Sting, al secolo Gordon Matthew Thomas Sumner (65 anni), in concerto a Las Vegas qualche settimana fa. (Foto: Ethan Miller/Wirelmage)

Sting: «Alcol e droga, il nostro è un mestiere a rischio. Ma io...»

La star torna con un bellissimo disco rock e di musica impegnata. Incontro con il cantante e attivista inglese: «La mia strategia è quella di essere sempre ottimista». — MIGUEL CID

Perché nell’album «57th & 9th» fa ritorno al rock?
Per sorprendere.  Negli ultimi dieci anni ho fatto solo dischi esoterici e curiosi e penso che la gente si aspettasse che avrei continuato nella stessa direzione. A me, quando ascolto musica, piace essere stuzzicato; per questo con le mie nuove canzoni ho voluto stupire un po’ il pubblico.

Lei riesce ancora a stupirsi dopo tutti questi anni?
La musica è per me una fonte forte di stupore. Desidero diventare un musicista sempre più bravo e per questo mi sforzo costantemente di imparare. È un cammino che non finisce mai e io sono intenzionato a percorrerlo fino a quando ne sarò capace.



Per comporre il suo più grande successo «Every Breath You Take» si era ispirato a un sogno. E oggi dove trova l’ispirazione?  
Per uno come me è importante uscire dalla zona di comfort. La mia è una vita molto comoda; ogni giorno mi reco al lavoro a piedi. Il mio studio si trova infatti a una quindicina di isolati dal mio appartamento e io ci vado a piedi con la chitarra in spalla. Quando scrivo a casa, mi obbligo a restare seduto in terrazza, al freddo, finché ho finito una canzone. Lavorare durante la manicure o un massaggio non produrrebbe gli stessi risultati.

Nel suo nuovo disco, viaggiare è un tema centrale. Perché?
Probabilmente io ho viaggiato più di qualsiasi persona sulla terra o almeno più di un pilota di linea con 45 anni di volo all’attivo. In questo album la mia canzone più personale è senza dubbio «Heading South On The Great North Road». The Great North Road è la strada principale per uscire da Newcastle. Se sei alla ricerca di una vita diversa, devi prendere questa strada e dirigerti verso Sud. È quello che ho fatto io e che hanno fatto anche Mark Knopfler e Brian Johnson, due altri musicisti della mia città. Siamo partiti in cerca di fortuna e alla scoperta di noi stessi.

Dove la portano i suoi viaggi? A dimenticarsi di se stesso?
Mi reco spesso in India e in Nepal. Mi piace percorrere la strada dei pellegrini. Ho camminato fino alle sorgenti del Gange e della Yamuna, nel massiccio dell’Himalaya. E ho dormito ai bordi della strada, fra gli altri pellegrini che non avevano idea di chi io fossi. Durante questo tipo di esperienze mi dimentico di essere una rock star e di essere famoso. A volte è un vero sollievo! Anche se mi piace essere quello che sono e mi sento anche riconoscente, a volte ho bisogno di prendere una vacanza da me stesso.



Nel suo nuovo album, la struggente ballata «Inshallah» evoca la questione dei migranti. Qual è la sua opinione in merito?
Non ho una soluzione politica al problema. Non credo che la questione dei migranti si risolva presto, almeno non prima che cessi la guerra. Le persone che fuggono hanno il diritto di essere protette. Per chi vive in Africa, nella povertà più assoluta, è normale voler fuggire. Salire su un barcone dalla Libia per l’Italia o dalla Turchia per la Grecia. L’unica soluzione che vedo è sviluppare in noi la comprensione per i migranti e le loro vicende. Bisogna dare un volto a queste cifre astratte, mettersi al posto di chi scappa – tu, tua moglie e i tuoi figli a bordo di un barcone per sfuggire al pericolo di morte. Nella mia ballata cerco di immaginare quali sentimenti susciti tutto ciò.

Da oltre 30 anni lei si impegna a favore dei diritti umani. Le capita di scoraggiarsi davanti a ciò che accade nel mondo d’oggi?
Nella vita la mia strategia è quella di essere ottimista. Non l’ho mai cambiata e penso che sia l’atteggiamento migliore da adottare, anche se rimanere ottimisti diventa sempre più difficile.

Pensa che la situazione sia davvero peggiorata rispetto a dieci o venti anni fa, oppure è solo questione di prospettiva?
Possiamo vedere le cose in due modi diversi. Oggi riceviamo molte più informazioni essendo collegati con il mondo intero e i media. Sappiamo in tempo reale cosa succede nel mondo, mentre in passato migliaia di persone potevano morire senza che nessuno lo sapesse. È possibile che oggi vi sia effettivamente meno violenza nel mondo e che abbiamo raggiunto un livello superiore di civiltà. Forse aberrazioni come la guerra in Siria sono solo un passo indietro lungo il cammino del progresso che avanza. Questa è la mia risposta ottimista. La mia risposta pessimista è invece che il mondo va  in malora! E io non posso farci nulla, tranne cantare le mie canzoni.

Dove si sente a casa?
Dove ci sono mia moglie e i miei figli. Vale a dire a New York, ormai da un decennio. Ma ho vissuto a lungo qui. Sono tuttora cittadino britannico e ho votato per far restare la Gran Bretagna nell’Unione europea. Penso che la Brexit sia un errore. Detto questo, mi piace la nostra monarchia costituzionale. La regina non ha nessun potere e nessuna dote speciale; rimane un simbolo, una rete di salvataggio costituzionale che impedisce al governo di diventare troppo potente. Penso che sia una persona molto umile.

In «50.000» torna insistentemente sulla morte e l’immortalità…
Parlo del tema dal mio punto di vista: quello di una rock star che ha alle spalle la maggior parte della propria esistenza e vede i suoi colleghi morire. Quest’anno ne sono mancati molti e questo mi ha fatto riflettere seriamente sul mio essere mortale.

Le è capitato di mettere in guardia dei colleghi ad alto rischio contro i pericoli che stavano correndo?
Ho lavorato a stretto contatto con persone che erano ad alto rischio a causa dell’uso di alcol e droga o per il loro stile di vita. Abbiamo discusso di questi problemi, delle dipendenze e delle cose che ti fregano nella vita. Parlare di questi argomenti è il mio compito come leader di un gruppo. Ma certo non potevo chiamare Prince e dirgli «smettila di prendere queste medicine». È un dramma. Il nostro è davvero un mestiere ad alto rischio.

Lei ha potuto evitare le tentazioni e i rischi del mestiere?
Non sono stato al riparo da tutti questi pericoli, ma fortunatamente non sono un tipo soggetto alle dipendenze. L’unica mania che conosco è il lavoro. È in esso che sublimo le mie ossessioni.

Dal suo debutto nel 1977, ha all’attivo oltre 100 milioni di album venduti come solista e con la sua band The Police. Oggi, a 65 anni, il cantate e musicista è un’icona del pop britannico. Dopo diversi dischi sperimentali, torna con un album pop-rock che promette un grande successo. Il titolo « 57th & 9th »fa riferimento all’incrocio di New York – fra la 57a Strada e la 9a Avenue – che il musicista attraversa tutti i giorni per recarsi in studio. L’autore di «Englishman in New York» abita da diversi anni a Manhattan con la moglie e i quattro figli. 

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