Elena Lidonnici coordina l’associazione che raggruppa i laureati dell’Università della Svizzera italiana.

«Il loro futuro
è tutto da scrivere»

Formazione continua, sviluppo dei contatti, carriera. Così gli alumni dell’Usi affrontano un mondo in continua evoluzione.

Cooperazione: Con un master o un dottorato in tasca, non è paradossale già pensare alla formazione continua?
Elena Lidonnici: Tutt’altro. Nata nel 2010, l’Associazione Alumni Usi si è infatti incaricata di promuovere l’aggiornamento dei laureati proprio per rispondere a una loro specifica esigenza. Il mondo professionale sta evolvendo in maniera così rapida da spingere a rinfrescare con regolarità le conoscenze e i metodi operativi acquisiti durante il percorso accademico.

L’obiettivo iniziale non consisteva dunque nello scimmiottare le più prestigiose università solo per il gusto di farlo…
Esatto. In realtà già da un decennio l’Università della Svizzera italiana proponeva iniziative per i diplomati, ma in maniera più informale. Con l’aumento del numero di persone ormai giunte alla fine degli studi, un’indagine ci ha però dimostrato che era il momento giusto per istituzionalizzare la cura dei rapporti con gli alumni.

Nello specifico: cosa significa, oggi come oggi, appoggiare un ex studente ormai divenuto professionista?
Noi ci muoviamo su tre livelli, che abbiamo denominato «Refresh your skills», «Refresh your network» e «Refresh your career». S’intende cioè stimolare l’aggiornamento delle competenze, della rete di contatti e della carriera. Sotto il profilo pratico, organizziamo workshop e seminari tenuti sia da docenti dell’Usi, sia da personalità di spicco provenienti dall’esterno. Allo stesso tempo, incentiviamo la condivisione di esperienze tra i laureati, utile per sviluppare eventuali collaborazioni.

Chi qualifica come «goliardica» quest’associazione è fuori strada…
Ebbene sì, questo è il più classico dei pregiudizi. La verità è che la porzione di alumni a noi più connessa, è costituita da giovani con ruoli di responsabilità, a prescindere dalla facoltà di origine. Il loro desiderio principale è quindi di trarre un beneficio concreto dalle nostre proposte. Ciò non significa non lasciare spazio, di tanto in tanto, a momenti più allegri, dalle attività sportive a quelle culinarie. Pure questo rafforza lo spirito di gruppo.

Per le università, a livello mondiale, gli alumni assumono sempre più il ruolo di testimonial. Come interpretare una tendenza del genere?
Sfatiamo subito un mito: l’idea non è di accaparrarsi una selva di nuovi studenti sfruttando la pubblicità offerta da chi, sui banchi dell’Usi, si è già forgiato. Semmai, l’alumnus diviene un «garante dell’eccellenza», per il bene proprio e dei compagni che hanno studiato con lui: migliore risulterà la sua carriera, maggiore sarà il valore del titolo rilasciato. Il prestigio di un istituto, nelle graduatorie internazionali, è calcolato anche in ragione di tale aspetto.

Oltre a fungere da «ambasciatore», cosa riesce a restituire il laureato all’università in cui è cresciuto?
Più di quanto non ci s’immagini. Lo dimostrano le diverse testimonianze di diplomati che, negli ultimi anni, abbiamo ospitato in aula: il racconto di un’esperienza personale o l’illustrazione di un progetto realizzato, ogni volta, riscuotono successo e sono fonte d’ispirazione per colleghi, studenti attuali e professori.

A proposito dell’eccellenza a cui si riferiva prima: il prestigioso livello dell’Usi è noto e riconosciuto dal Nord America all’Asia. Molto meno, invece, lo è nella percezione
dei ticinesi. Come mai?
Nessuno è profeta in patria, mi viene da rispondere. È un’attitudine comune, un male dei nostri tempi: spesso non ci si rende conto dell’importanza di quel che c’è vicino e si rimane convinti che l’erba del vicino è sempre la più verde. Nel settore privato, ovunque nel mondo, si riscontra lo stesso problema. Si cerca all’esterno quando le risorse sono già presenti al proprio interno.

Secondo lei, l’Usi sta pagando il prezzo dell’essere ancora giovane?
Sì, ma questo aspetto non va visto negativamente. Nel 2014 ricorrerà il 18° anniversario dall’inizio dell’avventura. Ed è normale che, agli occhi dei terzi, un’università appena maggiorenne necessiti ancora di tempo per mostrare le sue potenzialità. L’università di Zurigo, per esempio, ha quasi due secoli di vita; la Bocconi di Milano, uno abbondante. Il paragone è quindi difficile.

