«Dopo 500 anni, noi sempre di moda»

Bettina Beer della Federazione delle chiese protestanti svizzere è responsabile per i progetti inerenti i festeggiamenti per i 500 anni della Riforma, tra cui una rappresentazione teatrale che nasce in Ticino. — GEHRARD LOEB

La Riforma protestante è avvenuta 500 anni fa. Quanto è ancora attuale?
Già il fatto che commemoriamo questo avvenimento e che tutte le chiese protestanti del mondo partecipino al giubileo dimostra la sua attualità. Un’ulteriore conferma è data dalla creazione del marchio di “città europea della riforma” riconoscimento conferito dalla Comunione delle chiese protestanti in Europa in accordo con le amministrazioni cittadine. Già 81 città in 15 paesi hanno ricevuto questo titolo. Ciò mostra che la Riforma è importante pure per la società civile.

Chi ha ricevuto questo riconoscimento?
Grandi città come Ginevra, Losanna, Zurigo, ma anche cittadine più piccole come Ilans o Locarno. Si tratta di luoghi dove la Riforma protestante ha giocato un ruolo significativo. Il giubileo si festeggia perché nel 1517 Martin Lutero ha affisso sulla porta della chiesa di Wittenberg un elenco di 95 tesi sulle indulgenze che praticava la Chiesa cattolica.

Questo evento ha avuto un effetto immediato in Svizzera?
Evidentemente non c’era internet, ma probabilmente si sottovaluta che già ai tempi le idee potevano diffondersi abbastanza velocemente anche grazie alla stampa appena inventata da Gutenberg. Ad esempio anche nelle terre che oggi fanno parte del Canton Ticino tante persone sono state informate dalle idee di Lutero dai commercianti che transitavano sul nostro territorio e portavano novità e informazioni.



In Svizzera i riformatori i Calvino e Zwingli sono stati più importanti di Lutero. Com’era la loro relazione con Lutero?
Direi che il pensiero di Lutero si è diffuso in un momento storico propizio ad una riforma della Chiesa. C’erano già prima dei riformatori, come ad esempio i valdensi in Italia. Con Lutero si è avuta una specie di accelerazione e un ampliamento del movimento riformatore. Zwingli si interessava maggiormente agli aspetti etici, Calvino – una generazione più tardi – ha influenzato l’organizzazione della Chiesa stessa. Voglio però sottolineare che quest’anno festeggiamo la Riforma, non un singolo riformatore.

Dalla Riforma ai tempi odierni: sembra che Chiesa e fede siano diventati fenomeni marginali nella nostra società. È preoccupata?
Devo dire che la Chiesa protestante in Svizzera conta ancora due milioni di membri – non sono pochi. Sono persone per cui la chiesa è importante, anche se forse non vanno tutte le domeniche a una funzione religiosa. In particolare, come evidenziano i sondaggi, molti apprezzano l’impegno sociale della chiesa. Per questo tanti sono disposti a pagare le imposte per tale istituzione.

Però è un dato di fatto che alcune chiese riformate ormai vengano vendute…
Ci chiediamo come possiamo utilizzare le chiese anche sotto l’aspetto dell’efficacia e dell’ecologia. Non ha senso riscaldare tanti edifici vuoti. Dunque le chiese si pongono la domanda di come possano concentrare le loro attività. Non tutto è comunque una questione di numeri. Il fatto che abbiamo una flessione di fedeli crea comunità più piccole, ma forse anche più fiere e più convinte del loro credo.

Dunque non è necessaria una nuova riforma?
La Chiesa riformata cerca sempre nuovi impulsi. Un detto in latino recita “ecclesia reformata, semper reformanda”, cioè la chiesa riformata si riforma sempre. Non manca la voglia di riformarsi, siamo molto critici verso noi stessi.

È risaputo che la liturgia della Chiesa riformata è molto legata alla parola, che l’ambiente all’interno delle chiese è piuttosto freddo. Manca sensibilità?
Ho l’impressione che le cose cambino. Tanti pastori hanno capito che l’essere umano non è solo ragione, ma che per trasmettere un messaggio devi usare i cinque sensi. Qualche decennio fa non c’erano candele nelle chiese riformate, oggi sono diffuse. Pure in ambito artistico creiamo tantissimi progetti, anche durante l’anno del giubileo: musica, arte, teatro. Tutto questo per parlare ai sensi.



La pièce teatrale “L’espulsione” che tematizza l’esilio della comunità dei riformati locarnesi nel 1555 e che verrà mostrata al pubblico la prima volta a Muralto il prossimo 21 aprile fa parte di tali progetti?
Senz’altro. Questo progetto teatrale è nato in Ticino presso la chiesa locale. Tematizza il destino degli antenati protestanti. Tanti membri della Chiesa riformata in Ticino vengono dalla Svizzera tedesca. Sono molto coscienti della loro identità. La pièce teatrale andrà in tournée nella Svizzera tedesca e si creeranno ponti tra le varie regioni del nostro paese. Ma una rappresentazione del genere è pensata pure per persone che non si sentono parte della Chiesa.

Le tre parrocchie della Chiesa evangelica riformata nel Ticino – Ascona-Locarno, Lugano e Bellinzona – contano appena 6.700 membri, una minoranza nel Ticino cattolico. Quanto è difficile questa posizione?
La Chiesa evangelica in Ticino è una chiesa di minoranza, ma è pure una Chiesa conscia della propria identità. È chiaro che per una Chiesa minoritaria è importante creare progetti in comune con la maggioranza. Questo succede in Ticino ma anche a Friburgo oppure nella Svizzera centrale.

Sembra che l’antagonismo fra riformati e cattolici non sia più così marcato come una volta. Per Lei una riconciliazione, nel senso di una fusione fra riformati e cattolici è pensabile?
Non so se questo succederà a livello istituzionale, ma penso che possiamo fare tanto insieme, anche se siamo due istituzione distinte. La Svizzera ha bisogno di testimonianze cristiane, questo è più importante dell’appartenenza alla Chiesa cattolica o a quella protestante. Abbiamo organizzato una funzione religiosa ecumenica a Zugo che dimostra che si può festeggiare insieme i 600 anni di Nicolao della Flüe, come pure i 500 anni di Riforma protestante. Secondo me è più importante sottolineare quello che ci accomuna piuttosto che quello che ci divide.

Un fatto che accomuna protestanti e cattolici è che i cristiani sono sempre più spesso perseguitati nel mondo e che oggi sembra essere in atto una lotta fra Cristianesimo e Islam. È d’accordo?
Non si tratta di una lotta fra religioni. I problemi sussistono quando ci sono estremisti religiosi. In Svizzera c’è uno scambio e un confronto costruttivo continuo con le altre religioni. Abbiamo il consiglio svizzero delle religioni. Credo che questa sia la strada da seguire. Non vedo un conflitto delle religioni e delle culture, ma piuttosto un dialogo fra religioni. Ma non si può negare che ci siano risentimenti contro i musulmani... Credo che i risentimenti esistano contro gli estremisti ma non, in generale, contro le persone di fede islamica, come ad esempio verso giovani che vanno a scuola con i nostri figli. Secondo me, a questo livello non esistono risentimenti.

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