Ellade Grandi Camponovo in un momento di relax nel giardino di casa prima della partenza. (Foto: Annick Romanski)

«La mia pensione la "spendo" nella foresta tropicale»

IL RITRATTO - Ellade Grandi Camponovo, insegnante in pensione, ogni anno trascorre sei mesi tra gli Awá, un’etnia che vive negli angoli più remoti dell'Ecuador. — RAFFAELA BRIGNONI

Grandi occhi azzurri con uno sguardo divertito, ai piedi degli stivali di gomma. La strada è un’enorme scia di fango. Tutt’intorno nebbia. È una foto che ritrae Ellade Grandi Camponovo in una delle sue estati ai tropici. Da quando è in pensione, la malcantonese trascorre sei mesi all’anno in Ecuador. Da come pare evidente dalle foto che ci mostra, non per godersi vacanze all’ombra di una palma in riva al mare. L’ex-insegnante di italiano e di latino infatti, di abbandonare la vita attiva non ci ha mai pensato. «In molte, quando raggiungono la pensione, si chiedono “Come farò ora a stare a casa tutto il tempo, assieme a mio marito?”. Io questo problema non l’ho avuto» dice sorridendo. Due volte l’anno, in estate e in inverno, Ellade prepara la valigia e scompare tre mesi nelle foreste tropicali ecuadoriane per seguire e avviare progetti di sviluppo, soprattutto tra gli Awá, comunità indigene che vivono lontano da tutto. «Poi sono felice di tornare e stare a casa con mio marito. Ogni volta è un vero ritrovarsi. Dal 2000 sono divisa in due: una parte ticinese e una ecuadoriana, ma sia a mio marito che a me va bene così e io non ho mai sofferto di nostalgia» spiega.

L’inizio di un impegno
Tutto inizia un po’ per caso quando nel 1994 segue un’amica in Ecuador per frequentare dei corsi di spagnolo. «Una delle mie maestre, durante i fine settimana, impartiva lezioni a comunità di periferia di Quito assieme al suo compagno. Quando stavamo per rientrare in Svizzera, ci aveva chiesto se non potevamo dare una mano dalla Svizzera. Io, lì per lì, le avevo lasciato 50 dollari, avevo proseguito le vacanze e al mio ritorno ne avevo parlato con un amico di mio cognato. È stato lui a partire per primo in Ecuador. Al rientro aveva organizzato una colletta di fondi per sistemare un asilo ma è solo nel 2000 che è stata fondata l’ong vera e propria». Da allora, parte l’avventura di Multimicros, la ong ticinese che avvalendosi della collaborazione di partner locali, si occupa di progetti educativi, di costruzione di ponti e di acquedotti. «All’inizio davo una mano in estate, durante le vacanze scolastiche, poi ho seguito un corso della Fosit (Federazione delle ong della Svizzera italiana, ndr), perché non ci si improvvisa volontari. Dobbiamo scrivere rapporti, documentare con molta precisione le spese…». 
Insomma, volontari si diventa, ma… maestri si nasce. Almeno nella famiglia Grandi. Il padre, la zia e le sorelle di Ellade sono pure stati insegnanti, così come il marito Claudio. «Quello del docente è secondo me uno dei lavori più belli che ci siano. Si è in contatto con la gente e si ha l’illusione di non invecchiare mai! Accompagni i tuoi alunni dalla Ia alla IVa media, li vedi crescere. Sono lacrime quando se ne vanno, ma poi a settembre ricominci con i piccoli di 11 anni». Si ricorda ancora il primo giorno come insegnante, nel 1970. «La mattina ero stata convocata dalla direttrice per una riunione, ma ero un po’ di fretta: il pomeriggio dovevo sposarmi!». Ricorda così, sorridente, due episodi fondamentali nella sua vita.

Differenze culturali
Oggi, gli allievi delle scuole medie ticinesi, Ellade li vede ancora quando è invitata a parlare del suo lavoro nelle classi. «Sono carini. A volte capita che vengano da me e si svuotino le tasche per i nostri progetti, rinunciando alla merenda» racconta la docente che da tempo fa la spola tra questi due mondi così diversi. «Una delle differenze culturali è la percezione del tempo. In Ecuador ne hanno una visione circolare: si dicono che se non fanno qualcosa oggi, la potranno fare domani. Non hanno l’orario del bus, per fare un esempio. Si siedono e aspettano che passi. E sorridono quando vedono che noi abbiamo degli orari precisi al minuto. La nostra invece, è una percezione lineare, con scadenze precise. Io sono combattuta tra queste due temporalità. Quando avevo vent’anni, all’improvviso mio padre è morto. Allora ho capito che se volevo fare qualcosa, dovevo farla subito, perché tutto può cambiare da un momento all’altro. D’altronde, quando sono in Ecuador non voglio imporre il mio modo di vedere e ho adottato un po’ la loro visione. Sono diventata più paziente». E pace se non tutto va come previsto. Ellade mostra le immagini dell’inaugurazione di un ponte la scorsa primavera. Ci sono le autorità locali, grandi cartelloni, il fuoco pronto per un barbecue festivo. Le autorità avrebbero dovuto portare nastro e forbici, ma se ne erano dimenticate. Una cerimonia senza taglio del nastro? No, di sicuro, non in un paese dove l’arte dell’arrangiarsi ha ancora un valore. Allora ecco le autorità che improvvisano la cerimonia ufficiale con foglie di banano a mo’ di nastro e un machete invece delle forbici di rito. A guardare le foto, sembra di sentire le risate. E in fondo, che cosa c’è di meglio di un ponte e di una risata per sancire l’unità di comunità e culture diverse?

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