Tutto inizia un po’ per caso, ma ora sarebbe impensabile per Claude Hauri separarsi dal suo violoncello. (FOTO: S.MAHLER)

Il 40enne che vuole abbattere le mura: «Io, innamorato del mio violoncello»

Docente, solista, organizzatore di concerti. Per Claude Hauri, musicista poliedrico, è importante eliminare il confine tra pubblico e palco. — GIOVANNI VALERIO

«Lo strumento è la mia voce», ripetono spesso i musicisti. Lo afferma anche il violoncellista Claude Hauri: «È un’estensione di me, un compagno di viaggi che non mi abbandona mai». In effetti, con il suo violoncello ha tenuto concerti in tutto il mondo. «Musicalmente, ha una morbidezza e un calore capaci di riempire l’ambiente in contesti molto diversi. Lo strumento è importante. È come guidare una 500 o una Ferrari: magari ci sono momenti in cui possono essere uguali, ma c’è differenza…». Di sicuro, la differenza la fa il musicista. E l’uomo. A quarant’anni anni, Claude Hauri è un uomo soddisfatto. Orgoglioso padre di tre figli, professionalmente si divide tra l’insegnamento al Conservatorio della Svizzera italiana, l’organizzazione di eventi e la carriera di solista in diverse formazioni concertistiche. «Sono contento: riesco a vivere di quello che faccio e sono indipendente. Libertà vuol dire più felicità, dedicarmi a progetti miei, avere un contatto diretto con il pubblico e avere tempo per la famiglia». E dire che il percorso che l’ha portato fin qui sembrava essere iniziato per caso.

Musica, valore aggiunto
«Dal canton Argovia, mio padre, pastore protestante, è arrivato a Mendrisio negli Anni ‘70. La musica è parte integrante della funzione religiosa e lo era anche del nostro quotidiano. I miei fratelli maggiori suonavano: mia sorella il pianoforte, mio fratello il violino, così per completare la formazione a me è toccato il violoncello, quando avevo sei anni. I miei genitori cantavano nel coro, seguivano i concerti dell’OSI, con i fratelli suonavamo durante il culto. Ma non posso certo dire di essere stato uno studente modello. Anzi! Il talento c’è stato, ho anche avuto un insegnante straordinario come Taisuke Yamashita ma mia madre ha sempre dovuto spingermi a studiare, almeno fino a 13-14 anni. Mi piaceva giocare a pallone, a hockey sotto casa, fare qualsiasi tipo di sport. Il cambiamento arriva con il liceo, quando inizio anche il conservatorio. Allora a Lugano eravamo pochi, ci conoscevamo tutti, come in una grande famiglia, e ho avuto la fortuna di suonare con colleghi più grandi di me, magari anche soltanto ventenni, ma a quell’età pochi anni si sentono. Quando ho avuto le prime esperienze concertistiche, di musica da camera, ho capito cosa la musica ti può dare, anche a livello umano». Un momento magico è stato il tour con l’Orchestra giovanile mondiale, nell’estate 1998, che l’ha portato per la prima volta lontano da casa. «Eravamo un’ottantina musicisti di tutte le nazioni, io unico svizzero – ricorda Claude – un’esperienza che ha lasciato il segno. Mi ha permesso di vedere un mondo nuovo ma anche le discrepanze della società. Ad esempio, all’ultimo concerto nelle Filippine, in una chiesa grandissima, c’erano più di mille bambini con la divisa bianca di una scuola cattolica, che ci hanno aspettati per oltre un’ora. Fuori c’erano invece altri bambini, della loro stessa età, che chiedevano l’elemosina…».

Tempo per tutto
Di sicuro l’evento che l’ha cambiato maggiormente è stata la nascita del primogenito. «Mi ha fatto maturare moltissimo, in campo umano e musicale. Il primo impatto è stato di relativizzare tutto, gli esami, i concerti… ho imparato che ci sono cose che vanno al di là del lavoro. E che bisogna organizzarsi, programmare, perché il tempo è limitato, per dedicarne anche alla famiglia,  e per non lasciare sola Agnese, compagna di vita da 18 anni e maestra sia di professione che nel gestire al meglio le poliedriche esigenze di tutti». L’organizzazione è qualcosa che Claude Hauri ha imparato bene, perché riesce a bilanciare i concerti e la programmazione degli eventi di Musica nel Mendrisiotto. «Nel 1999 ero a Verona con Agnese a una matinée musicale e ho avuto una specie di clic: perché non fare la stessa cosa in Ticino? Con un gruppo di amici ci siamo proposti a Musica nel Mendrisiotto e così ho iniziato a collaborare. Eravamo anche andati in tv, a un quiz della Tsi e avevamo pure vinto! 4000 franchi che sono serviti a finanziare i primi eventi. Oggi organizzare è parte integrante della mia vita di musicista: mi piace proporre una mia visione del mondo musicale, aprire verso altre forme d’arte, mettere insieme musica più testo, che creano collegamenti inconsci, più profondi. Con le scelte del programma, cerco di eliminare la barriera tra gli spettatori e chi sta sul palco, anche suonando in ambienti piccoli, dove la vicinanza è forte e alla fine c’è spesso anche un momento conviviale. Tutto questo è un valore aggiunto al concerto. E per me una gioia».

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