Erich Häring, nato nel 1946 nel Canton Sciaffusa, ha studiato teologia a Salisburgo ed è stato parroco ad Altnau, nel Canton Turgovia. (FOTO: Massimo Pedrazzini)

Una predica da podio

Quali contenuti e come coinvolgere i fedeli? Il prete e teologo cattolico Erich Häring, premiato nel 2017 per la migliore orazione in lingua tedesca, spiega il suo segreto. – di GERHARD LOB

Signor Häring, quest’anno è stato fra i tre premiati del concorso per la miglior predica indetto dalla Federazione delle chiese protestanti della Svizzera. Da prete e teologo cattolico, se l’aspettava?
Sono stato molto contento del premio e soprattutto che la Federazione delle chiese protestanti sia stata così generosa nell’aprire il concorso anche ad altre confessioni. Tra i premiati c’era uno di confessione valdese e un altro che appartiene alla chiesa libera (Freikirche) di Basilea.

Nella sua predica premiata
lei fa delle riflessioni sulla parabola della pecora smarrita. Una predica corta, di circa sette minuti. Un caso?
No. Una predica deve essere breve; può arrivare a 10-12 minuti, ma deve essere un’eccezione. Perché nella nostra
società siamo abituati a immagini che corrono velocemente. La gente fatica a seguire discorsi molto lunghi. Ad essere importante sono soprattutto i contenuti.

Come riesce ad attirare l’attenzione?
Per me è quasi una regola cominciare con un oggetto vicino alla vita quotidiana. Ad esempio, un cavatappi o una giacca a vento. Oggetti che rimangono nella memoria delle persone. E che dovrebbero essere nominati possibilmente già nelle prime due frasi.

Dunque il suo approccio non parte da un livello teologico.
Assolutamente no. Una predica non è una lezione universitaria né un trattato di teologia. Ci vuole qualcosa legato alla vita quotidiana di chi ascolta, come il cavatappi. Questo fa sì che il contenuto rimanga nella memoria.

Ha già nominato due volte
il cavatappi, che fa parte della sua predica premiata. Che significato gli ha dato?
È un simbolo per il vino, a sua volta simbolo importante nel cattolicesimo. Ma è l’oggetto che permette di aprire una bottiglia per arrivare al contenuto. Dunque in un senso metaforico si deve levare qualcosa per arrivare al contenuto. E questo non è sempre facile. Ma alla fine lascio a chi mi ascolta di dare un significato concreto al simbolo.

È facile trovare oggetti quoti
diani che danno spunti del genere?
Le idee arrivano, anche facendo una passeggiata con il cane. Se non mi vengono faccio qualcosaltro, magari passando l’aspirapolvere.



Pensa che le prediche siano importanti per i fedeli?
A me sembra che una volta non lo fossero. L’importanza è cresciuta negli anni. Ed è
sicuramente dovuta anche all’influenza della chiesa riformata, dove la parola di Dio, i testi della Bibbia, hanno una centralità. I fedeli vogliono portare qualcosa a casa. Il rito della chiesa cattolica è importante, ma non si può portare tanto a casa.

La gente reagisce alle prediche?
Sì. Quando non c’era ancora il computer facevo decine di fotocopie delle prediche per i fedeli. C’era un grande interesse, che mi ha sempre stimolato e motivato.

Prima ha accennato alla tradizione riformata con
la centralità della parola. I cattolici in questo senso hanno imparato dai protestanti?
Senz’altro. La teologia protestante è una teologia della parola. Le prediche cattoliche di una volta mi sembravano lezioni di catechismo. Ho imparato dai protestanti a mettere i contenuti della Bibbia nel contesto attuale della nostra vita e della società. E se si sceglie questo approccio, la gente è molto interessata. Se per i protestanti è centrale la parola, per i cattolici è centrale il rito.

Vede delle vie di convergenza fra le due confessioni cristiane?
Sicuramente. Lo scambio aumenta. Il rito ha pure la sua importanza nella chiesa luterana; anche gli zwingliani riprendono simboli come il cero pasquale. Ci sono pastori evangelici che mettono un abito bianco, una volta impensabile, perché doveva essere nero. Personalmente, sono convinto che noi cattolici possiamo imparare tanto dalla teologia della Bibbia dei riformati.

Pensa che una riunificazione delle varie confessioni sia possibile?
Si sta già facendo tanto. Ad esempio ci incontriamo in occasione delle funzioni religiose. Dobbiamo anche capire che cosa vuol dire unità. Significa che tutte le confessioni non cattoliche si devono sottomettere al papa oppure c’è la possibilità di una unità nella pluralità? Si discute molto su questo aspetto. Con il papa attuale mi sembra si cerchi di trovare sempre più ciò che ci accumuna piuttosto che quello che ci divide.

Permangono però le differenze teologiche.
Sì, ma mi lasci fare un paragone. Nella Svizzera abbiamo tanti cantoni, che sono molto diversi fra loro, ma tutti fanno parte della Confederazione. E questo funziona.

Cattolici o riformati, di fatto i fedeli cristiani in Svizzera sono sempre meno. Ha potuto costatarlo nella sua attività?
Sì, eccome! Quando nel 1987 sono arrivato a Güttingen, sul Lago di Costanza, per avere un posto alla messa di Natale di mezzanotte si doveva arrivare mezz’ora prima. Oggi, purtroppo, questo problema organizzativo non si pone. La realtà è che questa tendenza è ormai diffusa in tutti paesi industrializzati.

Come la vivono i preti?
Conosco preti che fanno molta fatica. Personalmente sono più rilassato. Perché se guardiamo la storia della Chiesa vediamo che ci sono sempre stati sviluppi di questo tipo. Ma la tendenza è chiara, la riduzione di fedeli nelle chiese è massiccia.

Siamo nel periodo di Natale. Cosa significa per lei l’Avvento?
Un po’ egoisticamente pos
so dire di essere contento quest’anno di non dover pensare alla predica, visto che ho lasciato l’incarico nella parrocchia di Altnau. Ho tenuto prediche per 40 anni a Pasqua e 40 anni a Natale. Dunque, sento un certo sollievo.

E oltre a questo sollievo?
Constato che negli ultimi anni il periodo di Natale viene vissuto in modo molto emozionale, con una pressione fortissima. Ho il regalo giusto? Come possiamo essere felici in questi giorni? Per tanti è un periodo difficile.

Colpa del consumismo?
Non del tutto. Ho l’impressione che sia sempre più difficile soddisfare certi desideri. Come se ci fosse un imperativo categorico ad essere felici.

Il suo consiglio per passare bene queste giornate festive?
Prima di tutto prendere coscienza che ci possono essere delle difficoltà, ma soprattutto diminuire le aspettative. Accontentarsi di poco.

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Nato nel 1946 nel Canton Sciaffusa, Erich Häring ha studiato teologia a Salisburgo. È stato parroco ad Altnau (Canton Turgovia). Nel novembre del 2017 ha ricevuto il premio per la miglior predica dalla Federazione delle Chiese evangeliche della Svizzera. Un predica «breve, divertente e profonda» si dice nella laudatio. Il testo è consultabile su www.sek.ch


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