Michelle Hunziker è tornata di recente alla televisione tedesca con “It’s Showtime”. Qui è con il collega della giuria Michael “Bully” Herbig.

«Buon giubileo, cara Supsi»

Il direttore generale Franco Gervasoni traccia un bilancio dei vent’anni trascorsi e presenta i progetti futuri. A cominciare dai nuovi campus. — ISABELLA VISETTI

Lei è in Supsi fin dalla sua costituzione: che avventura sono stati questi primi vent’anni?
È stata un’esperienza affascinante e arricchente soprattutto per i rapporti umani: ho conosciuto tante persone straordinarie, studenti, studentesse, colleghi e colleghe. Sono entrato in contatto con culture e settori professionali molto diversi. Insomma, sono stati anni ricchi di stimoli che mi hanno fatto conoscere la società in cui viviamo.

Non capita tutti i giorni di creare un’università professionale...
Sì, è stata una grande opportunità. Si è partiti dalle fondamenta, ereditando scuole di qualità alle quali si doveva dare una nuova dimensione. Io, allora, ero solo un docente, ma si respirava la voglia di costruire e modellare. La progettualità in Supsi non è mai mancata, la si tocca con mano anche ora in tutti gli ambiti, nei campus e in cantiere, e influisce anche sulla passione che tutti noi mettiamo nel nostro lavoro.

Lei è un ingegnere, ha insegnato alla Scuola tecnica superiore (Sts) e poi alla Supsi: è rimasto folgorato dal mondo della formazione?
In un certo senso sì, ho trovato affascinante la relazione con gli studenti. Inizialmente, ho svolto le due professioni a metà tempo. Ma quando si è trattato di scegliere, sul piatto della bilancia ha pesato di più il desiderio di  trasmettere il sapere e di contribuire a formare le nuove generazioni.


E come è stato farlo in un’università dell’esperienza, come si definisce la Supsi?
Quando ero docente e, in parallelo, libero professionista mi piaceva molto portare in aula le esperienze che facevo quotidianamente svolgendo il mio lavoro. Era bello vedere come gli studenti apprezzavano questo carattere empirico e concreto, di vita vissuta. Il legame intenso tra pratica e teoria è un aspetto che in Supsi si ritrova in tutte le discipline e in tutti i settori, è il nostro tratto distintivo.

Vi definite anche un’università “attiva nella creazione di reti”: cosa si intende?
Questa è una componente che abbiamo sottolineato molto nella nostra nuova strategia. Oggi c’è una forte necessità di creare reti di competenza per affrontare in modo interdisciplinare temi sempre più complessi; ma anche di sviluppare reti territoriali con la politica e con le organizzazioni che fanno capo a noi per la formazione e la ricerca. Dobbiamo essere capaci di fare rete in tutta la Svizzera, “sfruttando” il nostro bagaglio e il nostro profilo. Con umiltà e modestia, ma consapevoli che dalle collaborazioni che riusciremo a creare usciranno le soluzioni migliori per il futuro.

Reti territoriali e internazionali: quanto è difficile intrecciarle?
È molto più facile di quello che sembra. Il nostro obiettivo è di essere inseriti in una rete globale per trasferire, a livello locale, le competenze scientifiche, le opportunità di scambio e di mobilità. Ci vediamo come un’antenna ben radicata nel nostro territorio, capace di captare quello che si sta muovendo nel mondo e fare da ponte, e analizzare le loro ricadute locali.

Quali le specificità di Supsi rispetto alle consorelle della Svizzera tedesca e francese?
Una è di essere immersi in una cultura italofona, in una posizione geografica strategicamente interessante al confine con l’Italia. Per questo ci definiamo anche un’università professionale di cultura latina. A livello di contenuto, ci sono materie dove questa “latinità” si sente molto, in altre meno.

Dove si percepisce in modo evidente?
Ad esempio, siamo in una rete nazionale sulla conservazione e il restauro e ci occupiamo di superfici architettoniche intese come affreschi, dorature, stucchi: questo incarico è evidentemente legato alla nostra cultura territoriale. Un altro esempio: con l’Usi e l’Alta scuola pedagogica di Coira stiamo sviluppando, all’interno del nostro Dipartimento formazione e apprendimento (Dfa), una cattedra disciplinare per l’insegnamento della lingua italiana. Anche in questo caso la nostra connotazione territoriale gioca un ruolo fondamentale all’interno della Svizzera. O ancora, nel mondo del design, la nostra vicinanza con la Lombardia ha un impatto sulla nostra offerta formativa.

