Incontro di quest’anno dei veterani della costruzione del tunnel di base davanti a Santa Barbara del tunnel stradale ad Airolo.

Una famiglia tra orgoglio e umiltà

Tanta tecnica e macchinari, ma alla fine, se il tunnel di base del San Gottardo è giunto a compimento, il merito è soprattutto delle persone. Il duro lavoro è stato per tutti loro un forte collante.

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Il tunnel è la metafora della vita»

Marzell Camenzind, padre cappuccino di Andermattt

La caduta del diaframma principale nel tubo Est del nuovo tunnel di base del San Gottardo è avvenuta il 15 ottobre 2010. Cinque anni più tardi, un sabato del 17 ottobre 2015, una quarantina di persone si sono date appuntamento ad Airolo davanti alla statua di Santa Barbara del tunnel stradale del San Gottardo. Sono tutti collaboratori delle imprese coinvolte nella realizzazione dell’opera, in gran parte ingegneri e dirigenti. Da quando i lavori nel sottosuolo si sono conclusi, il gruppo si è sparpagliato in ogni angolo del pianeta. Ma almeno una volta l’anno si incontra qui.

La maggior parte parla tedesco: oltre agli svizzeri, ci sono tanti tedeschi e austriaci. «Abbiamo combattuto assieme qui per anni», dice l’ingegnere Jens Classen, un tempo capo cantiere a Faido e coordinatore di questo «ritrovo di veterani». «Qui incontro amici con i quali ho dovuto affrontare le situazioni più difficili», prosegue Bruno Röthlisberger, un tempo capo cantiere del tratto Bodio e Faido. Ricorda il violento boato causato dalle deformazioni e dal distacco di blocchi e lastre che hanno costretto a spostare la stazione multifunzionale (MFS) da Faido a Sud. Anche il 66enne austriaco Florian Habit, un tempo capo avanzamento lavori alla MFS, ricorda le ore che seguirono il boato: «Fu talmente forte che molte persone a Faido saltarono letteralmente dal letto pensando a un terremoto».
«Nella costruzione di tunnel è molto raro trovare un progetto che preveda una collaborazione che si protrae per così tanto tempo come è stato per i 10, 12 anni di questo progetto», spiega Olivier Böckli, ingegnere edile. Ma è orgoglioso del risultato raggiunto.

I minatori che hanno costruito il traforo sono modesti. «Lo scopo di costruire un traforo non è dare alle gente un’opera da ammirare ma uno strumento che le aiuti ad essere più vicine», spiega Classen.
Nella nutrita squadra di uomini il gentil sesso è in netta minoranza. Sabina Gutersohn, per anni assistente alla direzione dei lavori a Faido, non può ripensare a quell’esperienza senza un brivido d’emozione: «Tutto quello che ho vissuto, le persone che ho conosciuto… Sono cose che non si dimenticano tanto facilmente». L’assistente ricorda anche i tragici momenti e ore della perdita di un collaboratore per un infortunio in cantiere. I lavori di costruzioni del tunnel di base del San Gottardo sono costati la vita a otto persone.

In presenza di Santa Barbara
Anche Renzo Simoni, direttore generale di Alptransit Gotthard AG, è venuto questo sabato ad Airolo. E annuncia che l’indomani dell’atto ufficiale di inaugurazione previsto per il 1° giugno 2016 – la grande festa di chi non ha fisicamente partecipato alla costruzione dell’opera –, saranno invitati tutti coloro che hanno fattivamente partecipato al progetto. I presenti accolgono la notizia con immensa gioia: sanno che il loro contributo viene spesso completamente dimenticato in occasione dei festeggiamenti ufficiali di inaugurazione.
Per finire, interviene Marzell Camenzind, padre cappuccino di Andermatt, sottolineando il senso di questo ritrovo. Il tunnel, spiega il religioso, è la «metafora della vita». Spesso, le persone si ritrovano in una situazione nella quale cercano chiarezza, luce, sicurezza. I minatori sono lì per questo: portare luce dove un tempo c’era oscurità.

Professione macchinista

Ancora oggi sono macchinista, ma non più dei convogli della galleria Alptransit, ma dei treni a vapore museali in zona Turgovia e Sciaffusa. I treni sono ormai la mia passione. Negli anni della costruzione di Alptransit ero istruttore macchinista: davo lezioni teoriche e pratiche su come condurre i «trenini» che esportavano dal cuore della montagna immensi carichi di detriti. Un lavoro non senza rischi se si pensa che il convoglio poteva raggiungere anche le 600 tonnellate di peso. E qui, ogni lezione su frenata e accelerazione era importante. Anche se c’erano tra gli allievi macchinisti diplomati, il caldo, l’umidità e i carichi rendevano necessaria una formazione specifica per questo cantiere. Nella parte pratica, poi, mi concentravo sull’attenzione che il futuro macchinista prestava durante il viaggio: vede i pericoli, li sa anticipare? Perché una minima disattenzione poteva essere fatale. Purtroppo saranno sempre nei miei pensieri i due giovani macchinisti morti, non li dimenticherò mai, erano come i miei figli. Eravamo una grande famiglia perché per raggiungere questo mega progetto dovevamo tirare tutti la corda nella stessa direzione.

Testo: Gerhard Lob
Foto: Nicola Demaldi; l’invitato raccolto da Natalia Ferroni


Pubblicazione:
lunedì 09.11.2015, ore 00:00