«Io, talento dell'arte delle otto armi»

La muay thai è uno sport violento? Per il giovane Samuele Licchello è solo una disciplina che insegna a rispettare l’avversario. — di PATRICK MANCINI          

La chiamano “l’arte delle otto armi”. Perché nella muay thai, nota anche come boxe thailandese, si usano due braccia, due gambe, due ginocchia e due gomiti. Per darle di santa ragione (si fa per dire) all’avversario. Eppure c’è chi, come Samuele Licchello, talentuoso 16enne di Cadempino, la definisce una disciplina che invita al rispetto. «Sul ring si lotta, è vero. Ma i colpi nelle parti basse e sulla schiena sono vietati. E alla fine ci si abbraccia fraternamente».
Samuele, distintosi nella recente Notte dei gladiatori a Lugano, è un figlio d’arte. Suo padre fa l’allenatore di muay thai. «Ho visto combattimenti fin da quando ero piccolo. Ho sempre pensato che un giorno avrei praticato anch’io questo sport. Ero affascinato dalla velocità, dal fatto che gli atleti salissero sul ring senza paura. Oggi, che gareggio a mia volta, ho un’altra visione delle cose. Ho imparato a rispettare il mio corpo, a intuire quali sono le mosse che mi possono causare infortuni. E poi ho capito l’importanza dei tempi di recupero dopo una competizione».
Il 16enne lottatore, che nella vita è apprendista informatico, confessa di vivere molto intensamente la tensione prima del match. E di avere tanti progetti. «A primavera 2017 dovrei partecipare al grande evento Fight Zone a Bellinzona. Sono già emozionato. E nel giro di un paio d’anni mi piacerebbe entrare a fare parte della federazione Glory. Un passo che mi permetterebbe di gareggiare contro i migliori atleti a livello internazionale».

FOTO: Sandro Mahler

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Testo: Patrick Mancini

Foto: Massimo Pedrazzini

Pubblicazione:
lunedì 23.01.2017, ore 00:00


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