Yann Sommer (27 anni) non deve solo tener d’occhio il pallone, ma anche tutto ciò che succede in campo.

«Dirigere la squadra è compito mio»

Yann Sommer, il portiere della Nazionale, giocherà domani contro l’YB e fra due settimane contro il Portogallo. Con lui parliamo di cucina, di infanzia e di musica. — THOMAS COMPAGNO

Di per sé non è certo il tempo libero a far difetto, dice Yann Sommer (27). Di solito. Una volta al giorno è impegnato con gli allenamenti, poi però rimane sempre una mezza giornata a libera disposizione.
In realtà, quando abbiamo incontrato il portiere della nostra Nazionale di calcio, di tempo libero neppure l’ombra. Parallelamente al nostro colloquio c’erano tutta una serie di appuntamenti: dalla visita dal medico, al briefing con gli arbitri, alla seduta con la squadra. «Potrebbe diventare difficile fargli un’intervista» ci avverte al telefono il portavoce del Borussia Mönchengladbach, la squadra in cui Sommer gioca. Difficile sì, ma non impossibile. Siamo riusciti a intervistare e fotografare Yann Sommer

È un perfezionista?
In certi ambiti sì, perché?

Quando un attaccante fa un errore «l’ha mancato per un soffio», mentre se è un portiere a sbagliare, è gol per gli avversari. Avete una responsabilità di gran lunga maggiore…
È vero. Nessuno è perfetto, ma nel mio lavoro punto in un certo senso alla perfezione. Faccio del mio meglio per ottenere una buona prestazione, attraverso l’allenamento e la preparazione.
È uno dei portieri migliori, e nella sua prima stagione è stato addirittura il migliore in Germania, con una percentuale di parate dell’84%. Che significato hanno queste cifre?
Non do troppa importanza a questo genere di statistiche. Certo, è bello quando i numeri mi portano a ricevere critiche positive e i favori della stampa, ma si tratta di percentuali che dipendono in larga parte anche dalla prestazione dei compagni di squadra. Prendiamo ad esempio lo scorso anno: abbiamo giocato in modo diverso e lasciato più spazio agli avversari, e di conseguenza anche i miei risultati sono stati peggiori. In sostanza, si tratta di semplici statistiche. Mi limito a leggerle, e se sono positive mi fa piacere.

A quando risale la sua prima esperienza tra i pali?
All’età di quattro o cinque anni.

E quando ha smesso di avere paura vedendo la palla che le si scagliava contro?
Non ho mai avuto paura, davvero. Ho sempre voluto diventare un portiere, questo non è mai cambiato.

Ha mai giocato in un altro ruolo?
Certo, nelle giovanili a volte. E poi si presentano sempre situazioni in cui un portiere deve andare in attacco, magari per segnare il gol decisivo.

Le piace farlo?
Dire che mi piace non è l’espressione giusta, perché in genere significa che la squadra è in svantaggio e deve assolutamente segnare. Un portiere non è abituato a questo ruolo, ma è più che altro un modo per infastidire gli avversari e creare superiorità numerica.

Esperti come l’ex portiere della Nazionale tedesca Oliver Kahn lodano la sua capacità di salto. La allena con esercizi specifici oppure  è un dono di natura?
La alleno regolarmente. Inoltre, come portiere, non sono certo uno dei più alti, quindi è ancora più importante per me saper saltare bene, essere esplosivo. Fa parte del mio stile di gioco saltare di più per riuscire a prendere un pallone.

Nell’ambiente giornalistico, ha la fama di essere particolarmente socievole. È un’eccezione nel suo campo, dato che dei portieri si dice in genere che abbiano un carattere un po’ particolare.
È un pregiudizio antiquato. Nell’attuale generazione di portieri non ne conosco neppure uno che corrisponda a questa descrizione.

Tra colleghi si usa parlare di denaro, quindi di compensi?
No.

Nemmeno in modo velato, del tipo: «Per uno stipendio di due milioni all’anno dovresti pararlo il pallone...»
No. Non sappiamo quanto guadagnano gli altri giocatori.

Attualmente il suo valore è di 10 milioni di franchi. Cosa pensa come sportivo di queste cifre?
Non sono altro che numeri astratti. In fondo il valore di mercato è semplicemente la cifra fissata dal club.

Ci si sente sotto pressione a sapere che il proprio valore è di 10 milioni di franchi?
No. Io mi impegno ogni anno per fare un buon lavoro e per il successo della squadra. Il valore di mercato non è altro che il risultato di questi sforzi.

A luglio 2015 valeva dodici milioni. Da allora il suo valore è diminuito di due milioni, in un contesto di rincaro generale dello 0,5% circa. Cosa è andato storto?
Dipende in buona parte dall’ultima stagione, piuttosto difficile per la squadra. In una situazione come quella non sono riuscito a distinguermi come portiere, e questo evidentemente ha causato un calo di valore.

