Piazza di Viglio, Collina d'Oro ©FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Viglio, un museo a cielo aperto

Un grappolo di case colorate, tra l’oratorio settecentesco e i palazzi dei Triaca. Uno scrigno in un’atmosfera silenziosa e bucolica. Voci e testimonianze, con un po’ di nostalgia. - ROCCO NOTARANGELO

Una cartolina da depliant turistico, con le case colorate, l’oratorio, la pavimentazione di sanpietrini rossi e i cipressi “alti e schietti”. Così si presenta Piazza S. Giovanni Evangelista a Viglio. Di più, uno spazio ovattato, da meditazione zen, se non fosse per il ronzio della vicina autostrada… Il villaggio, frazione del comune “diffuso” di Collina d’Oro, 113 abitanti all’anagrafe e un grappolo di case tra il laghetto di Muzzano e il Ceresio, è una piacevole scoperta per curiosi e turisti.

«In realtà, il nucleo è rimasto uguale a come quando ero piccola. Anzi, oggi è più bello, perché tutto ristrutturato, dalle facciate delle abitazioni alla chiesetta di S. Giovanni» racconta Adele Gianini-Bernasconi, classe 1931, nata e cresciuta nella casa avita che dà sulla piazza, con i ballatoi di legno, l’orticello e la vigna. L’ottuagenaria sfodera una formidabile memoria sul suo passato remoto: «Da bambina la piazza era terra e prato, non c’erano i cubetti di granito. Con le mie amichette ci divertivamo al “gioco del mondo”, con la corda, o “a battaglia”, una specie di pallavolo senza rete. Ma il mio ricordo più intenso è quando, in maggio-giugno, all’imbrunire raccoglievamo le lucciole in una scatoletta per goderci il loro luccichio; e poi, prima di andare a letto, le liberavamo». Una reminiscenza che avrebbe commosso Pier Paolo Pasolini, autore nel 1975 del famoso “articulo mortis” delle lucciole sul Corriere della Sera. Piazza di Viglio, Collina d’Oro, da drone © FOTOPEDRAZZINI.CH - Spherical Image - RICOH THETA

Piazza di Viglio da drone (© FOTOPEDRAZZINI.CH) - Spherical Image - RICOH THETA



Il piano bar negli anni Ottanta
Piazza San Giovanni Evangelista è il salottino del villaggio, ben arredato. Ma senza voci e persone. «È tranquilla perché siamo pochi» afferma come per giustificarsi Franco Giudici, 62 anni. «Da bambino Viglio contava una sessantina di abitanti e vedevo un po’ di movimento soprattutto a maggio per il rosario alla Madonna. Ricordo che solo negli anni ’80 la piazza si animò di gente, soprattutto di luganesi, per l’apertura di un piano bar; e tra gli intrattenitori c’era anche Flavio Maspoli (fondatore della Lega dei Ticinesi, ndr). Oggi, nessuno si avventura ad aprire un bar. La piazza è un bel museo a cielo aperto. E per me va bene così».

La fontanella dell’oratorio
«Sì, la piazza è una bella bomboniera, senza vita» afferma con un po’ di amarezza la signora Adele. «E pensare, però, che un tempo c’era un’osteria e anche una bottega con generi alimentari. Da ragazza ci venivo a prendere la gassosa e nella bella stagione ci sedevamo all’aperto. Oggi i turisti possono dissetarsi solo alla fontanella dell’oratorio».

Franco Giudici, appoggiato alla fontanella dell’oratorio, ama il silenzio della piazza.

Insomma, piazza San Giovanni non è l’agorà che pulsa energia e vita. Eppure, o forse, sta proprio in questo il suo fascino ipnotico. Anche grazie a due opere architettoniche, che fanno da cornice: l’oratorio di S. Giovanni Evangelista, che dà il nome alla piazza, e le case Triaca, sede del centro terapeutico Villa Argentina.

