Sono native del continente australiano ma ampiamente coltivate alle Hawaii.

Una delicatezza
della dieta aborigena

Sono il frutto a guscio più ricco di grassi «buoni». Hanno un sapore dolciastro e burroso, e per questo sono ideali come aperitivo, tostate e leggermente salate.

Queste noci sono state uno degli elementi chiave nell’alimentazione degli aborigeni australiani, almeno fino all’arrivo degli Europei sul continente. Erano chiamate Jindilli, modificato in Kindal Kindal dai primi coloni. Vengono prodotte da una pianta dalle foglie enormi che cresce nella foresta pluviale, descritta per la prima volta da John Macadam, un chimico scozzese dell’Ottocento emigrato in Australia, dal quale la pianta prende oggi il nome. Delle varie specie esistenti, solo due sono commestibili. E quelle che noi sgranocchiamo con tanto piacere, sono tossiche per cani e gatti. Perciò chi ha l’abitudine di rimpinzare il proprio animale di assaggini… attenzione!

Le noci di macadamia, fino a qualche decennio fa sono state coltivate soprattutto in Oceania e ora si trovano in abbondanza anche alle Hawaii, paese che sta assumendo un ruolo sempre più importante nell’esportazione. Si comprano solitamente già sgusciate, perché l’involucro è particolarmente duro da rompere, il cuore è color avorio, croccante, e ha un sapore quasi burroso, da gustare al naturale, salato o tostato.

Fra tutta la frutta a guscio sono la più ricca fonte di grassi monoinsaturi (quelli cosiddetti «buoni») non contengono colesterolo e aiutano a mantenere un buon equilibrio tra omega 6 e omega 3. Gli studi dell’Università di Newcastel sostengono addirittura che una porzione al giorno di queste noci abbassa i livelli di colesterolo. È meglio conservarle al fresco per mantenere al meglio il loro sapore dolce.

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Foto: Alain Intraina

Pubblicazione:
lunedì 03.03.2014, ore 13:05


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