Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, è nato a Roncocesi (Reggio Emilia) nel 1955.

Il nuovo cd di Zucchero

Adelmo Fornaciari ci racconta del suo nuovo album «Black Cat», ricco di temi sociali ed evocazioni maliziose, la collaborazione di Bono degli U2 e Mark Knopfler. — DIEGO PERUGINI

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È uno degli artisti italiani più popolari al mondo, con oltre 60 milioni di dischi venduti e decine di concerti tenuti in ogni dove. Una superstar, Zucchero, che però rimane coi piedi per terra e fedele alle sue radici, anche quando collabora con big stratosferici e vola lontano per incidere i suoi album. Così è accaduto per Black Cat (Universal), creato, ideato e scritto nella sua «Lunisiana Soul», dimora agreste a Pontremoli, in Toscana, ma registrato nel profondo Sud degli Stati Uniti con tre produttori d’altissimo livello come T Bone Burnett, Brendan O’ Brien e Don Was. È un cd dove ritroviamo lo Zucchero pimpante e scatenato del passato, ma con la maturità e la saggezza dei sessant’anni, unite a suoni ricercati e suggestivi. Partenza a tutto ritmo col trittico Partigiano Reggiano, 13 buone ragioni e Ti voglio sposare, poi arriva la prima ballata, Ci si arrende, con la chitarra «National» di Mark Knopfler, ex leader dei Dire Straits, in evidenza. L’anno dell’amore e La tortura della luna rimandano alle goliardie sexy-soul di un tempo, mentre Hey Lord vanta toccanti accenti folk-gospel. Quindi Terra incognita, venata di dolce malinconia e con un bel crescendo finale. La conclusione è affidata a Voci, robusta ballata folk-pop, e all’intensa Streets Of Surrender (S.O.S.), composta con Bono degli U2. Un lavoro convincente, che Zucchero presenterà in un «world tour» che partirà con 10 date all’Arena di Verona, dal 16 al 28 settembre, e toccherà anche Zurigo (31 ottobre e 1° novembre) e Ginevra (2 novembre). Ecco la nostra intervista.

Zucchero, partiamo dal titolo: perché proprio il gatto nero?
Da noi il gatto nero porta sfortuna, ma per gli afroamericani è di buon auspicio. Poi il gatto è un animale libero e selvatico, che si fa i fatti suoi. E io sono un po’ così. Inoltre questo è il disco più nero della mia carriera, a livello di suono. Ho fatto un lungo tour negli Usa, toccando anche il Sud e l’ispirazione è venuta da quelle atmosfere. Mi sono immaginato i campi di cotone, le catene dei prigionieri, poi sono arrivati film come 12 anni schiavo e Django Unchained. Volevo un sound che rispecchiasse tutto ciò, le canzoni sono partite da lì.

Di dischi lei ne ha fatti tanti: come definirebbe «Black Cat»?
Anarchico. Nel senso di libero. Sono tornato allo spirito degli inizi, a quando non avevo niente da perdere e scrivevo senza pensare alle classifiche o a se funzionerà in radio. È vero, essere primi fa piacere e chi lo nega dice delle gran balle, ma non deve diventare un’ossessione. Così sono andato a ruota libera: ho 60 anni e, in fondo, anche adesso non ho niente da perdere.

 I testi spaziano da temi sociali a momenti più leggeri. E un po’ maliziosi...
Il dualismo fra diavolo e acquasanta è parte di me. Parlo di sesso in modo esplicito, perché quando ci vuole ci vuole. Poi magari mi butto nella poesia o affronto temi sociali. In Hey Lord racconto dei nuovi emarginati di questo esodo biblico, mentre Bono in Streets Of Surrender ha scritto un testo ispirato alle stragi di Parigi, che è diventato un messaggio d’amore e di pace universale.

E il singolo «Partigiano Reggiano»?
Viene dai racconti sulla Resistenza di nonni e genitori. Ho sempre visto il partigiano come un eroe romantico che lascia la famiglia per combattere per una buona causa. Ma c’è anche un riferimento all’attualità, rivolto ai giovani: mi piacerebbe fare lo zio dei ragazzi, allevare dei piccoli partigiani armati di ideali e pronti a lottare per cambiare il mondo.

Come sarà il live?
Ci penserò in estate. Dovrò trovare la band giusta per questi suoni; sul palco saremo in tanti, 13 o 14. E non mancheranno gli ospiti speciali.

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