Pirmin Schwegler (30 anni), centrocampista, gioca nell’Hannover 96. (Foto: freschfocus)

«Così da bimbo ho vinto la leucemia»

Giornata della buona azione: la commovente storia del calciatore lucernese Pirmin Schwegler, da anni protagonista in Bundesliga. — ANDREAS SCHMID

Pirmin Schwegler, la Bundesliga è diventata noiosa. Il Bayern Monaco sembra abbonato al titolo di campione. Sarebbe ora che un altro club lo scalzasse dal podio. Sarà il suo Hannover 96?
No, non è ancora nelle nostre intenzioni lanciarci in una simile impresa…

Eppure il Leicester in Inghilterra è la prova che le favole possono diventare realtà.
Vero, ma il nostro obiettivo è restare in Bundesliga, che è di per sé un’impresa già abbastanza complicata. Per questo siamo felici di aver iniziato la stagione alla grande.

Mentre lei è passato “a parametro zero” all’Hannover 96, il collega Neymar è stato acquistato dal Paris Saint-Germain per 222 milioni
di euro. Non sente nessun complesso d’inferiorità quando sente queste somme?
Per niente, perché per me l’importante è giocare in un club d’alto livello. Su tutto il resto non ho alcun potere. Questo non toglie che non mi stupisca per le cifre inaudite pagate nel calciomercato. E mi chiedo dove finiremo di questo passo.

Prima o poi i tifosi volteranno le spalle ai calciatori professionisti…
In realtà, negli ultimi anni è accaduto il contrario: il calcio, specialmente in Germania, è ancor più seguito. Complice anche il fatto che oggi lo si può guardare praticamente ogni sera. Purtroppo.

Perché purtroppo?
Perché ogni sera, dal lunedì alla domenica, mi ritrovo incollato alla tv a guardare una qualsiasi partita. Mia moglie non fa altro che ripetermi ogni volta la stessa battuta. E ha ragione, a volte esagero.

In un’intervista ha dichiarato di guardare il calcio con altri occhi. Che intendeva dire?

Anche alla luce del mio vissuto, ne ho passate tante e so che a volte la vita prende svolte inaspettate. Nel bene e, purtroppo, anche nel male. Sono molto contento del riconoscimento che otteniamo dopo ogni buona prestazione; lo apprezzo mille volte più di un commento positivo per un tweet o per una foto su Instagram. Non devo avere i riflettori puntati addosso ed essere una star. Mi interessa poco di quale macchina guida questo o quel calciatore e quanti follower ha.

Dal 2006 gioca in Bundesliga. Com’è cambiato il calcio in questi undici anni?
È diventato più fisico. E il corpo si riposa di meno. Gli spostamenti sono più lunghi e arrivano persino all’Asia, dove le società cercano nuovi sbocchi. Forse anche per questo sono aumentati gli infortuni, sebbene l’assistenza medica sia migliorata tantissimo. Mi accorgo su me stesso di come i requisiti fisici siano aumentati: oggi ho bisogno di molto più tempo per riprendermi dopo una partita. Il giorno dopo non faccio altro che restare stravaccato a casa. Anche dal punto di vista mentale ho bisogno di tempo per ritornare alla normalità. Dopo una partita, mi capita spesso di passare la notte insonne, perché devo ancora elaborare la tempesta di sensazioni e di emozioni vissute in campo.

Una partita su cinque
si prende un’ammonizione. Lei è uno che non si lascia demoralizzare...
È la prima volta che sento questa statistica. La frequenza è sicuramente legata anche al mio ruolo di centrocampista, nel quale alcuni falli tecnici sono inevitabili. Ma non ho mai avuto comportamenti sleali in campo. In tutta la mia carriera, solo due volte ho avuto un cartellino rosso: uno nella coppa di
Germania con il Francoforte, quando giocavo come difensore interno. L’altro quando militavo nella categoria giovani. Il mio allenatore mi disse: «Fatti dare un cartellino giallo così ti prendi una pausa e torni in campo tra due partite, quando giocheremo quella decisiva!». Seguii il suo consiglio, ma anziché il giallo, l’arbitro alzò il cartellino rosso.

