«Ho gridato come un pazzo»

Il 24 marzo 2008, Dieter Marbach, oggi 52enne, di Hochdorf (LU) era in Engadina per un’escursione sugli sci con il fratello e un amico. Sul Piz Spadla, a 2.850 metri, le condizioni meteo erano ottime ma il distacco improvviso di un banco di neve provocò una valanga.

Eravate preparati ad affrontare una slavina?
Quel mattino avevamo discusso la situazione. La scala di pericolo del bollettino valanghe diramato dall’SLF parlava di un rischio “moderato”. Eravamo di buon umore; la giornata poi era favolosa. Insomma, tutte le condizioni per una giornata perfetta.

Che cosa successe?

Scendendo dal versante settentrionale provocammo il distacco dalla parete di una slavina che ci travolse.

Che cosa si prova ad essere investiti da una valanga?
Senti il corpo rotolare, vedi chiaro o buio a seconda che tu sia vicino alla superficie della neve o più in profondità. La neve si insinua in ogni fenditura dei vestiti e del corpo. Ricordo di aver ingoiato una quantità inaudita di neve.

Quanto tempo ci è voluto perché la slavina si fermasse?

La sensazione che ho avuto è che sia durata un’eternità. Dentro di me pensavo: dovrà pur fermarsi! In realtà durò solo mezzo minuto e la distanza percorsa fu di circa 750 metri.

Ha avuto paura?
Durante la valanga no; la paura mi venne quando la slavina si fermò. Mi chiesi che fine avessero fatto gli altri due. Ebbi un momento di panico.

Cosa accadde dopo?
Mi misi a gridare come un pazzo. Così forte che la gola iniziava a fami male. Ma la neve attutiva molto i suoni.

La testa era sotto la neve?
Quando mi liberai della neve, scuotendo il capo, e la sputai, mi resi conto che ero in grado di guardare fuori e di respirare. La parte restante del mio corpo però era ancora immersa in una coltre compatta di neve, come bloccata dal cemento. Fu una sensazione stranissima. Tentai di muovermi con le braccia e con le gambe, procurandomi uno stiramento ai legamenti. Grazie al cielo fu l’unica ferita che riportai.

Quando arrivarono i soccorsi?
Il mio amico, per fortuna, riuscì a uscire dalla slavina e venne subito in mio soccorso e mi tirò fuori, scavando con le mani.

Cosa successe a suo fratello?
Fu trascinato dall’altra parte della slavina in un punto roccioso. Se l’è cavata solo con un paio di contusioni. Poi, ci venne a recuperare l’elicottero della Rega e ci trasferirono in ospedale. Continuavo a chiedermi il perché di tutta questa mobilitazione. Dopotutto non mi mancava niente. Quando arrivai in ospedale e mi dettero un paio di coperte per scaldarmi, non appena il livello di adrenalina si abbassò, iniziai a tremare come una foglia. Ero sotto schock. Mai vissuto prima

Come ha elaborato questo evento?
Anche se sono ormai passati dieci anni il ricordo è ancora vivo, come se fosse accaduto ieri. Rimuoverlo non mi interessa: fa parte del mio vissuto. Sono però consapevole che abbiamo avuto una gran fortuna.

La slavina ha cambiato il vostro atteggiamento?
Sì, prima di partire siamo diventati molto scrupolosi. Se una volta sul posto vediamo che non è sicuro al 100%, scegliamo un percorso alternativo meno pericoloso. Ormai non devo più arrivare a tutti i costi in vetta. Posso accontentarmi anche di cime secondarie. E in caso di emergenza valutiamo anche la possibilità di fare marcia indietro.

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