Women’s power: Aglaia Haritz mostra una tela realizzata nel corso dei suoi atelier. (Foto: Annick Romanski)

Un'esistenza appesa a un filo

Aglaia Aritz è una ricamatrice della realtà. Tesse legami tra le due sponde del Mediterraneo, raccoglie storie di donne del mondo arabo. In modo sorprendente. — RAFFAELA BRIGNONI

Ritratti di donne e paesaggi ricamati. Opere a mo’ di arazzi contemporanei realizzati da donne del bacino del Mediterraneo. Storie personali e intime, tasselli di un mosaico che, uniti, danno luce a uno scorcio di Storia di un mondo arabo in pieno fermento. Nel suo atelier di Fosano, l’artista Aglaia Haritz srotola delicatamente sotto i nostri occhi queste tele ricamate, il risultato di tre anni di atelier di cucito artistico, organizzati assieme al compagno Abdelaziz Zerrou in Marocco, Egitto e Libano. «Le donne nei paesi arabi sanno tutte cucire. E questo ci è sembrato un buon metodo per entrare in contatto con loro. Ricamare è un’attività lenta che permette di instaurare un rapporto di fiducia e di tessere legami tra le persone; allo stesso tempo è quasi una forma di meditazione, per certi aspetti ha pure una funzione liberatoria» spiega l’artista che, attraversando più volte il Mediterraneo, ha scoperto un mondo dalle mille e una sfumatura. «Prima di questi incontri immaginavo il mondo arabo e musulmano come un’entità unica. Invece ho scoperto che è un caleidoscopio incredibile di diversità» confida l’artista che per ora ha deciso di godersi la calma della sua patria natale, il Gambarogno. «Ma so che la voglia di ripartire non tarderà a manifestarsi» sorride.

La nascita di un progetto
I suoi genitori avevano visto giusto dandole il nome di una delle tre figlie di Zeus e di Eurinome, le Cariti. Nella mitologia ellenica, Aglaia è la splendente, e l’artista è raggiante mentre racconta degli incontri degli ultimi anni e dei suoi progetti futuri. Il progetto “Embroiderers of Actuality” (ricamatrici della realtà) nasce nel 2013 dall’incontro con l’artista marocchino Abdelaziz Zerrou. «Ci siamo conosciuti durante una residenza d’artista a Parigi. Io lavoravo a progetti miei ed ero stanca di questo rapporto quasi autistico tra me e le mie opere. Avevo bisogno di aprirmi ad altro e, in questo progetto, è il contatto con la gente che crea l’opera». Negli atelier come quelli che si sono svolti in Marocco, le donne hanno modo di discutere di argomenti tabù; negli autoritratti elaborati nel campo profughi di Shatila, in Libano, l’accento è invece posto sull’identità della persona. «L’idea era anche quella di valorizzare l’immagine che queste donne hanno di se stesse, sulla quale poi hanno ricamato, per farle sentire importanti. Certo, nella loro condizione non è gran cosa, ma è pur sempre un piccolo traguardo» ammette Aglaia Haritz, la cui prossima tappa per il progetto artistico è Malta, dove, assieme al suo compagno, andrà incontro alle badanti filippine. E così, ago e filo sono come penna e inchiostro di un linguaggio universale, dove con la morbidezza del tessuto si fanno passare storie taglienti come lame di rasoio. Un’arte che cura l’aspetto estetico, ma che vuole anche raccontare qualcosa della società in cui viviamo. Un’arte impegnata, il cui germe era presente da anni nell’artista.

Un’arte impegnata
A 17 anni, durante le vacanze, Aglaia partecipa a un soggiorno di volontariato nelle prigioni di Kinshasa. «Non che facessimo chissà che. Avevamo ridipinto le pareti e fatto piccoli lavori di manutenzione. Ma i carcerati erano commossi di vedere che mentre non ricevevano visite da parte di familiari, c’erano persone che erano venute dalla Svizzera per loro. Erano gli anni di Mobutu e giravano storie agghiaccianti sulle condizioni in cui vivevano questi prigionieri e sulle torture che subivano». Così inizia il percorso impegnato della giovane a favore di chi è meno fortunato. Allo stesso tempo anche la coscienza di voler essere attiva in ambito artistico è un’evidenza per la giovane Aglaia che si iscrive allo Csia, dove le testimonianze di professori e artisti ispirati la consolida nella sua scelta. E così via, per Limoges, Berlino, Zurigo a formarsi come artista. Oggi i suoi progetti artistici sono rivolti alle donne, ma l’artista non si definisce una femminista. «Tutti gli “ismi” mi spaventano. Quello che mi interessa è la parte più morbida delle persone, la parte femminile. È la parte più spontanea, meno razionale, che c’è in ognuno di noi e che non c’entra con il fatto di essere uomo o donna» precisa. Nell’attesa del suo prossimo viaggio, l’artista sta di nuovo lavorando a progetti propri. Grandi tele, termini polisemantici. Ago e filo. Sofficità del tessuto e acume tagliente delle parole. Bellezza dell’opera e messaggio sociale. In fondo lo sapeva già l’Aglaia mitologica, che, assieme alle altre Grazie, concentrava sulla Terra i raggi del sole per scaldare il cuore degli uomini e rendere la loro vita più bella. O più morbida come direbbe l’Aglaia dei giorni nostri.

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