Quando la casa di Urs Lanz ha questo aspetto, il Natale è dietro l’angolo.

«Così salviamo le vite della gente»

La testimonianza di quattro eroi del quotidiano. E voi, in una situazione di emergenza, sareste in grado di effettuare gesti simili? Guardate i video e imparate!  

Ludovic Roh (32 anni) lavora presso la polizia cantonale del Vallese. In tema di soccorsi è quindi più preparato di altri. Eppure, la mattina del 18 agosto scorso non sa cosa lo sta aspettando. I due figli più grandi sono andati a scuola e lui è uscito con la moglie, Virginie (25 anni) e il bimbo di 18 mesi per andare a fare la spesa e bere un caffè. Sulla strada per Conthey (VS) scorgono una moto della polizia a terra, dopo uno scontro frontale in una curva priva di visibilità. Senza perdere tempo i due saltano giù dalla vettura. Lei fa segno agli altri automobilisti di fermarsi mentre lui rialza la moto. In quel momento, Ludovic si accorge che il collega della polizia municipale di Conthey, Pascal Fumeaux (50 anni) giace al suolo con una gamba maciullata. «Mi sono detto: accidenti, è ridotto molto male! Gli ho tolto subito la cintura e l’ho usata come laccio per fermare l’emorragia, mentre con la mano libera chiamavo l’ambulanza», racconta.


In attesa dei soccorsi, Virginie Roh ha tenuto la mano di Pascal Fumeaux ed ha continuato a parlargli, mentre suo marito fermava l’emorragia.

Nel frattempo Virginie tiene la mano al ferito continuando a parlargli fino all’arrivo dei soccorsi. «Normalmente sono la prima a girarmi per non vedere il sangue, ma in questo caso ho agito senza riflettere». Intanto, Pascal continua a ripetere: «Tutta colpa del cellulare al volante…». «In questa situazione l’unico vero errore sarebbe stato non fare nulla», sottolinea Federico Rapin, istruttore presso l’Associazione cantonale vodese dei Samaritani. «Chiamare i soccorsi è già intervenire». Può capitare a chiunque di trovarsi in una situazione di emergenza o accanto a una persona che ha bisogno di aiuto. «L’importante è procedere in modo sistematico, applicando la regola Osservare – Pensare – Agire (OPA). La prima cosa da fare è individuare i pericoli e neutralizzarli. Solo in un secondo tempo ci si può avvicinare alla persona infortunata».


Pascal Fumeaux spera di poter camminare e riprendere le attività il più presto possibile, grazie alla sua nuova protesi.

Un incontro molto emozionante
Il poliziotto vittima dell’incidente, padre di una figlia adulta, se la cava per il rotto della cuffia. Sul tavolo operatorio dell’ospedale del Vallese è necessario rianimarlo due volte prima di poterlo trasferire in elicottero a Berna. «Stranamente mi ricordo tutto dell’incidente, ma non ho mai la piccola luce in fondo al tunnel», confessa oggi. Per cinque settimane i medici cercano di salvargli la gamba sinistra, ma alla fine devono amputarla. «Ho insistito io per farmela tagliare. Preferisco portare la protesi che zoppicare tutta la vita», ammette l’agente che in passato ha partecipato tredici volte alla Ironman. Dopo l’incidente i coniugi Roh e Pascal Fumeaux non si erano più visti. Cooperazione li ha fatti ritrovare alla Clinica romanda di riabilitazione della Suva (CRR) a Sion. È stato molto commovente vedere i due uomini abbracciarsi e sentire l’infortunato ringraziare il suo soccorritore. «Ti sono immensamente grato». Ma, Ludovic si schermisce: «Chiunque dovrebbe poter fare lo stesso». Chiunque? Non ne siamo così sicuri. Stando a un sondaggio del Touring Club Svizzero, solo il 7% degli intervistati è in grado di dire esattamente cosa fare in caso di incidente, benché due terzi affermi di saper reagire correttamente in situazioni di emergenza. «Il TCS raccomanda di intervenire su tre livelli per rendere le strade più sicure: il livello umano, tecnico e quello dell’infrastruttura», spiega Yves Gerber, portavoce del Touring Club, e aggiunge: «Sul piano umano è fondamentale applicare il triangolo formazione – prevenzione – repressione». «Se non lo si mette in pratica, ciò che si è appreso si dimentica presto. Il corso di primo soccorso di dieci ore è obbligatorio per ottenere la patente di guida, ma è molto utile anche per la vita quotidiana – ricorda Federico Rapin – e bisognerebbe ripeterlo ogni due tre anni, per rinfrescare la memoria».

«Mia figlia non respira più»
Anche Barbara Imboden (38 anni) ha salvato una vita. È il 2015 e deve recarsi al capezzale del suocero; invece cambia programma e fa ritorno a casa a Herbriggen (VS). Mentre sta parcheggiando, si accorge che davanti alla casa dei vicini c’è molto movimento. Diego Rodrigues Ribeiro continua a gridare «Mia figlia non respira più», attirando l’attenzione della gente. Barbara, che lavora presso uno studio di architettura, accorre rapidamente e comincia a fare un massaggio cardiaco a Laura (all’epoca 15 mesi), muovendo le dita come ha imparato alla Protezione Civile. Con la mano libera telefona a un’amica soccorritrice che abita nello stesso paese.


Barbara Imboden ha praticato un massaggio cardio-respiratorio su una bimba di 15 mesi.

