Il vigneto Balavaud a Vétroz, nel Canton Vallese. (Foto: Nicolas de Neve)

Vigne senza chimica

Con metà della superficie coltivata certificata biologica, la tenuta viticola Jean-René Germanier, in Vallese, risponde alla crescente domanda da parte degli estimatori di vini bio. – SOPHIE DUERRENMATT

Sono due. Due ingegneri enologi. Due cuori che battono all’unisono alimentati dalla stessa passione. Due uomini di ferme convinzioni che vigilano sulla tenuta Jean-René Germanier con la stessa attenzione con cui si tiene d’occhio il latte sul fuoco. Jean-René Germanier (58 anni) e Gilles Besse (51 anni), rispettivamente zio e nipote, rappresentano la terza e la quarta generazione di una famiglia di viticoltori che si occupa della tenuta fin dal 1896. Sono oramai alcuni anni che qui si producono anche vini biologici. «La parcella di 7000 metri quadri di Amigne sulla quale ci troviamo attualmente è quella che ha permesso di proporre il nostro primo millesimato bio. Era il 2013», sorride Gilles Besse.

Il costo del lavoro manuale
Oggi non meno di 25 ettari distribuiti tra i comuni vallesani di Vétroz e di Vollèges  sono coltivati in maniera biologica o stanno per essere convertiti a tale metodo di coltivazione: «Occorrono tre anni perché si compia il passaggio da una vigna cosiddetta tradizionale a una vigna bio», precisa Jean-René Germanier. «In realtà, coltiviamo tutti i 50 ettari della nostra tenuta con prodotti omologati bio, ma solo la metà di essi sono certificati». In virtù delle sue peculiarità geografiche, il Vallese è infatti ricco di vigne frazionate in piccole parcelle. Essendo l’intervento manuale l’unica soluzione in questi casi, la mole di lavoro necessaria sarebbe colossale. «Finanziariamente non sarebbe sostenibile, a causa di costi di produzione enormi. Preferiamo pertanto convertire le vigne tradizionali in vigne bio soltanto sulle parcelle di una certa grandezza che consentono di lavorare il suolo in maniera meccanizzata». Pare, d’altra parte, che lo sviluppo tecnologico permetterà presto di coltivare in maniera biologica anche le piccole superfici. «Sulla falsa riga dei tosaerba solari autonomi, stanno per essere sviluppate delle macchine in grado di raschiare da sole il suolo. Sarebbe un grande passo avanti che ci permetterebbe di estendere la coltivazione bio certificata a tutta la tenuta», rileva Gilles Besse.


Gilles Besse e Jean-René Germanier, rispettivamente nipote e zio.

Esplosione della domanda
Allora perché scegliere la strada – spesso e volentieri difficile – della coltivazione bio? «È una forma di riconoscenza. Ci eravamo già molto vicini, da moltissimi anni applicavamo la lotta integrata e l’idea era di passare alla tappa successiva», sottolineano i due viticoltori. «È anche una questione di fiducia». Nel Canton Vallese gli insetticidi sono già soggetti a molte restrizioni. C’è invece ancora molto da fare sul fronte dei fungicidi. «Nella coltivazione biologica ovviamente non si utilizzano sostanze chimiche. Una certificazione permette però di fugare ogni dubbio». Perché occorre dirlo, da poco i vini bio conoscono una crescita esponenziale della domanda. «Il consumatore è sempre più sensibile al vino bio. Una richiesta c’è sempre stata, ma restava più o meno marginale. Ora la domanda sta conoscendo una vera e propria esplosione». Ma quale differenza di rendimento comporta il passaggio dalla coltivazione tradizionale a quella bio? «I primi anni la resa è un po’ inferiore, ed è dovuta al tempo che occorre per ultimare la conversione. Altrimenti è soprattutto nel caso di estati particolarmente calde che occorre fare attenzione che l’erba lasciata tra i ceppi non causi una concorrenza idrica troppo grande». 

Il “sistema delle api”
È impossibile menzionare Vétroz senza pensare immediatamente al suo vitigno più rappresentativo: l’Amigne. «Già trent’anni fa mi battevo perché questo antico vitigno fosse riscoperto, ci racconta Jean-René. L’identità locale doveva essere salvaguardata. All’epoca non restavano che 18 ettari coltivati ad Amigne in tutto il Vallese, di cui 12 a Vétroz. Oggi in Vallese gli ettari di vigna coltivata ad amigne sono 30». L’amigne di Vétroz AOC Vallese beneficia di una classificazione obbligatoria specifica: il “sistema delle api”, ovvero un’etichettatura che permettere di riconoscere i vini secchi e i vini dolci. Un’ape per un’Amigne secca (0-8 g/l di zucchero residuale), 2 api per un’Amigne equilibrata (9-25 g/l di zucchero residuale) e tre api per un’Amigne liquorosa (più di 25 g/l di zucchero residuale). Un sistema grazie al quale il consumatore sa sempre quello che sta scegliendo. Semplice ma efficace.



Creatività
Circa 800.000 ceppi, una ventina di collaboratori, 50 ettari coltivati in proprio su 160 consacrati alla viticoltura, la tenuta Jean-René Germanier è un nome di tutto rispetto nel settore vitivinicolo vallesano. «In questi ultimi venticinque anni siamo passati da 10 a 30 vini, di cui 3 bio. È un mondo molto creativo, dove occorre avere un’anima d’artista per intraprendere, osare, sorprendere» sorride Gilles Besse. Il cinquantunenne sa di che cosa parla, visto che da giovane era destinato a una carriera da musicista. «Facevo parte del collettivo Etat d’Urgence che ha fondato l’Usine a Ginevra. Suonavo il sax in un gruppo che si chiamava Les tontons flingueurs. Ci esibivamo in diversi luoghi alternativi della Svizzera romanda, ma anche a Berlino, Barcellona, Parigi. L’apice della nostra carriera l’abbiamo toccato con un concerto al Paléo Festival nel 1992! È solo a 24 anni che ho deciso di frequentare la scuola di Changins per poi raggiungere mio zio. Senza rimpianti e ancora oggi pieno di entusiasmo». Quanto a Jean-René Germanier, è sempre stato chiaro fin dall’inizio che si sarebbe dedicato alla viticoltura: «Contrariamente a Gilles, non ho mai avuto altre aspirazioni che quella della vigna. E oggi con il bio siamo chiamati ad affrontare nuove sfide. Appassionante, vero?».

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