Di recente il francese Paul Pogba è passato dalla Juventus al Manchester United per un importo record di 135 milioni di franchi. Cosa pensa di queste cifre?
Certo, sono molti soldi, ma il mondo del calcio funziona così. Si tratta di affari, e in qualche modo anch’io traggo vantaggio da questo sistema.

Quanto è importante un portiere per la squadra, al di là del fatto di impedire i gol avversari?
Molto. Io ho davanti ai miei occhi tutto il gioco e sono in grado di impostarlo. Non sempre i difensori vedono cosa succede alle loro spalle, quindi è mio compito guidarli.

Si trova bene qui a Mönchen­gladbach?
Io vivo a Düsseldorf, a una ventina di minuti da qui. È una splendida città che offre molto in termini di cultura, ristoranti di qualità. Anche da un punto di vista prettamente calcistico mi trovo molto bene. Giocare per il Borussia Mönchengladbach è qualcosa di unico, c’è un’atmosfera veramente incredibile. Tutta la città vive per il calcio.

In primavera il suo nome è stato associato a quello di club al di fuori della Germania, ma è rimasto a Mönchen­gladbach. Non la attira l’idea di giocare per tre-quattro anni anche in Italia? La buona cucina, il mare, il sole, l’italianità…
Ora non ci penso. Certo, ci sono molte belle città e luoghi affascinanti, ma io sto molto bene qui a Gladbach. Non sarebbe giusto pensare ora a queste cose.

Non si fa certo incantare dal buon cibo, visto che lei stesso prepara ottimi piatti. Lei ha una grande passione per la cucina: da cosa nasce questo amore?
Decisamente dalla mia famiglia. Per i miei genitori è sempre stato molto importante mangiare bene e in compagnia. Ogni sera ci sedevamo a tavola per mangiare insieme. Inoltre, avevamo una casa di vacanza nel Sud della Francia e là ho scoperto il mercato e i cibi freschi. L’olio d’oliva appena spremuto, i girasoli, la lavanda, il prosciutto fresco, il tartufo: sono ricordi indimenticabili che evidentemente hanno lasciato il segno.

Yann Sommer è il sogno di ogni suocera: calciatore professionista, di bell’aspetto, sa cucinare e cantare.


Com’è la sua cucina?
Cucino solo per hobby e uso volentieri prodotti freschi. A causa del mio lavoro, ho un’impronta abbastanza salutista. Questo per certi aspetti pone dei limiti in cucina, ma mi consente di sperimentare e preparare varie ricette a base di verdura, che è un ingrediente per me essenziale, oltre a pesce e carne.

Quali limiti le impone la sua professione?
Cerco di non usare zucchero. Inoltre, sin da quando ero piccolo non mi piacciono i latticini e da qualche mese ho ridotto notevolmente il consumo di glutine. Quindi non mi restano che i prodotti freschi. Il fatto di aver ridotto e quasi eliminato il glutine mi fa sentire molto bene.

Come immagina Yann Sommer tra 15-20 anni?
Non lo so. È un orizzonte ancora troppo lontano. Voglio lasciare aperte molte possibilità.

E che lavoro immagina di fare dopo la carriera da sportivo?
Ho un diploma di sportivo professionista. Sembra strano, ma è così. Al momento sto raccogliendo le idee su eventuali formazioni che potrebbero interessarmi, ma è ancora troppo presto per parlarne.

Ha anche un’altra passione: la chitarra. Quanto si esercita?
Il più possibile, quindi di norma ogni giorno. Per me è un buon modo per evadere dalla quotidianità. E anche nella musica mi piace sperimentare: provo a cantare, a suonare strumenti nuovi.

Suona musica rock o melodie più dolci?
Mi piacciono entrambe. A volte suono anche la chitarra elettrica e il piano. Amo gli stili più diversi.

La sua carriera non è stata lineare: a 18 anni non è riuscito a farsi spazio nel Basilea e si è quindi trasferito al Vaduz, prima di passare al GC di Zurigo per poi tornare al Basilea e confermarsi finalmente come portiere titolare. Quanto le è servito questo tortuoso percorso?
Molto. Al Vaduz ho vissuto molte esperienze importanti, prima tra tutte sicuramente la promozione, che mi ha aperto la strada per andare al GC e tornare poi al Basilea. Sono molto felice di aver avuto l’opportunità di conoscere i club e le persone che ho incontrato lungo questo cammino.

Anche nella Nazionale svizzera è stato per lungo tempo messo in ombra da Diego Benaglio, ed è diventato primo portiere solo dopo il ritiro di quest’ultimo. Quanto era brutto vedere la partita dalla panchina?
Non era per niente brutto. Ero in Nazionale, una situazione completamente diversa: già farne parte era per me un onore. Diego in quel periodo ha fatto un ottimo lavoro. Era senza dubbio il numero uno.

Quante possibilità ha la Svizzera contro i campioni europei del Portogallo nelle qualificazioni ai Mondiali?
Buone possibilità. Ovviamente i campioni europei sono una potenza del calcio, ma noi abbiamo un ottimo spirito di squadra e siamo eterminati a vincere questa prima sfida per aprirci la strada verso la Russia.

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