Dunque l’italiano e l’italianità sono una forza?

In molti ambiti sì, senza però nascondere che, per certe nostre attività, quando vogliamo attrarre studenti da Oltregottardo, la lingua è un fattore che ci penalizza nella concorrenza con altre del paesaggio universitario svizzero.

Molti concordano che il progetto Supsi sia andato al di là delle più rosee aspettative: quali gli ingredienti di questo successo?
Fondamentalmente due. Il primo è la nostra missione: il fatto di fare formazione, formazione continua, ricerca applicata e di offrire servizi ci colloca in una relazione privilegiata con il mondo professionale. Grazie a questa relazione abbiamo potuto dimostrare la nostra utilità e la nostra  concretezza nello sviluppo di nuovi percorsi formativi e nel trovare risposte a diverse esigenze. Il secondo ingrediente è la qualità delle persone che hanno lavorato per la Supsi, che hanno creduto fino in fondo al nostro progetto. La chiave del nostro successo è fare cose importanti con persone preparate ed entusiaste.

Qual è il vostro rapporto con l’Usi?
Abbiamo ruoli diversi, che dobbiamo valorizzare sia per il territorio sia per la comunità scientifica. Non facciamo le stesse cose e dobbiamo continuare a profilarci in modo complementare per avere successo. Occorre rafforzarsi come polo universitario, perché la tendenza in Svizzera e in Europa, non è più solo la concorrenza fra scuole, ma fra territori. In questo senso, insieme Usi e Supsi sono molto più forti che singolarmente. Abbiamo già diversi progetti di collaborazione che funzionano molto bene. Presto avremo anche una vicinanza logistica ai campus di Mendrisio e di Viganello, che favorirà le nostre sinergie e la nostra cooperazione, in cui io credo molto.

Il campus di Mendrisio è partito, segue a ottobre Viganello e fra qualche anno Lugano-Stazione: che importanza hanno i campus?
Se siamo riusciti a fare quello che abbiamo fatto in questi vent’anni nei luoghi dove lavoriamo ora, con i campus il salto di qualità sarà incredibile. Saranno fondamentali per la riconoscibilità, perché con una sede ben definita ci si radica nel territorio, ma anche nella testa della gente; e soprattutto per la funzionalità. Solo con una sede moderna e all’avanguardia si è attrattivi per studenti e ricercatori. Queste tre nuove sedi saranno facilmente accessibili, un aspetto non trascurabile per chi, come noi, offre anche formazione continua, svolta spesso dopo il normale orario di lavoro o la sera.

Per finire, cosa ci sarà nel suo futuro come direttore?

Il mio futuro da direttore è deciso dal Consiglio della Supsi... Gli stimoli vengono in ogni caso dalla progettualità e dalla capacità della Supsi di innovarsi, di reagire con prontezza ai cambiamenti. E poi, non lo nego, i campus suscitano in me una grande curiosità: non vedo l’ora di lavorare in una situazione logistica nuova, concepita proprio per noi.

La Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi), nata l’11 marzo 1997, conta 950 collaboratori, 4.700 studenti Bachelor e Master, 7.700 partecipanti ai corsi di formazione continua e un volume di 29 milioni di franchi per attività di ricerca e servizi. Per il giubileo, la Supsi propone una serie di iniziative ed eventi. Info: www.supsi.ch/go/20anni

Commento (0)

Grazie per il vostro commento.

Questo commento ha un contenuto sgradevole?

Il testo sarà controllato ed eventualmente modificato o bloccato.

Il vostro commento

Non avete ancora scritto il commento.

Questo campo deve essere compilato. Grazie.

Campo obbligatorio
Questo campo deve essere compilato. Grazie.










Si prega di commentare nel rispetto della nostra netiquette e degli altri utenti.


ARTICOLI IN EVIDENZA



Un operatore sociale
con la videocamera

Il documentarista luganese Olmo Cerri ci parla del suo particolarissimo lavoro di ricerca sull’immigrazione italiana in Ticino.


*****

Il figlio di Ivan Graziani
si fa strada

Ecco Sala Giochi, il secondo album di Filippo, 36enne che cerca di seguire le orme del papà. Con discreto successo.

*****





Login con il profilo di Cooperazione

Chiudere
Fehlertext für Eingabe

Fehlertext für Eingabe

Dimenticato la password?