«La piccola aveva il viso paonazzo e sembrava già morta. Mi viene la pelle d’oca solo a pensarci», racconta. Le due donne si alternano sul corpo inerme di Laura fino a quando la bimba vomita due grumi di sangue. La polizia e l’elicottero arrivano sul posto e trasportano la malcapitata all’Inselspital di Berna. Tre settimane prima aveva ingerito una pila di alimentazione. L’oggetto era stato rimosso dai medici, ma aveva lasciato tracce di acido che avevano danneggiato l’aorta. Secondo i Samaritani vodesi, attualmente, la rianimazione cardio-respiratoria registra ancora una bassa percentuale di successo, poiché tutti la temono. «Invece è indispensabile praticarla il più rapidamente possibile, mentre si attendono i soccorsi», sottolinea Rapin. Nei negozi Coop, ad esempio, il personale è preparato a svolgere operazioni di soccorso e reagire in caso di emergenza.


Ludovic Roh insiste: «Ognuno dovrebbe essere capace di agire in situazioni di emergenza».

Il ricordo di un salvataggio resta impresso nella mente dei protagonisti. Ludovic e Virginie Roh andarono effettivamente a bere un caffè quel famoso mattino. Lui sostiene di non aver avuto nessun flashback. Lei, invece, ammette che le immagini della gamba sanguinante l’hanno perseguitata per tre giorni, finchè ha saputo che Pascal Fumeaux se la sarebbe cavata. L’agente infortunato racconta di aver vissuto quattro giorni di profonda tristezza durante i quali ha pianto molto. «Mi dispiaceva soprattutto veder soffrire la mia famiglia. Pensavo di dover dire addio alla mia vita passata, ma poi mi sono ripreso», dichiara mostrando una volontà che suscita rispetto. Un trauma per tutti «Quando l’elicottero è decollato, è ritornata la tensione – ricorda Barbara Imboden – e io che non fumo ho chiesto una sigaretta. La sera sono andata a cena con delle amiche. Si è parlato molto di quanto era successo». Nelle settimane successive Barbara si informa regolarmente sulle condizioni di salute della bambina. La rivista svizzero tedesca Beobachter l’ha candidata per il Prix Courage, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di seguire corsi per soccorritori. «Sono stata la più votata dal pubblico, anche se la giuria ha premiato un altro candidato». La famiglia Rodrigues Ribeiro, ora rientrata in Portogallo, vuole ringraziare nuovamente la sua benefattrice: «Questo episodio ci ha traumatizzati, abbiamo avuto davvero molta paura! Barbara è il nostro angelo custode e non finiremo mai di ringraziarla. Ora Laura sta benissimo, ride e si diverte». Il futuro che avanza Nella camera del CRR i tre amici ripercorrono i fatti e le settimane successive. Il lento ritorno ad una vita normale è iniziato due mesi dopo l’incidente. Ora è Pascal Fumeaux a servire il caffè, ed ha anche aperto varie scatole di cioccolatini per i suoi amici. Oggi è un giorno speciale: per la prima volta, l’agente infortunato prova a camminare con l’aiuto di una protesi. «Il mio primo obiettivo è rimettere l’uniforme il più presto possibile; il secondo, partecipare all’Ironman delle Hawaii nella categoria handisport. Ma per questo ci vorrà tempo…».

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«Mio figlio scampato alla morte»
Valentine Caporale (31 anni) è in vacanza con la famiglia negli Stati Uniti, quando, all’improvviso, suo figlio Leo (13 mesi) rischia il soffocamento.

Sole magnifico e acqua turchese: un 1° agosto da sogno a Craigville, non lontano da Boston. «Leo stava mangiando un’anguria. A un tratto sembrava che dovesse vomitare: dalla bocca usciva schiuma e i suoi occhi imploravano aiuto. L’ho girato, la pancia contro il mio braccio, e ho iniziato a battergli la schiena. Ho fatto la cosa giusta, ma non abbastanza forte», racconta questa mamma, animatrice radio e youtuber, tuttora sotto choc.



Per fortuna, suo marito Conor afferra il bebè e corre verso il bagnino, Jake Avery (19 anni), che d’estate sorveglia la spiaggia per pagarsi gli studi. Jake adagia Leo sulla sua coscia e alterna cinque colpi sulla schiena a cinque pressioni sul petto. Dopo un’eternità (durata più o meno due minuti), il piccolo vomita l’anguria e scoppia a piangere. La folla in spiaggia applaude. Jake realizza di aver salvato la vita di qualcuno. È la sua prima volta, per questo impallidisce e inizia a tremare. «Sapevo esattamente cosa dovevo fare, grazie alle esercitazioni. Ma dopo il salvataggio, l’adrenalina mi è balzata a mille», ricorda il giovane. La sera, la coppia ginevrina ripercorre l’accaduto e si accorge di come sia stata impotente, incapace di reagire. Una volta tornata in Svizzera, Valentine Caporale riunisce gli amici per partecipare assieme a un corso di primo soccorso. «Non possiamo impedire a un bambino di fare le sue esperienze, ma possiamo essere preparati per reagire nella maniera giusta alle emergenze. Oggi penso che saprei cosa fare».

Servizio di: Mélanie Haab
Foto: P. Gilliéron Lopreno, M. Affolter

Pubblicazione:
lunedì 04.12.2017, ore 09:49