Livio Bordoli è stato tra i pionieri del Team Ticino. (Foto: Massimo Pedrazzini)

«Il Team Ticino? In parte lo boccio»

Il progetto festeggia 10 anni. Un bilancio e non solo di Livio Bordoli, profondo conoscitore del calcio locale: la difficoltà nel far nascere nuovi giovani campioni, il ruolo delle famiglie e quello dei club.  — PATRICK MANCINI

Dieci anni di Team Ticino. Un traguardo tagliato con orgoglio da una grande scuola di sport e di vita. Il progetto, attraverso quattro rappresentative (dall’under 15 all’under 18), ha lo scopo di selezionare il meglio del calcio ticinese. A due lustri di distanza, qual è il bilancio dell’operazione? A stilarlo è Livio Bordoli, profondo conoscitore del calcio ticinese e svizzero, nonché allenatore del Team Ticino under 18 dal 2007 al 2010. 

Bordoli, lei ha visto nascere il Team Ticino. Quali sono i suoi ricordi?
La squadra under 18 nacque dall’unione delle under 16 di Lugano e Bellinzona. Inizialmente all’interno del gruppo c’era una rivalità pazzesca. E anche durante gli allenamenti non mancavano i momenti di conflitto. Solo dopo alcune settimane, i ragazzi capirono che bisognava remare nella stessa direzione. Da quel momento l’ambiente diventò fantastico. 

Che voto darebbe, da 1 a 6, al progetto Team Ticino oggi?
A livello organizzativo 5,5. Staff e logistica sono all’avanguardia. E i ragazzi si allenano al Centro Sportivo Nazionale di Tenero, un luogo eccezionale. A livello tecnico il voto è insufficiente: 3,5. 

Perché questa bocciatura?
Io mi aspetto che da questa struttura esca almeno un calciatore professionista ogni due anni. Uno in grado di fare il titolare in Super League. Purtroppo non è così. Citare i soliti Tosetti, Rapp e Mihajlovic serve a poco. Sono sempre i soliti esempi. Negli ultimi anni si è visto poco. E d’altra parte basta guardare quanti ragazzi ticinesi militano attualmente nelle rappresentative nazionali giovanili. Pochissimi. Significa che per i prossimi 2-3 anni dal Team Ticino non usciranno professionisti. 

Come mai si arriva a questa situazione?
Si lavora parecchio sulla formazione degli allenatori. Meno su quella dei giocatori. Li si vuole fare crescere come uomini. Ma lo sportivo è anche altro. Il professionista deve essere stimolato a livello di ambizioni. 

Secondo alcuni il Ticino ha pochi abitanti e quindi non può pretendere di avere cento campioni. Cosa ne pensa?
Non sono d’accordo. Questo è un problema che da sempre contraddistingue il calcio svizzero, non solo ticinese. Cerchiamo mille giustificazioni. Perché a noi svizzeri non è mai capitato di avere un Maradona o un Ronaldo? 

Provi a darsi e a darci una risposta. 
Non ce l’ho. Però ho l’impressione che ci si accontenti di giocare bene. I ragazzi diventano bravi soldatini, monitorati dagli iPad. Non c’è abbastanza fame di risultati. Un giovane, che milita in una struttura formativa come il Team Ticino, dovrebbe essere pronto a tutto pur di diventare professionista. 

Insistendo su questo aspetto, però, non si rischia di esasperare i ragazzi?
No. Il Team Ticino ha un budget annuo di oltre un milione di franchi. È giusto avere le aspettative alte. D’altra parte le famiglie fanno un sacco di sacrifici, sia in termini economici sia di tempo, per permettere a questi ragazzi di frequentare gli allenamenti. 

Quale deve essere, in un simile contesto, il ruolo della famiglia?
I genitori devono sostenere il ragazzo, appoggiarlo. Ma non devono mai intromettersi in questioni tecniche. Quelle sono di competenza esclusiva degli allenatori.  

