Uno svizzero su tre si impegna in attività di volontariato, come l’ausiliario del traffico Michael Widmer, la scout Zora Rehm e l’arbitro Helmut Hornung (da sinistra).

Volontari, avanti tutta!

Tutto ciò che non si paga, non ha un valore. Un pregiudizio, soprattutto nei confronti del lavoro di volontariato. Una passione che i datori  di lavoro considerano sempre più qualificante.

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Uno svizzero su tre dichiara di fare attività di volontariato. Il dato è impressionante. I cittadini svizzeri lavorano volontariamente come presidenti di un’associazione musicale locale, allenatori di una squadra di calcio juniores, accompagnatrici nella caffetteria della casa di riposo per anziani, capi scout o ausiliari del traffico. Tutti hanno una cosa in comune: «La passione». Ad affermarlo è per esempio Michael Widmer (23). A 12 anni l’aspirante specialista doganale è diventato ausiliario del traffico e oggi è caposezione intervento presso il corpo degli ausiliari di Basilea. Ancora oggi l’impiego degli ausiliari volontari viene ricompensato con eventi conviviali e non con denaro, spiega Widmer. In molti altri corpi invece, i volontari ricevono una ricompensa in denaro. L’Ufficio federale di statistica ha calcolato che in Svizzera i volontari offrono prestazioni di lavoro pari a oltre 40 miliardi di franchi all’anno. Senza volontariato molto sarebbe estremamente costoso.

Volontariato gratificante
Il volontariato non è un bene solo per la società ma anche per chi lo pratica. Infatti, esso è riconosciuto da un attestato. Il dossier volontariato documenta le capacità della persona e il lavoro svolto come volontario. Un esempio valido è Erika Hofstetter (56), ex impiegata di commercio, ha lavorato per nove anni nell’associazione cantonale lucernese dell’Unione svizzera delle donne cattoliche. Nel ruolo di co-presidente ha guidato l’associazione cantonale che comprendeva 90 congregazioni e 30mila donne. Da cinque anni è anche vicepresidente nazionale. In questa funzione ha negoziato e stilato preventivi, ha gestito le scarse risorse a disposizione, ha promosso le relazioni dell’associazione con altre organizzazioni, come volontaria. Oggi lavora part-time come segretaria e fa parte del consiglio d’amministrazione di una società cooperativa.
Simile è la storia dell’ingegnere forestale Andreas Koenig (36), che da otto anni lavora per l’ufficio della Federazione svizzera delle associazioni giovanili (Fsag). «Al tempo la Fsag non cercava un ingegnere forestale», dice Koenig sorridendo. Ma grazie all’attività pluriennale di volontario per Pro Natura, dove ha tenuto corsi e guidato escursioni, ha ottenuto le qualifiche per occupare il suo posto attuale, documentate nel suo attestato d’attività. Inoltre, l’attività di volontariato gli è servita per il proprio sviluppo personale: prima era timido, oggi sa moderare una discussione.

Attestato di lavoro
Anche dal punto di vista dei datori di lavoro l’attestato d’attività suscita molta simpatia, afferma Nadine Gembler (45), capo del personale da Coop. «Non si trova spesso allegato ai dossier di candidatura – spiega –, ma noi lo consideriamo alla stregua di un attestato di lavoro». Nel vagliare le candidature, esibire delle qualifiche acquisite nel quadro di un’attività di volontariato costituisce un requisito preferenziale per gli aspiranti al posto di lavoro.
Tuttavia, ciò che spinge a fare volontariato non è l’attestato. «La maggior parte dei volontari vuole fare qualcosa di utile», spiega Andrea Biner, responsabile del Dossier volontariato presso Benevol. Marilù Zanella, coordinatrice della conferenza del volontariato sociale, conferma: «La motivazione è dettata dal bisogno di fare qualcosa per la società civile, ma c’è anche il bisogno di crescere personalmente, allargando le proprie esperienze, la rete di contatti, anche utile per la carriera professionale».


Che il volontariato dia la felicità non è certo, ma una cosa è sicura: le persone che lavorano e che in parallelo svolgono attività a titolo volontario godono di migliore salute. A questa conclusione è giunto un recente studio promosso dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (Fns), condotto dall’istituto di epidemiologia, biostatistica e prevenzione dell’Università di Zurigo. I ricercatori hanno constatato che la convinzione di fare qualcosa di utile per la società riduce i sintomi dello stress e aumenta il benessere fisico, emotivo e sociale.
Romualdo Ramos dell’équipe di ricercatori afferma: «Con il nostro studio non escludiamo la correlazione che le persone più sane siano più propense a praticare il volontariato, rispetto a quelle in peggiori condizioni di salute».
Marilù Zanella, coordinatrice della conferenza del volontariato sociale conclude: «Il volontariato deve avere un ruolo complementare e non sostitutivo. Gli standard svizzeri invitano a non superare le due mezze giornate di volontariato alla settimana, questo per non entrare in concorrenza con il lavoro retribuito».

Le testimonianze

Stefania Mercoli (57), formazione commerciale e in seguito
infermiera pediatrica, lavora a tempo parziale e dedica parte del suo tempo al volontariato. Il suo ambito è quello di misurare
la glicemia e la pressione alle persone anziane. «Do un grande valore alla mia attività di volontaria, soprattutto per quel
che ricevo in cambio. Il rapporto che si istaura con gli utenti che
ricevono la prestazione gratuitamente è genuino, spontaneo, informale e ricco di scambi. È molto gratificante quando
qualcuno ti dice “grazie per quello che fate”», racconta Stefania Mercoli. Da otto anni è volontaria presso la sede luganese della Croce rossa svizzera, dove è arrivata per sostituire una persona che partiva. Una grande opportunità: «Mettersi a disposizione
di altre persone è una scelta che accresce il proprio patrimonio personale e sociale». Ma l’attività di Stefania non si ferma
alla Croce Rossa, infatti da più di 15 anni è anche insegnante volontaria di arti marziali per una società sportiva.

