Matteo Ermotti, un giovane dalle due anime. (Foto: Melanie Türkyilmaz)

«Io, che vivo tra discoteca e natura»

Il ventitreenne Matteo Ermotti gira l’Europa, nel nome della musica minimal. E dopo i bagni di folla, si rigenera nel verde. — PATRICK MANCINI

Si presenta in stile casual. Che più casual non si può. Pantaloncini corti, ciabatte estive in stoffa, rigorosamente senza calze. Perché Matteo Ermotti, ingegnere del suono e deejay di caratura internazionale, adora stare a piedi nudi. Ventitré anni, grinta da vendere, ci dà appuntamento accanto a un piccolo ruscello, nel verde di Collina d’Oro. «Mi piace sentire l’energia della terra – sospira –. In me è come se ci fossero due anime. Quella che vive per la musica. E quella che si stacca da tutto per isolarsi nella natura».

Dal tramonto all’alba

Ciuffo sbarazzino, sorriso sognante, fisico atletico. Matteo, al primo impatto, sembra il classico “bello da calendario”. Poi, però, arriva la frase spiazzante. «Io sono un tipo discreto. Noi deejay underground siamo abituati a stare dietro le quinte, facciamo musica di nicchia, non ci esponiamo. Ed è anche una questione caratteriale, sono fatto così». Con gli amici Boris e Yvo, nel 2013 Matteo ha creato la Purple Inc, un’etichetta discografica. «In tre giriamo l’Europa, per eventi particolari, esclusivi. Andiamo in Slovenia, in Sardegna. Facciamo vere pazzie. Ci è capitato di suonare dalle dieci del venerdì sera al mezzogiorno del sabato a Londra, e poi di imbarcarci, subito dopo, su un aereo per andare a fare una serata in Bulgaria. A volte, arriviamo alla domenica distrutti. Quando vedi la gente che si diverte grazie a te, tuttavia, la stanchezza viene in secondo piano».  



Combattere gli sprechi

In arte Matteo si fa chiamare Ikuto, nome che deriva dal suo grande interesse per la cultura giapponese. «Sono attratto dalla filosofia esistenziale di questo popolo. Quella giapponese è una cultura che, di base, rispetta il pianeta. Io, per primo, sono un ragazzo che cerca di evitare gli sprechi. Penso che l’uomo stia facendo un sacco di danni all’ambiente. Prima o poi ne pagheremo le conseguenze a livello di salute». Intanto, però, il 23enne musicista arrotola il tabacco in una cartina. Un paradosso? «Ho il vizio del fumo. Però non butto mozziconi per terra. E solitamente bevo sempre acqua del rubinetto. Mangio tutti i giorni frutta e verdura. E mi curo solo con rimedi naturali, evitando farmaci chimici». Da sotto la maglietta, spuntano diversi tatuaggi. Sulle braccia. Sul petto. «Ho tatuato le note musicali sul mio corpo. Non solo. Anche un albero con gli uccellini appoggiati sui rami». È un ragazzo che si interroga, Matteo. «Sono abituato a farmi domande su quello che mi ritrovo davanti. Non lo accetto solo perché è lì. In passato mi sono chiesto anche che senso avesse la vita. Ma sono domande a cui non potrei rispondere adesso. Forse a 80 anni troverò le risposte. Di certo so che un giorno vorrei avere una famiglia mia. Questo sì. Intanto, provo a fare del mio meglio per stare bene e per fare stare bene gli altri. Di recente sono stato in Sudafrica, ho visitato una scuola e ora la sostengo finanziariamente. È un piccolo gesto. Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare qualcosa di buono».

Contro corrente

Amante del calcio, Matteo rievoca un aneddoto legato alla sua adolescenza. Quando con la scuola trascorse un’intera settimana nei boschi. E lo aggancia al presente. «Una specie di corso di sopravvivenza. In quei giorni ho probabilmente intensificato il mio rapporto con la natura. Sono sempre stato un tipo curioso. Che voleva andare oltre la normalità. Lo sono anche verso la musica, costantemente alla ricerca di un’evoluzione. Ho uno studio a casa, in cui trascorro ore e ore, anche di notte. La musica io l’ho sempre avuta in testa. Ricordo che quando frequentavo il liceo a Zugo non pensavo ad altro. Seguire le orme di mio padre Sergio (il noto Ceo di Ubs, ndr), nel ramo bancario? Non faceva per me. Io sono più legato al campo artistico. Mi interesso tanto anche di cinema, il mio film preferito è una pellicola muta degli anni ’70. Mi piace pensare a un consumo intelligente dell’arte. Non bulimico. Anche per questo sono attratto dalla musica minimal. Perché, e lo dice il nome stesso, rappresenta il minimo indispensabile, l’essenziale. A diversa gente non piace questo genere, lo ritiene piatto. Questione di punti di vista». L’ultimo evento di Matteo su suolo ticinese si è svolto in mezzo al verde della Forca di San Martino, tra Melide e Paradiso. «Quando è possibile, cerchiamo di esibirci in location a stretto contatto con la natura. Preferisco suonare a cielo aperto piuttosto che in un locale. Perché stare alla consolle tutta la notte è come intraprendere un viaggio. Vedi le luci del giorno che se ne vanno, attraversi il buio, per poi assaporare l’alba. È tutto incredibilmente magico. Da vivere nella maniera più intensa possibile».

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