Fabio Bernasconi ama trovare soluzioni logistiche.

Fabio Bernasconi: «La montagna vive dentro di me»

Appassionato di tecnologie e sport, è esperto di cronomettraggio. E ha un modo particolaree tutto sprint di scoprire le vette. — PATRICK MANCINI

Partenza a mezzanotte in punto da Piazza Grande a Locarno. Con la pila in testa e con lo zaino in spalla. E poi su, su, a corsa, fino ad affrontare la via alta della Vallemaggia. Alle quattro del pomeriggio, 16 ore dopo, Fabio Bernasconi è a Fusio. «Quando corro in montagna, l’orologio per me non conta più». Paradossale per uno che di mestiere cattura i tempi delle gare cronometrate. «Nel mio lavoro, ogni centesimo di secondo ha un peso. Sono alla costante ricerca di applicazioni tecnologiche che mi permettano di cogliere con precisione ogni singola frazione del tempo che scorre».  

Genio e avventuriero
Professione strana, quella di Fabio. Classe 1981, una maturità liceale del Collegio Papio e un diploma della scuola alberghiera di Losanna in tasca, ha unito il suo interesse per le tecnologie alla pas-sione per lo sport, mettendo in piedi un servizio che segue gare podistiche in tutta la Svizzera. «Lo faccio anche dal punto di vista fotografico e della nutrizione. Propongo agli organizzatori di gare un pacchetto completo. Il cronometraggio, però, è il mio fiore all’occhiello, il mio pallino. Ogni atleta viene munito di un chip. E io leggo le loro prestazioni dal mio dispositivo portatile o  dal cellulare». Fabio è un ragazzo dai due volti. Da una parte c’è il piccolo genio, che di notte studia nuove possibili evoluzioni per catturare il tempo. Dall’altra c’è l’avventuriero. Uno stambecco travestito da essere umano. Locarnese doc, Fabio ha la montagna impressa nel Dna. Guida alpina mancata per colpa di una banale lussazione al pollice, a un certo punto della sua vita, proprio per amore della montagna, rinuncia a un prestigioso posto di lavoro a New York, presso un’azienda di catering ed eventi «Avrei avuto nostalgia della natura. Io senza le mie vette non ci sto. Quei palazzi così alti e tutto quel cemento un po’ mi bloccavano…».

Cambio di mentalità
E pensare che il percorso di Fabio era partito dalla scuola alberghiera. E dalla gestione di un ristorante a Cossonay, nel canton Vaud. «L’ho gestito per quasi cinque anni. Quando l’ho preso in mano gli affari erano a terra. Lavorando con entusiasmo, dopo soli 6 mesi è arrivato il riconoscimento Gault et Millau, importante guida gastronomica. Ero in cucina dalla mattina alle 6 fino a tarda notte. La ristorazione è così: o ci stai dietro, oppure è meglio che lasci perdere. Io, però, avevo voglia di vivere. Di respirare all’aria aperta. Per questo ho cambiato registro». È un ragazzo alla buona, Fabio. Uno di quelli che ti parla ancora in dialetto ticinese. «Per fare quello che faccio io oggi, bisogna essere dei mezzi inventori. Ho il cervello sempre attivo, ogni giorno sono a caccia di stimoli e di suggestioni. Poi ovviamente per sviluppare tecnicamente le mie idee devo farmi aiutare da specialisti. Non ho la presunzione di arrivare dappertutto. L’inverno è forse la stagione in cui penso di più. Perché ci sono meno eventi da seguire. E allora lì butto giù idee, pianifico la stagione che verrà. E per distrarmi vado nella neve, con le pelli di foca». In tasca Fabio ha sempre un coltellino svizzero. Il simbolo di chi sa arrangiarsi in ogni circostanza. «Penso che nel 2016 in Svizzera si viva fin troppo bene. E una persona rischia davvero di sedersi sugli allori. Anche per questo, io sento il bisogno di scappare dalle comodità, di staccarmi da una quotidianità perfetta e frenetica allo stesso tempo. Lo faccio di notte, perché di giorno non ho tempo. In pochi oggi sanno cosa significhi trovarsi di fronte un capriolo, su un sentiero buio, quando tu sei l’unico esse-re umano nel raggio di chilometri».


Un mondo nascosto
Cardada, Ghiridone, Pizzo Vogorno. Fabio rievoca piccole grandi emozioni vissute in solitudine in angoli magici e discosti della Svizzera italiana. E poi elenca le sue imprese. Come il giro a corsa del Monte Bianco. O la traversata delle Alpi svizzere a corsa in 5 giorni. Da Davos a Martigny. «Ho cominciato ad andare in montagna a 8 anni. Ero attratto da quella strana energia. Dopo i 20 anni, ho quasi sempre attraversato le montagne a corsa, è il mio modo per viverle, e per scoprirle. Le montagne d’altra parte sono tutte collegate tra loro. Pensiamo a quanto possano essere vicine, ad esempio, la Leventina e la Vallemaggia. E da quanti minuscoli sentieri possano essere connesse tra loro». Ed è a questo punto che il 35enne locarnese torna a parlare del suo lavoro. «Un giorno mi sono reso conto  che a me i risultati sportivi non interessavano più di tanto. Volevo andare oltre. Godermi la montagna da un’altra prospettiva. Le questioni informatiche legate allo sport mi hanno sempre attirato. Così come gli aspetti logistici. Adesso passo notti intere a cercare soluzioni per coprire al meglio le gare. Dal profilo energetico, delle comunicazioni, fotografico, alleggerendo i compiti degli organizzatori e limitando i costi. Lo faccio con serenità, sono una persona felice, fortunata. La montagna vive dentro di me. E io faccio parte di quei privilegiati che possono dire di fare un lavoro che amano veramente».

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