Tra i ragazzi sfornati dal Team Ticino in dieci anni, chi le è rimasto impresso?
Mario Gavranovic. Aveva la voglia di spaccare il mondo. Si allenava anche separatamente. Io l’ho guidato per diverso tempo, ma non mi prendo meriti. Uno così sarebbe esploso indipendentemente dal Team Ticino. E poi vorrei citare il portiere Michael Casanova e il centrocampista Daniel Ünal. Due fenomeni. Frenati da problemi fisici. Purtroppo conta anche la fortuna. 

Psicologicamente, chi non ce la fa come si sente?
A 18 anni diciamo che i giochi sono fatti. O uno c’è o non c’è. All’inizio c’è delusione. Poi si capisce che nella vita ci sono altre vie. L’importante è averci provato con convinzione. In modo da abbandonare il sogno con la giusta consapevolezza e senza troppo rammarico. 

Il calcio fa sognare i giovani più di ogni altro sport. Perché?
Perché lo si può giocare ovunque. Basta avere un pallone. Molti giovani pensano che il calcio equivalga a soldi facili e a lavorare poco. Questa interpretazione è pericolosa. Un professionista non lo si vede solo nell’ora e mezzo di allenamento quotidiana. Lo si nota soprattutto fuori dal campo. Deve avere un’igiene personale, un’alimentazione sana. E non può permettersi di andare in discoteca quando gli pare. 

A un certo punto si pensava che il Team Ticino potesse ispirare i club a formare il “famoso” Football Club Ticino. L’idea non è mai andata in porto. Perché? 
Perché ci sono le rivalità. Ed è giusto che sia così.

Il Lugano in A, il Chiasso in B… La geografia del calcio ticinese oggi sembra permettere di piazzare i ragazzi del Team Ticino nei vari club a seconda delle loro capacità. È così?
A me sembra che, salvo eccezioni, si punti sui giovani solo quando la società non ha abbastanza soldi per pagare altri giocatori. Mi piacerebbe vedere un club che, spontaneamente, decide di percorrere la strada dei giovani.

Ritiene che nella Svizzera tedesca e in Romandia le cose, da questo punto di vista, vadano meglio?
No. E il caso di Pier Tami, licenziato di recente dal Grasshoppers, ne è la prova. Tami lavorava molto con i giovani. I risultati non gli hanno dato ragione ed è stato cacciato. Manca la pazienza.

Torniamo al Team Ticino. A volte si sente dire che un giovane ne fa parte perché è raccomandato. È vero?
Certo. Inutile essere ipocriti. La raccomandazione esiste in tutti gli ambiti e a ogni livello. Se uno è bravo, però, arriva lo stesso alla meta. E se uno è una “zappa”, alla fine non farà comunque strada. 

Il Lugano ha praticamente “rubato” l’under 21 al Team Ticino, volendola gestire direttamente. Qual è la sua opinione?
Il Lugano è in Super League. E per questo voleva essere più a stretto contatto con la propria under 21. So che la vicenda potrebbe avere nuovi sviluppi.

Lei nel 2015 ha riportato il Lugano in serie A dopo oltre un decennio. Che significato dà a questa impresa?
Per i giovani talenti ticinesi è fondamentale avere un club nella massima serie come punto di riferimento. Si tratta di un incentivo a fare ancora meglio. Il Ticino, senza la Super League, non dà prospettive ai ragazzi in formazione. 

Una domanda personale: dopo la promozione con il Lugano lei non ha più trovato spazio nel calcio che conta. Perché?
Il mondo del calcio professionistico è fatto così. Si dimentica tutto in fretta. Oggi sei un fenomeno, domani un perdente. Io non ce l’ho con nessuno. So che le regole del gioco sono queste. I ragazziin formazione devono essere pronti anche a simili situazioni. La gratitudine nello sport ad alto livello non esiste. 

Classe 1963, verzaschese, Livio Bordoli, dopo una discreta carriera come calciatore, ha allenato tutte le squadre ticinesi di punta, con le parentesi di Wohlen e Aarau. Dal 2007 e per tre stagioni è stato al timone del Team Ticino under 18. Il suo traguardo più grande nel 2015: riporta il Lugano in Super League. Ora guida il Losone, seconda lega regionale. Ogni anno dirige il “Livio Bordoli Football Camp”, un campo estivo per calciatori in erba. 

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