Una Szeemann, figlia
del Monte Verità

Dai paesaggi delle Centovalli a quelli «dell’inconscio». Il ritratto dell’artista attualmente curatrice dell’esposizione «Obsession Dada» a Zurigo. — GIORGIA VON NIEDERHÄUSERN

Un pesce fuor d’acqua». Così dice di essersi spesso sentita Una Szeemann a Tegna, il luogo in cui è cresciuta. Ce lo racconta durante il nostro incontro, nel suo atelier zurighese. In mezzo alla luminosa officina, fibra di cocco e crespi fili biondi si contrappongono al bianco del polistirolo su cui sono esposti. Sono prototipi a cui l’artista sta lavorando.
Certo, racconta, la sua famiglia era diversa dalle altre in paese. «Poiché i miei non erano sposati, non avevo il permesso di entrare in tutte le case delle mie amichette», ricorda divertita. Szeemann è figlia d’arte, figlia dell’ambiente visionario e anti-istituzionale che l’ha plasmata, figlia della collina alla quale l’oggi 41enne collega numerosi ricordi d’infanzia: il Monte Verità. «Era il mio meraviglioso regno dei giochi», afferma, gli occhi azzurri vispi come quelli di una ragazzina.

Suo padre, il grande artista e curatore Harald Szeemann, scomparso nel 2005, fu il realizzatore dell’esposizione sulla storia del Monte intitolata Le mammelle della Verità. Per l’importante lavoro svolto, qualcuno lo chiamò il «quinto padrone» della celebre collina asconese. Ma la creatività che le scorre nelle vene, Una Szeemann l’ha ereditata anche da sua madre, Ingeborg Lüscher, artista internazionale. L’iconica figura del padre, dichiara, non le è mai stata di peso. Pensare che essere la figlia di un anticonformista le abbia sempre facilitato le cose aggiunge, sarebbe però sbagliato: «Mi sono state sbattute in faccia varie porte a causa del cognome che porto».

I paesaggi dell’inconscio
Oggi, dichiara, le piace tornare in Ticino. «Soprattutto immergermi nella sua natura. I cieli rosso-violacei sopra i paesaggi della Svizzera italiana sono unici». Dalle Centovalli, Szeemann è partita presto: aveva solo sedici anni. A scuola, confessa ridendo, a fregarla sulla pagella erano la matematica e i ragazzi. Dopo un primo anno di liceo, parte in Inghilterra per frequentare un collegio. La noia nell’istituto privato rende l’applicazione scolastica un nuovo e apprezzabile passatempo. Grande cinefila, dopo la maturità sceglie di studiare spettacolo a Milano. Poi, a diciannove anni, come entrambi i suoi genitori prima di lei, dal teatro si sposta all’arte visiva. La fotografia e le tecniche per la creazione di video apprese in Italia non smettono di accompagnarla nel lavoro. Entrambe sono parte integrante del suo repertorio.

Le opere di Una Szeemann sono spesso riflessioni sulla dicotomia tra visibile e invisibile, etereo e fisico o, per dirla con il titolo del libro pubblicato nel 2014 insieme al suo compagno, l’artista ceco Bohdan Stehlik, Quello che non è, non è quello che. Una pubblicazione sull’esposizione realizzata nello stesso anno al Museo cantonale d’Arte a Lugano e premiata dal concorso 50 books/50 covers («50 libri/50 copertine»), organizzato dall’American Institute of Graphic Arts. «Mi interessa la percezione delle cose, la loro lettura conscia e inconscia. Il dialogo che si crea tra quello che c’è e quello che non c’è. L’energia che si forma nella mancanza di qualcosa, l’immaginazione che entra in gioco», spiega. «I paesaggi dell’inconscio» è infatti il titolo di lavoro che ha dato ai progetti degli ultimi quattro anni.
Anche i luoghi dell’infanzia della locarnese affiorano regolarmente nelle sue opere. Nel 2003 ha realizzato Montewood Hollyverità, un filmato ambientato a Los Angeles, nel quale star del mondo dell’arte interpretano personaggi che hanno fatto la storia del Monte Verità. «Uno sforzo per non lasciare questo luogo nel passato, ma continuare a farlo vivere», afferma Szeemann. L’artista vorrebbe vedere presto riattata Casa Anatta, sede principale del museo e della mostra curata dal padre. «Fa male vederla abbandonata», aggiunge alludendo al progetto di restauro e riapertura del complesso museale, non ancora giunto a realizzazione.

Ossessioni al Cabaret Voltaire
Attualmente, nel quadro del giubileo per i cento anni del Dadaismo, Una Szeemann è co-curatrice dell’esposizione «Obsession Dada», in programma al Cabaret Voltaire di Zurigo, leggendario luogo di nascita del movimento d’avanguarda. Qui sono a disposizione del pubblico anche documenti appartenenti all’archivio di Harald Szeemann, in passato conservato nella sua «Fabbrica» di Maggia e oggi custodito dal J. P. Getty Institute di Los Angeles. Gli oltre mille testi, piani, bozze, stampe e fotografie vanno a costituire parte del suo Museo delle Ossessioni, che qui, da «esibizione mentale», prende forma concreta. Nello spazio dedicato all’esposizione, su un palco in rame, artisti contemporanei si esibiscono in serate di performance per dare voce alla propria ossessione artistica. Inevitabile chiedere alla co-organizzatrice quale sia la sua: «Indubbiamente il lavoro», risponde. Nella sua carriera, aggiunge, non si sente per nulla arrivata. «Per fortuna, altrimenti mi annoierei», afferma solare.

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