«Insieme» della Croce Rossa Svizzera è
un luogo di incontro per i bambini della
scuola elementare, che frequentano per
la merenda, lo svolgimento dei compiti
scolastici, la possibilità di svolgere attività a loro adatte quali giochi, lavori manuali e animazione musicale. L’obiettivo è di
favorire la socializzazione. Le attività del centro sono seguite da personale specializzato e da volontari. Emanuele Soldati, 27 anni vi lavora come volontario: «Prima di impegnarmi ci ho pensato a lungo, ma volevo sperimentare qualcosa di nuovo aiutando gli altri.  Poi ho telefonato alla Croce rossa che mi ha subito dato la possibilità di mettermi a disposizione degli altri. I bambini che mi sono stati affidati sono quasi dei fratellini, che mi trasmettono tanta energia». Grazie al centro «Insieme», Emanuele ha abbattuto tutti i pregiudizi che aveva sulle attività di volontariato, ma soprattutto lo ha portato a riorientare il suo futuro professionale. Infatti, ora frequenta uno stage nella stessa struttura che gli aprirà la strada per seguire la formazione di educatore sociale alla Supsi.

Giovani, uomini e donne a disposizione della società civile

Oggi, cosa spinge una persona a diventare un volontario?
Le motivazioni sono diverse a seconda dell’età e delle esperienze di vita. C’è spesso la voglia di rendersi utili, di fare qualcosa per gli altri, di istaurare relazioni significative. Tra i giovani constatiamo  il desiderio di allargare le proprie esperienze e conoscenze.

Quali sono gli ambiti che differenziano l’età e il generedi volontari?
Gli uomini sono più rappresentati nel volontariato organizzato, cioè nelle associazioni, soprattutto in ambito sportivo e culturale, mentre le donne sono più attive nelle attività sociali e nell’aiuto spontaneo a vicini e conoscenti. I giovani, infine, sono più presenti nelle colonie estive e nelle attività con bambini e disabili.

Dal 2000 al 2013 il numero dei volontari è in calo. A cosa lo attribuisce?
Da studi in corso emergono vari fattori che spiegano questo calo. Il cambiamento delle strutture familiari e sociali e delle abitudini di vita, come pure la maggiore instabilità socio-economica che influisce sulla disponibilità delle persone verso il volontariato. Inoltre, le ricerche dimostrano che c’è più volontariato dove c’è più benessere. L’attuale situazione di disagio vissuta da più persone può spiegare, in parte, questa tendenza. Chi non sta bene non ha tempo per dedicarsi agli altri, perché deve prima risolvere i propri problemi.

L’esperienza di volontariato ha un valore per un datore di lavoro?
Sicuramente. Nella ricerca di personale, si valuta il percorso formativo e professionale, ma anche le esperienze acquisite in modo informale, nel tempo libero e nel volontariato.

Cosa porta con sé il volontario nel mondo del lavoro retribuito?
Le capacità acquisite o sviluppate a livello personale e sociale: assunzione di responsabilità, capacità di comunicazione, di collaborazione con altri; ma anche attitudini metodologiche o di gestione di un team.

I volontari conoscono l’attestato «dossier volontariato»? Lo richiedono spesso?
Il dossier volontariato svizzero è poco conosciuto e utilizzato
in Ticino, ma ci sono altre forme di attestazione e riconoscimento messe in atto dalle associazioni, e che vengono richieste soprattutto dai giovani, proprio nell’ottica di integrarle nella ricerca di un impiego.

Il «dossier volontariato» ha un valore per il mercato del lavoro?
Esso rappresenta una conferma e un riconoscimento delle esperienze e capacità acquisite e
permette di rendere visibili degli aspetti della personalità del candidato, che altrimenti non emergerebbero.

Una persona su tre fa volontariato, allora perché molte associazioni lamentano la scarsità di volontari?
È vero, il 33% di volontari sembra tanto, eppure le statistiche dimostrano che questa cifra cala anno dopo anno.

Vuol dire che prima o poi le associazioni non troveranno più volontari?
La tendenza è questa.

Questo è un problema per molte associazioni, come quelle musicali e sportive?
Questo se le associazioni non cambiano mentalità. Molte compensano oggi questa penuria sobbarcando di lavoro i volontari rimasti. Ovviamente si tratta di un atteggiamento pericoloso.

Cosa intende con cambiare mentalità?
I comitati direttivi devono cominciare a dirigere la propria associazione secondo i criteri dell’economia di mercato. Si potrebbe, ad esempio, istituire un ufficio che si assuma dei compiti amministrativi in grado di sgravare i volontari.

L’associazione calcistica di un piccolo comune non potrebbe permetterselo?
Non potrà evitarlo. Se non si riesce a trovare un capo che organizzi l’intero settore juniores, o quest’ultimo andrà chiuso o bisognerà istituire un ufficio competente e garantirne il finanziamento.

Con volontariato si intende un’attività non retribuita, ad orario limitato, che si svolge al di fuori del proprio nucleo famigliare. Tutte le spese sono coperte. La definizione è stata fissata nel corso di una tavola rotonda a cui hanno partecipato le maggiori organizzazioni di volontariato. È frutto di un consenso unanime e viene anche impiegata negli studi. Informazioni sul «Dossiervolontariato» sono disponibili su:

Testo: Thomas Compagno, Carmela Maccia

Foto: Heiner H. Schmitt, Sandro Mahler

Pubblicazione:
lunedì 14.12.2015, ore 00:00