Il giornale popolare tedesco “Bild Zeitung” l’ha definito
il «professionista più astuto della Bundesliga», perché ha frequentato due corsi a distanza in gestione e marketing dello sport…
Per me la formazione è importante. Nonostante tutti gli impegni, come professionista del pallone ho tempo libero a sufficienza, che voglio utilizzare in maniera intelligente, indipendentemente da dove mi porterà la carriera calcistica. Immagino di fare qualcosa attinente alla gestione dello sport, anche se so che nel calcio la prevedibilità è pochissima. È tutto troppo dettato dal caso.

Prima ha accennato alla sua particolare storia di vita.
Da piccolo si è ammalato di leucemia. Quali sono i suoi ricordi d’infanzia della malattia?
Mi ammalai di una forma acuta all’età di 18 mesi, mentre eravamo in vacanza nel Vallese. Non ho più dei veri e propri ricordi di quei giorni, solo alcuni fotogrammi dove mi rivedo attaccato alla flebo a correre nei corridoi dell’ospedale o sdraiato a letto con mia sorella e mio fratello seduti accanto. Forse il non aver realmente percepito la gravità della situazione è stata anche la mia fortuna; ero così piccolo e mi è stato insegnato giocando che la mia giornata sarebbe stata leggermente
diversa da quella di tutti gli altri bambini della mia età. Mi dettero una collanina e, alla fine di ogni chemioterapia, dovevo appenderci un sassolino. Solo a 13, 14 anni ebbi la consapevolezza del rischio che avevo corso. Infatti, all’inizio le mie chance di sopravvivenza erano bassissime, appena del 10%.

Con che stato d’animo ne parla oggi?
Oggi con molta più leggerezza di allora. Da bambino ero restio a parlarne. Non ti piace essere diverso dagli altri, ma io avevo questa grande cicatrice sul corpo che mi metteva a disagio. Oggi parlo dell’argomento senza pudori, proprio perché so quante persone a cui è toccata la stessa sorte possono trovare conforto dalla mia esperienza. Penso ai genitori di bambini affetti da leucemia e che vedono che la malattia si riesce a sconfiggere. Ricevo spes
so lettere di persone che ne soffrono. Una ragazza colombiana malata è venuta a conoscenza della mia storia e mi ha scritto una lettera molto commovente.

Il fatto di essere stato così vicino alla morte la fa vivere con più consapevolezza?
È difficile rispondere. Ma vivo in maniera molto consapevole, questo sì. Apprezzo quello che ho e il fatto di poter vivere il mio sogno di
calciatore professionista. Per farlo devo superare sempre nuovi ostacoli, anche se mai così pericolosi per la vita come allora.

Dopo un banale scontro con un avversario, molti calciatori inscenano una pantomima da morte del cigno. Non saranno diventati troppo piagnucolosi?
No, qui devo proprio contraddirla. Uno spettatore vede solo quelle scene, ma mai il dietro le quinte. Ci sono tantissimi giocatori che a ogni allenamento sopportano in silenzio forti dolori e stringono coraggiosamente i denti per poter scendere in campo. O che durante una partita tengono duro fino alla fine e decidono di restare in campo, anche se avrebbero urgente bisogno d’assistenza medica.

È riuscito ad affermarsi nella Bundesliga, ma non nella Nazionale svizzera. Nel 2015 ha dichiarato indispettito il suo ritiro. Le rode ancora?
Resto fermo nella mia decisione anche se non è stata facile. Ho giocato sempre molto volentieri per la Svizzera e poter cantare l’inno nazionale è sempre stato per me
un momento particolare. Oggi mi vedo le partite della Svizzera come se fosse una squadra come le altre.

Pirmin Schwegler si è ammalato di leucemia da piccolo ed è guarito in 14 mesi dopo una decina di chemioterapie. «Provo un forte senso di gratitudine, e voglio restituire un po’ di ciò che mi è stato dato», afferma Schwegler. Il 16 settembre è la “Giornata della buona azione” per sensibilizzare la popolazione sulla donazione di cellule staminali del sangue che salvano vite. Info: www.uniti-contro-la-leucemia.ch

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