la società attuale chiede ai giovani, in termini di flessibilità e specializzazione.

Rapporto intermedio nel 2014, rapporto finale nel 2016, due consultazioni: come ha affrontato il lungo cammino del pro-getto “La scuola che verrà”?
Si è trattato di un percorso partito con un’idea già strutturata, prima abbozzata, poi più dettagliata, che doveva però essere aperta a tutte le indicazioni che venivano da dentro e fuori la scuola. Un progetto con l’etichetta “lavori in corso”. E così tutto si è svolto: il messaggio sulla sperimentazione descrive qualcosa che è diverso dal rapporto intermedio e da quello finale, perché ha accolto spunti e integrazioni scaturiti dalle due consultazioni. Ovviamente non tutti, perché i capisaldi della riforma andavano salvaguardati.

Quali sono questi capisaldi?
Personalizzazione sì, ma in un contesto unico: la scuola dell’obbligo deve avere un percorso che consideri maggiormente le differenze tra gli allievi, ma senza separarli strutturalmente. Su questo punto non siamo stati disposti a negoziare. Abbiamo però discusso i modi e gli strumenti per ottenere la differenziazione, in parte diversi da quelli prospettati. L’altro punto è riuscire a far collaborare i docenti, che ancora troppo spesso agiscono da individualisti. Il rapporto del docente con la “sua” classe rimane, ma si vuole ragionare sempre più in termini di comunità che apprende, che ha le stesse modalità di lavoro e di valutazione e dove c’è uno scambio continuo.

In una scuola inclusiva come quella ticinese si potrà davvero attuare la “personalizzazione”?
Gli studi internazionali dicono che sono le scuole inclusive, che prevedono un contesto unico e lavorano sulla differenziazione, a dare i migliori risultati. Ciò rispetto alle scuole che dividono gli studenti tra bravi e meno bravi, soprattutto quelle dove si effettua una separazione precoce.

Si punta a una maggiore differenziazione, ma con “La scuola che verrà” sono aboliti i livelli di tedesco e matematica nella scuola media...
Il termine “aboliti” non è coretto, saranno superati da soluzioni che permettono di considerare le differenze degli allievi, non solo in matematica e in tedesco, ma anche in altre materie. Nel progetto sono finanziati vari strumenti per la differenziazione pedagogica: ci saranno momenti in cui una classe sarà divisa in due gruppi eterogenei o avrà due docenti che potranno fare un lavoro di prossimità con gli allievi. Poi ci saranno le ore che i docenti avranno a disposizione per organizzare le loro collaborazioni: tutto l’investimento previsto dal progetto riguarda le ore-lavoro dei docenti, ci saranno più docenti per lo stesso numero di allievi, che potranno curare meglio la relazione con la classe.

Qual è lo stato della retribuzione dei docenti? È un tasto ancora dolente?
Sono stati fatti sforzi importanti per adeguare i salari dei docenti, cercando soprattutto di alzare quelli più bassi. Nel 2013 abbiamo anche tolto la penalizzazione iniziale pari a due classi salariali introdotta negli anni ‘90. Dall’anno prossimo i docenti di scuola dell’infanzia ed elementare avranno una paga iniziale di mille franchi in più al mese rispetto al 2013.

Possiamo dare alcune cifre?
Dall’anno prossimo un docente di scuola comunale partirà da oltre 77 e arriverà a oltre 104 mila franchi l’anno, un docente di scuola media inizierà con 87 e finirà con 121 mila franchi, un docente di scuola media superiore da 95 a 137 mila franchi, un docente di scuola professionale da 87 e rotti a 129 mila franchi. Non mi sembrano numeri disprezzabili, anche se il paragone va fatto anche con il livello medio degli stipendi in Ticino e non solo con gli stipendi dei docenti in altri cantoni.

A fine settembre si vota sull’ora di civica: una votazione che si poteva evitare?
Dal mio punto di vista sì. Di fatto voteremo su un’iniziativa che il Gran Consiglio ha già accolto, trovando il miglior compromesso possibile. Visto che si voterà, non nascondo che per me dividere la storia dalla civica alla scuola media non è utile. Immaginare che l’apprendimento sia più efficace quando c’è il voto e una materia dedicata è un’idea vecchia, che contraddice l’insegnamento interdisciplinare, favorito dalla gran parte dei sistemi educativi.

Invece sull’ora di religione il compromesso non è stato trovato…
La situazione attuale non è soddisfacente, perché l’ora di religione sta perdendo attrattiva da parte degli studenti e delle famiglie. Credo che il Consiglio di Stato e le Chiese debbano trovare un modello migliore di quello attuale. Finora non c’è stata una convergenza, ma noi siamo pronti a riprendere la discussione là dove si è interrotta.

La scuola riparte la settimana prossima: cosa augura agli studenti?
Di trovare una scuola accogliente, che sappia accompagnarli nella loro formazione ed essere un luogo importante di scambio. Perché a scuola si imparano le nozioni, si impara a tirar fuori le proprie risorse, ma anche l’arte della relazione con gli altri. Ma l’augurio va anche ai genitori, al corpo docenti e a tutti coloro che contribuiscono alla riuscita della scuola.

Sul progetto di riforma della scuola dell’obbligo ticinese, il 5 luglio scorso, il Consiglio di stato ha licenziato un messaggio per il finanziamento della sperimentazione, che partirà nell’anno scolastico 2018/19, durerà tre anni, coinvolgerà tre sedi di scuola elementare e tre sedi di scuola media e costerà 2 milioni all’anno . La spesa complessiva per questa riforma è di 34 milioni.

www.ti.ch/lascuolacheverra

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