Dopo una prima fase brillante, il Lugano sta attraversando un periodo di stallo. A Manzo il compito di risollevare il gruppo. (Foto: Sandro Mahler)

Un uomo che sa piangere:
i segreti di Andrea Manzo

Calcio: da luglio è lui l’allenatore dei bianconeri. Ritratto di un appassionato del pallone e di un padre affettuoso. — PATRICK MANCINI

Vedere un uomo di 55 anni piangere mentre, durante un’intervista a tu per tu, parla dei suoi figli è qualcosa di spiazzante. Ma d’altra parte Andrea Manzo, dalla scorsa estate allenatore del Lugano calcio, è una persona che viaggia sull’onda delle emozioni. Lo si era già capito al termine della seconda partita di campionato, a Berna. Vittoria sullo Young Boys. E lacrime in panchina del coach bianconero. «Forse è un mio difetto – ammette –. Non lo so. Vivo tutto con grande intensità».

Quel mazzolin di fiori
Nato a Venezia nel 1961, cresciuto nelle periferie di Marghera e Mestre. Un passato da calciatore con maglie importanti, su tutte quelle di Fiorentina e Milan. Poi una lunga, infinita, gavetta come allenatore. Da luglio Manzo è seduto sulla panchina della prima squadra bianconera. «In Svizzera sono arrivato nel 2010. Proprio per fare il vice del Lugano. Ma nel calcio le gioie vanno e vengono. A un certo punto mi sono ritrovato senza lavoro. Allenavo i ragazzini e per tirare a fine mese consegnavo fiori ai grossisti, giravo con un furgoncino in tutta la Svizzera. Viaggiavo di notte, e a volte mi toccava pure fare il passo del San Gottardo in perfetta solitudine e con la neve. Ve lo immaginate uno che avanza nel buio con dieci quintali di fiori nel baule? Ogni tanto, durante le trasferte col pull-man del Lugano, mi vengono in mente quei momenti».

Lavapiatti e manovale
Oggi Manzo vive a mezzo chilometro da Cornaredo, col figlio Filippo di 19 anni. «Gli altri due, Jessica (30) ed Edoardo (12), sono rimasti nel Veneto. Con tutti e tre ho un legame forte. Quando Jessica di recente ha fatto gli auguri su Facebook a Filippo, mi è venuto il magone. Mi sono commosso». Gli occhi di Manzo si illuminano di nuovo. «Sono orgoglioso dei miei figli. Spero che siano sempre sereni». Poi si torna a parlare di calcio. Di un passato che non c’è più. «Ho iniziato a giocare a pallone negli oratori di Marghera, con mia madre che alla sera mi sgridava perché tornavo a casa tutto sporco. Ho avuto una bella carriera in Italia. Ero molto duttile come centrocampista. Però ho fatto uno sbaglio enorme. Quando sono arrivato a vestire la maglia del Milan mi sono sentito appagato, mi sono seduto. Come se tutto mi fosse stato dovuto». Un paradosso, se si pensa che Manzo ha l’animo operaio nel dna. «Nella vita ho fatto il lavapiatti, il muratore, il manovale. E anche il tappabuchi in un’agenzia di assicurazioni vicino a Piazza San Marco. Non mi sono mai tirato indietro quando c’era da sgobbare. Eppure a volte il successo ti fa perdere il contatto con la realtà. Senza che nemmeno te ne accorgi. Purtroppo in quei momenti non ho avuto accanto chi mi desse i consigli giusti. E per questo oggi martello i miei giocatori fino alla nausea. Non devono mai sentirsi con la pancia piena».

In punta di piedi
Contrariamente al suo predecessore, il leggendario quanto rigido Zdenek Zeman, Manzo ha un rapporto quasi amichevole con i suoi giocatori. Negli spogliatoi volano abbracci e pacche sulle spalle. «Ma questo non significa che tra noi non ci siano le giuste distanze. Ho bisogno di buttare fuori quello che sento. A volte, quando la squadra segna un gol mi lascio andare in risate pazzesche. Altre, faccio salti di felicità. Sto vivendo questa avventura con tanta positività». Anche i giorni prima del match sono sempre intensi per il 55enne. «E per sfogare la tensione a volte cucino. Il piatto che mi riesce meglio? Linguine, pesce spada e broccoli».

A un passo dalla morte
Manzo si presenta come una persona qualunque. Dal profilo basso. «Sono socievole, aperto. Però mi piace anche muovermi in punta di piedi. Quando devo ricaricare le batterie, mi rivolgo alle persone care, a quelle che mi conoscono veramente. Loro conoscono i miei pregi e i miei difetti, sanno capirmi». Inevitabile chiudere con una domanda sul futuro. «Nel calcio è inutile fare questi discorsi – replica il 55enne –. Anche perché poi uno ti dà sempre le stesse risposte, retoriche. Ricordo che a 32 anni ho fatto un frontale in auto con un tizio che aveva perso il controllo della sua macchina. Viaggiavo a 40 all’ora, dovevo recarmi a una festa, andavo pianissimo perché ero in anticipo. Non avevo colpe. Eppure ho rischiato di morire. Mi sono ritrovato in un fosso, vivo per miracolo. Nella vita di certezze non ce ne sono. Al posto di fare calcoli, preferisco godermi ogni attimo del presente. Con tutte le emozioni che ho in corpo». 

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