Diana Segantini: «Porto il mio cognome con rispetto e fierezza. Non è assolutamente un peso».

«Il mio lavoro,
più bello di un sogno»

Diana Segantini è pronipote del celebre pittore. Parla dieci lingue e, come il suo bisnonno, nutre una profonda passione per l’arte. Alla Rsi è responsabile del dipartimento cultura.

Le annunciano che sono arrivata per l’intervista. Mi fanno cenno di entrare, ma io indugio qualche secondo. Vorrei liberarmi da alcuni cliché sicuramente d’impiccio in un lavoro d’informazione oggettivo. Lei ha origine nordiche io africane, la sua famiglia ha una lunga tradizione, mentre la mia ricomincia da me. Bionda occhi chiari e slanciata, io invece solo slanciata... Esitante varco la porta, lei  mi allunga la mano e d’istinto le tendo la mia notando la distanza che ci separa, almeno un metro e mezzo. Prima di sedersi si prepara un tè caldo e me ne offre una tazza, le chiedo dell’acqua fredda quasi per sottolineare il nostro essere agli antipodi. Rompo il ghiaccio, quale opera di Giovanni Segantini preferisce? La vedo illuminarsi mentre risponde.

«Mezzogiorno sulle Alpi. Il quadro della donna con la fronte alta e gli occhi aperti che scrutano l’oriz­zonte, mentre entrambi i piedi son saldi a terra. Mi fa pensare a qualcuno di ben radicato. Mi rifletto in questo personaggio, perché come lei sono una montanara; nel suo sguardo come nel mio non c’è paura. Non da ultimo il dipinto ha una lumionosità che mi ispira, mette luce nella vita». Guardando meglio, anch’io provo simpatia per quella ragazza alpina e genuina! Cresciuta a Maloja nella casa del bisnonno dove le è trasmesso un grande amore per l’arte, Diana scopre le opere di Giovanni Segantini in modo naturale. Quei dipinti fanno infatti parte dei suoi primi ricordi e rispecchiano i paesaggi della sua infanzia. Fondatrice della Segantini Unlimited – per promuovere il patrimonio culturale familiare –  e curatrice dell’esposizione Segantini alla fondazione Beyeler e di quella a Palazzo Reale a Milano il prossimo autunno, per Diana mantenere il cognome di famiglia è un’evidenza. Di fatto Segantini, un patronimo coniato dal bisnonno Giovanni dopo aver volutamente inserito una «n» prima della «t», è giunto oggi alla 5a generazione incarnata dai figli di Diana e dei suoi fratelli. 

«Sono cresciuta con questo cognome e ne sono orgogliosa, ho avuto la fortuna di poterlo conservare anche perché ho sposato un uomo moderno che ha accettato la cosa. Siamo una piccolissima famiglia che rischia l’estinzione quindi lo porto con ancora più fierezza e rispetto, e non è assolutamente un peso». E neppure la multiculturalità  le è da fardello. «Svizzera e Norvegia hanno più cose in comune che altro. L’essere anche norvegese – da parte di mamma – mi permette una grande apertura al mondo, dandomi la dimensione del mare. In me c’è il lato tranquillo, la montagna, l’amore per la natura, la calma e la riservatezza. Qualità che possono farmi sembrare, sulle prime, distante». Improvvisamente mi rendo conto che il divario nel nostro saluto come pure i valori d’imparzialità tra le persone nei quali crede sono da mettere sul conto della sua dimensione vichinga! «Non mi sento femminista, ma essendo cresciuta con il valore dell’equità su diverse questioni tra cui quella tra uomo e donna, ciò mi dà una grande naturalezza nell’affrontare la tematica».

«

La cultura è generosoa, aperta, serve a vedere in maniera più bella»

Culturalmente Diana si è sempre sentita anche italiana, patria d’origine del bisnonno. L’esercizio della multiculturalità praticato per trentotto anni, la rende oggi capace di costruire passerelle. «La cultura è generosa, aperta, è un ponte tra le persone, tra passato e futuro, serve a vedere in maniera più ricca, più bella».  Tra le note cupe del suo destino, come per il bisnonno orfano di mamma e il nonno Gottardo, anche lei giovanissima sperimenta la perdita di un genitore, il papà. «Era chirurgo e sin da piccola andavo dicendo che avrei fatto il medico, anche se già lui mi diceva di pensarci bene. Alla sua morte, alla fine del liceo, ho cambiato rotta iscrivendomi alla Haute Ecole Internationale (HEI)» Diana muove così i suoi primi passi professionali nel campo umanitario e in qualità di delegata internazionale della Croce Rossa (CICR) è inviata a Damasco a scuola di arabo, un momento che ricorda con emozione e rammarico pensando all’attuale situazione siriana. 

«Al CICR  ho avuto un’esperienza unica con grosse responsabilità: ho negoziato con dirigenti, visitato prigionieri e, assistendo vittime, ero a stretto contatto con la professione medica». Quale primo mandato nazionale alla SSR SRG, le  è stata assegnato il coordinamento di sei documentari, in onda questa primavera,  per celebrare i 150 anni del CICR. Non si poteva chiedere di più:  «Il mio lavoro attuale è ancora meglio del mio più bel sogno! Metto a profitto l’esperienza professionale passata e il know how dei miei studi al Birbek College di Londra e di produttrice, nel campo della documentaristica!». Le sfide non le mancheranno, come tutti i mass media di tutto il mondo, dovrà  concepire produzioni per un pubblico giovane mobile e urbano, senza dimenticarsi dei fedelissimi. Una prova che Diana affronta con valori acquisiti tra l’altro lavorando per la fondazione del teologo Hans Küng e che oggi trasmette naturalmente nei rapporti di lavoro. Ci lasciamo con una stretta di mano ravvicinata, il suo tè è ormai freddo, il mio bicchiere d’acqua si è riscaldato

In pillole

Diana Segantini

Responsabile del dipartimento cultura Rsi, è nata il 15 ottobre del 1975 a Zurigo nell’ospedale della Croce Rossa: una premonizione? Cresciuta a Maloja nella casa familiare, da qualche mese  si è trasferita a Comano con la famiglia. Dopo una maturità a Zuoz, una laurea alla Haute Ecole Internationale e un Master a Londra in Media Relation, Diana ha coronato i suoi studi accademici con un dottorato sul mondo arabo-islamico all’univesità Orientale di Napoli.
Oltre alle 4 lingue nazionali, all’inglese e all’arabo, anche norvegese, svedese, spagnolo e portoghese fanno parte del suo bagaglio linguistico.
A tavola non è difficile, «mi piace tutto e in questa stagione adoro in particolar modo il bollito misto».
Tra i film preferiti ci sono i classici, ma anche il cinema storico.
Sul versante lettura ha appena terminato «Lo chalet e altri Miti svizzeri» di Oliver Scharpf.  
Il suo motto è: relativizzare la vita, prendendola con leggerezza e umorismo, senza però banalizzarla.

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Testo: Elisabeth Alli
Foto: Sandro Mahler


Pubblicazione:
lunedì 03.03.2014, ore 16:25


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