La chiesetta è un piccolo gioiello del XVII secolo di scuola lombarda, dalle linee sobrie e distinte. «Da alcune generazioni a curarla è la mia famiglia», sottolinea con orgoglio la signora Gianini. «Già mia nonna Assunta aveva le chiavi, poi passate a mia mamma Rita, da lei a me e ora a mia figlia Elena. L’appuntamento più importante è il 27 dicembre, giorno di San Giovanni evangelista. La cappella si riempie di gente per la messa. Altrimenti, a maggio, il mese del rosario. Ricordo che ci riunivamo una ventina di donne pie a pregare davanti alla statuina della Madonna».

Adele Gianini-Bernasconi, classe 1931, apre la porta dell’oratorio.

«L’oratorio è la testimonianza religiosa e artistica del nostro passato» precisa Americo Bottani, 73 anni, presidente del consiglio parrocchiale di Sant’Abbondio Gentilino-Montagnola. «La mia passione-missione è valorizzare i sei oratori presenti nella parrocchia. Io sono particolarmente affezionato a quello di Viglio, anche se mi rammarica che l’esterno, originariamente a nudo, con i mattoni a vista, sia stato completamente intonacato nel restauro del 1991. Una violenza estetica, sebbene il color giallo tenue si integri nel cromatismo della piazza». La cappella merita di sicuro una visita, per ammirare la tela del Settecento raffigurante San Giovanni Evangelista con un martire e la Madonna e un dipinto dello stesso secolo dedicato alla “Sacra famiglia con S. Giovannino”.

Americo Bottani mostra i due dipinti del Settecento dell’oratorio.

Le ex case Triaca
Sul lato destro della piazza, come un fondale di teatro, si manifestano nella loro rusticale bellezza le ex case Triaca. Sono due palazzi affiancati, le cui facciate sono tutelati come beni culturali del Cantone. Uno, più modesto, del Settecento, è impreziosito dall’affresco di una Pietà sulla facciata, l’altro, più signorile dell’Ottocento, spicca per il porticato, le colonne e il soffitto di legno. Ma perché il nome Triaca? Mario A. Radaelli, nel libro Storia e storie della Collina d’Oro (ed. Gaggini-Bizzozzero, 1977), racconta che Triaca era «una gran famiglia» di origini milanesi e nobiliari, che si trasferì a Viglio durante il Risorgimento, «pare nel 1848».

Sopra: Il fantasmagorico trompe-l’oeil sulla parete di fronte all’entrata delle ex case Triaca.

Dal 1994 questi immobili, ottimamente restaurati, ospitano il centro terapeutico di Villa Argentina, una struttura sanitaria con 15 tossicodipendenti in cura e laboratori di falegnameria, giardinaggio, orticoltura. Come è il rapporto con la popolazione? «Non abbiamo mai avuto problemi. I “vigliesi” conoscono la situazione dei nostri pazienti. Anzi, molti vengono da noi per acquistare legna da ardere o per lavori di restauro e di falegnameria» spiega Mirko Steiner, sessant’anni, psicologo e direttore del centro. Che esprime anche il suo legame con le case Triaca e la piazza. «Qui si respira antichità, c’è la storia del villaggio. Quando sono un po’ giù di corda alzo gli occhi sul soffitto stuccato del mio studio, con la scena di maternità del XVIII secolo, e ricevo bellezza e tranquillità» confessa il direttore. «Se devo scegliere, però, del palazzo mi piace soprattutto il patio, all’entrata, perché dà un senso di ospitalità, di casa. In particolare d’inverno. Ci si può sedere protetti e farsi ammaliare dal fantasmagorico trompe-l’oeil sulla parete di fronte, con finte finestre, porte, archi e graffiti, mentre la piazzetta è avvolta in un silenzio irreale». Da cartolina.

Mirko Steiner, direttore del centro terapeutico Villa Argentina, nel porticato dell’entrata delle ex case Triaca.

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