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Punto a capo
ha scritto il 09.01.2017


Una malattia mortale – di Daniele Maggetti

Le feste di fine d’anno sono particolarmente propizie alla riflessione sul consumo alimentare, vista la quantità di capponi, tacchini, faraone, salmoni e altre prelibatezze consumata tra Natale e l’Epifania.

Nel contesto contemporaneo, anche senza interrogarsi sul foie gras, ci si imbatte fatalmente nel vegetalismo, e da lì nel veganismo e nei suoi principi. Confesso di essere talvolta infastidito dai risvolti integralisti del movimento, ma in un certo senso, sono anche incuriosito, se non affascinato, dal modo in cui l’antispecismo sostituisce la religione, esigendo dai suoi adepti un’osservanza fondata su precetti e divieti paragonabili, mutatis mutandis, a quelli iscritti nel Deuteronomio. 

Una religione senza trascendenza
Ma è una religione senza trascendenza, basata anzitutto sul rispetto della vita animale, o che si confonde con esso; una credenza tra le ormai molte analoghe sorte dopo che Nietzsche ha sentenziato la morte di Dio, e che la secolarizzazione galoppante, con le sue conseguenze sociali, economiche e culturali, ha fatto il resto, perlomeno nel mondo occidentale. Inutile, in particolare in questa sede, disquisire sulla pertinenza delle affermazioni fatte dai vegani e dagli onnivori. 

Un problema di convinzione
Ognuno dei due fronti possiede un arsenale d’argomenti ben fornito, e sollecita la scienza, la medicina, la filosofia e l’etica per legittimare la propria posizione: ci si ritrova quindi confrontati ad un problema di convinzione (altri direbbero di fede, per rimanere in tema), come pure a diatribe che rammentano certe dispute teologiche (per persuadersene, basta seguire i dibattiti suscitati dallo statuto degli organismi vegetali, e in particolare dalla definizione di una loro eventuale sofferenza). Due le costanti, umanissime, che si celano dietro l’ideologia battezzata da Donald Watson: l’assolutizzazione della vita hic et nunc, e il bisogno impellente di attenersi a delle regole strette per organizzarla. Forse perchè ci si illude così di padroneggiarla, quella vita che ci è data e tolta, che così spesso sconfina nel caos, malgrado i nostri sforzi irrisori di controllo, e di cui Italo Svevo, nella «Coscienza di Zeno», ricordava con perspicacia che, «a differenza delle altre malattie, è sempre mortale».


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