Dopo quattro anni di coordinamento dell’associazione, che messaggio complessivo trae dagli input forniti dai laureati?
L’aspetto che più mi ha colpito è stata la capacità di molti ragazzi (permettetemi di chiamarli ancora così) di dare vita a iniziative e imprese personali di successo. Durante il percorso accademico, in altre parole, sono riusciti non solo ad apprendere, ma altresì a divenire creativi e a trovare il coraggio di percorrere nuove strade. Uno sviluppo per nulla scontato, se consideriamo le difficoltà generate dalla crisi internazionale.

Le sinergie tra laureati come antidoto al delicato momento economico?
Perché no? Durante i nostri incontri la tematica emerge sempre in modo molto spontaneo. D’altronde, le opportunità sono svariate. Un architetto progetta la sede della ditta, un informatico gestisce la rete aziendale, un’economista amministra le finanze, gli esperti di comunicazione possono sfornare testi, prodotti audiovisivi, siti internet, strategie di marketing e via elencando. Un ipotetico team griffato Usi.

Per tornare alla vostra associazione, su quasi seimila laureati, al momento solo un decimo è già socio attivo. Come allargare la cerchia?
Nessuna università deduce più l’interesse verso le rispettive associazioni di laureati dal numero d’iscritti. L’Usi ha dinamiche internazionali e, di conseguenza, gli ex studenti possono trovarsi a centinaia o persino a migliaia di chilometri di distanza. Non si può pretendere che partecipino a una conferenza in un giorno infrasettimanale. Benché magari solo una volta all’anno, per un workshop organizzato durante il weekend, accettano però con piacere di ritornare in Ticino.

Qualcuno, inoltre, preferisce recidere in maniera netta il cordone ombelicale che lo lega alla facoltà. Conferma?
Da che mondo è mondo, in ogni scuola e a qualsiasi livello, dopo la fine delle lezioni e degli esami si prova una sorta di rigetto. Ma constato che, una volta trascorso un periodo di «sfogo» di uno o due anni, i laureati tornano volentieri.

La vostra attività, per ragioni logistiche, è basata nel campus di Lugano. Non c’è il rischio di trascurare l’Accademia di architettura di Mendrisio?
Lo escludo, giacché gli eventi da noi organizzati sono trasversali: affrontano tematiche utili e fruibili da tutti. È vero, comunque, che il settore dell’architettura ha necessità molto specifiche. Allo stato attuale, è tuttavia prematuro prevedere una suddivisione delle proposte per singola facoltà.

In passato, lei si è occupata degli alumni del Politecnico di Milano. La principale differenza rispetto all’Usi?
L’età. A Milano si celebravano persone a 50, 60 e addirittura 70 anni dalla laurea. L’accento andava messo sui premi alla carriera. All’Usi, per contro, l’età degli alumni va dai 25 ai 40 circa. C’è sete di conoscenza, di approfondimento, di scambio, di multiculturalità: il loro futuro è ancora tutto da scrivere. Ed è questo
il bello.

Elena Lidonnici

http://www.cooperazione.ch/_Il+loro+futuro+e+tutto+da+scrivere_ «Il loro futuro è tutto da scrivere»

Nata a Milano nel 1972, vive a Savosa. Laureata in economia alla Bocconi, ha lavorato dieci anni in Esselunga (tra le top 15 azien­de italiane per fatturato) prima come buyer e poi come responsabile dell’ufficio stampa e relazioni esterne da lei creato. In quegli anni è diventata giornalista e professionista delle pubbliche relazioni. Un «cacciatore di teste», nel 2006, l’ha convinta a entrare al Politecnico di Milano, rimanendovi come Direttore Alumni fino al 2009. In quel momento l’Usi, dove nel frattempo aveva ottenuto l’Executive Master in Science of communication management, le ha chiesto di occuparsi dei suoi laureati. Specializzata nella gestione di obiettivi complessi legati al marketing e alla comunicazione, è oggi responsabile del Servizio alumni, coordinatrice dei field project e associate fellow dell’Advanced management centre.

www.alumniassociation.usi.ch
www.alumni.usi.ch

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Testo: Thomas Carta

Foto: Sandro Mahler

Pubblicazione:
lunedì 03.02.2014, ore 14:49


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