Alice: «Un antropologo dovrà inventarsi la sua professione»

«L’etnologia è la strada
che fa per me»

L'INCONTRO — Alice Sala, giovane ricercatrice ticinese, oggi vive a Lagos - in Nigeria. Dopo un passato trascorso a studiare il mondo della prostituzione in Ticino, oggi — a trentaquattro anni — è mossa dalla ricerca della giustizia. Dove l'hanno portata la passione per i viaggi e le culture.

Alice Sala porta con sé un po’ di Africa. Non si tratta di rimasugli di un viaggio esotico. È difficile da spiegare perché non sono solo i vestiti con accenni insoliti e neanche il misto di espressioni con l’aggiunta di qualche parola di inglese con accento nigeriano. C’è qualcosa in più. Un grande bagaglio invisibile ma ben percepibile che porta con sé. Tutto è iniziato nella biblioteca del Liceo quando, sfogliando cataloghi con proposte universitarie, le capita tra le mani quello dedicato all’antropologia. Tra altre cose dice: «Un antropologo dovrà inventarsi la sua professione». Che sollievo quello di non dovere prendere una scelta definitiva, di non limitare la curiosità, e di poterla poi combinare con il fascino dell’altrove e del viaggio: «Era decisamente la strada giusta per me. Poi se ci ripenso mi rendo conto che tutto è iniziato ancora prima». Alice ci racconta che, da quando ha ricordi, si rendeva conto che c’erano ingiustizie nella nostra società e si chiedeva se c’erano altri luoghi in cui quelle iniquità erano risolte in modi diversi, posti dove ispirarsi per avere relazioni collettive più giuste. Adesso raccontandolo sorride. Si rende conto che era un’idea molto naïve? Perché le società sono complesse ovunque, così come le soluzioni. Rimane però convinta che l’antropologia sia uno strumento utilissimo perché permette uno sguardo critico, che apre molte porte. Porte che magari neanche conosciamo.

Gli studi e la partenza

Per il suo diploma s’immerge nel mondo della prostituzione e per 6 mesi sarà la segretaria personale di una prostituta: la aiuta ad accogliere i clienti, ad organizzare l’agenda, la spalleggia nella sicurezza e intanto osserva e studia. Osservazione partecipante, così si chiama questo metodo che è uno dei fondamenti delle scienze etno-antropologiche. Così, a due strade da casa sua, entra in un mondo diverso, difficilmente accessibile. Regole, persone, situazioni e linguaggi che non avrebbe mai conosciuto altrimenti, «è anche per questo che adoro l’etnologia: non serve spostarsi  geograficamente per andare molto lontano». Poi però parte per davvero. L’Africa era uno dei suoi sogni nel cassetto ma non voleva andare con un progetto di aiuto allo sviluppo; voleva vedere qualcosa di loro che funzionava, di cui vanno fieri. Perché se è vero che ci sono tante realtà problematiche ce ne sono almeno altrettante che funzionano alla grande. Così, dopo un lavoro di assistente del regista e consulente scientifica per il film-documentario «La Forteresse» di Fernand Melgar (vincitore del Pardo d’oro Cineasti del presente a Locarno), la trentaquattrenne parte per Nollywood, a Lagos, in Nigeria, che è la più grande industria di produzione cinematografica dopo Hollywood e Bollywood; lì poteva coniugare tutto: diversità, un’immagine positiva dell’Africa e le sue due passioni: l’antropologia e la videocamera. Poi però, una casualità ribalta tutto. Un giorno accompagna un amico a Computer Village e si innamora di quel mercato: due blocks densissimi dove troneggia ogni sorta di materiale informatico e annessi. In termine di cifra d’affari è il mercato dei computer più grande dell’Africa, una grande parte, è quella dei famosi rifiuti tecnologici.

ll Computer Village in Nigeria
Adesso vive a Lagos, una delle più grandi e dinamiche megalopoli del mondo, e passa gran parte del suo tempo proprio a Computer Village. Dopo un caffè mattutino con la sua fedele mocca italiana, parte a osservare, parlare e, a volte, anche a vendere e riparare materiale informatico. Perché se c’è una cosa che veramente la caratterizza è questa: lei si butta, anima, corpo, cuore e intelletto, in tutte le situazioni. Come entrare nelle reti di commercio informale che dalla Cina e dagli USA raggiungono Lagos e tutta l’africa dell’Ovest? Alice non esita: osservazione partecipante. Così carica la prima auto di materiale informatico. La prima volta, dice, l’ha caricata da principiante. E dalla Svizzera arriva vuota. Ma con le lacrime agli occhi, al porto di Lagos, decide di non demordere. Le volte dopo vanno bene. Per questa sua disavventura e per la sua tenacia ottiene stima e riconoscenza dai commercianti del luogo e così entra sempre più in profondità nella conoscenza di tale enorme flusso di materiale.

Alice su tutto ciò scriverà una tesi e magari ne farà un film. L’obiettivo è di andare al di là della visione semplicista, dove ci sono i cattivi che consumano e le vittime che raccattano e rivendono. È un’economia informale che si estende a livello planetario. Quel che muove Alice è sempre la ricerca di un qualche tipo di giustizia. O forse solo di qualche nuovo pezzo di mondo rotto che qualcuno proverà forse un giorno ad aggiustare e allora, magari, gli verrà utile imparare qualcosa dalle osservazioni partecipate e dalle riflessione di un’antropologa meno naïve e molto in gamba.

Quattro date nella vita di Alice Sala

1999 Decide di non decidere; si inventerà un mestiere.
2002 Inizia la sua storia con la videocamera, un amore contrastato.
2007 Pensa di avere un lavoro dei sogni: assistente di Fernand Melgar per il film La Fortesse.
2008 Per la prima volta a Lagos. Ne resta talmente affascinata che adesso ci sta vivendo.


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Testo: Serena Wiederkehr
Foto: Charly Rappo/ Arkive.ch
Pubblicazione:
lunedì 06.10.2014, ore 00:00


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