Per Roland Grossen, lavorare con gli atleti di punta è un’esperienza molto interessante.

«La salute dei giocatori
ha la precedenza»

Con il medico della Nazionale svizzera di calcio parliamo dei prossimi Mondiali brasiliani, dei suoi principi e di che cosa farà da pensionato.

Cooperazione:
Come medico della Nazionale svizzera di calcio a che cosa dovrà prestare particolare attenzione in vista dei Campionati del Mondo che si terranno in Brasile?

Roland Grossen:
In Brasile saremo confrontati con condizioni climatiche un po’ particolari: soprattutto in Amazonia il tasso di umidità dell’aria è molto elevato. Ma ci si può preparare: disponiamo infatti di una vasta letteratura medica in materia di acclimatizzazione e padroneggiamo le tecniche di gestione e di recupero fisico dopo uno sforzo. In febbraio abbiamo avuto un seminario, dopo ci siamo incontrati con tutti i medici delle squadre qualificate per il girone finale dei Mondiali. Inoltre la Fifa ha previsto la possibilità di interrompere le partite per permettere ai giocatori di idratarsi.

Che cosa significa?
Prima della partita, la temperatura sarà calcolata in funzione del tasso di umidità dell’aria: sulla base di ciò, si prenderà una decisione sulla necessità di prevedere delle pause tecniche durante la partita. Non è stato il caso negli Stati Uniti, in occasione della Coppa del mondo 1994, dove la Svizzera dovette giocare con temperature molto elevate, nello stadio coperto di Detroit. Per quanto attiene al Brasile, ci siamo interessati anche alle condizioni sanitarie, in particolare per la malaria e la febbre gialla. Abbiamo richiesto degli studi a medici specialisti in infezioni. Apparentemente, i rischi, nelle zone urbane, sono praticamente inesistenti.

La Nazionale svizzera giocherà anche nello stadio di Manaus.

La Nazionale svizzera giocherà anche nello stadio di Manaus.
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La natura ha sempre l’ultima parola per quanto attiene alla salute»

Da quanto tempo state preparando questo appuntamento?
Per noi, il lavoro è iniziato con il fischio finale dell’ultima partita di qualificazione ai Mondiali. Un collega medico si occupa esclusivamente della fisiologia dello sforzo. Abbiamo analizzato la preparazione dietetica, abbiamo raccolto tutte le informazioni sulle condizioni climatiche delle città in cui giocheremo. In dicembre, all’indomani del sorteggio, il nostro campo base è stato spostato rispetto alla sede prevista inizialmente, per garantire una migliore preparazione

Globalmente, quali sono le specificità del vostro lavoro di medico della squadra nazionale?
La nostra missione è di proteggere la salute dei giocatori. Si può garantire loro i migliori trattamenti, metterli nelle mani dei migliori specialisti, ma senza mai superare il limite di trattamenti che metterebbero a repentaglio la loro salute. La natura ha le sue esigenze: ci sono dei tempi che non si possono accorciare. Dobbiamo insistere per far accettare la nostra visione delle cose.

E in rapporto al calcio?
Bisogna conoscere le specificità di questo sport, fare degli sforzi intermittenti che tendono sempre più verso la velocità, dove il giocatore si espone a contatti e a colpi. Devo sempre guardare la partita cercando di prevedere quello che può accadere in questa o quella situazione. Quando sono a bordo campo, i miei oc-chi sono sempre puntati sull’azione. Per effettuare una diagnosi devo sapere ciò che è accaduto.

Il giorno della partita è più stressante?
Sono tranquillo: il mio ruolo è soprattutto quello di un osservatore. In compenso sono molto teso durante tutta la fase degli allenamenti. Il mio obiettivo è di arrivare all’appuntamento con ventitre giocatori in pieno possesso dei loro mezzi. Per quanto concerne la Coppa del mondo, non va dimenticato che i calciatori vengono da una stagione dove hanno disputato molti incontri. Il ruolo del medico è importante: bisogna portarli a recuperare le forze e a rimetterli in forma.

Che cosa è cambiato dai suoi inizi con la Nazionale?
La differenza d’età! Potrei essere il padre di ognuno di loro. Questa differenza generazionale è forse importante per ottenere la loro fiducia. Che è fondamentale.

Quali legami è riuscito a stabilire con i giocatori?
Ho un buon contatto. Non sono il loro amico del cuore, è ovvio. Il mio ruolo è che possano venire a trovarmi in qualsiasi momento. Ho la fortuna di poter contare sulla collaboratione del dottor Cuno Wetzel, un amico di lunga data, con cui mi intendo alla perfezione. Che i giocatori facciano riferimento a lui o a me, riceveranno la stessa diagnosi.

Quest’estate porrà fine alla sua carriera medica, in particolare presso l’Associazione svizzera di calcio. Dopo tre Coppe del mondo e due Europei, che cosa le mancherà?
Molte cose. La gioia di essere in contatto con dei giovani, la pressione legata all’avvenimento, i contatti con un mucchio di persone, la possibilità di confrontarsi con sistemi di salute diversi (la Turchia e i paesi dell’Est, per esempio), tutte le relazioni che si riescono a costruire durante la carriera e che sono molto importanti quando si esce da uno studio medico. E poi c’è la gioia di vedere i progressi fatti da giovani, dal momento in cui sono entrati nelle squadre giovanili fino al loro approdo  nella Nazionale maggiore, dove hanno assunto un ruolo di leader. E ancora: la gioia delle vittorie, ma anche i momenti della sconfitta, il momento in cui si deve fornire un appoggio a quei giocatori che sono stati esclusi dalla rosa o che devono rinunciare a una convocazione. La fortuna di poter condividere la vita con sportivi di punta. Ecco, questi sono i ricordi che manterrò negli anni a venire.

Lei ha parlato di sportivi di punta…
Sì, quando si trascorrono da tre a cinque settimane insieme, si scoprono delle personalità, si può osservare lo sviluppo del carattere di ognuno di loro. È un’esperienza umana interessante. Con gli anni, si assiste a un’evoluzione delle mentalità. Tra i giocatori c’è nel contempo amicizia e competizione. Fino a una ventina di anni fa, la maggior parte dei calciatori proveniva da club svizzeri; oggi invece moltissimi di loro giocano in campionati esteri. In questo modo scoprono stili diversi. E poi la nostra squadra è multiculturale, un fattore di grande interesse.

Lei ha mai giocato a calcio?
Penso di stupirla se le dico che, a parte qualche partitella da studente, non ho mai giocato a calcio. Ho fatto un po’ di basket, nell’epoca in cui anche chi non raggiungeva i due metri d’altezza poteva entrare in squadra…

Come definirebbe il suo rapporto con il calcio?
Il calcio, come altri sport di squadra, richiede ai giocatori qualità fisiche, tecniche, tattiche e morali. È una scuola di vita per i giovani. Vorrei però più fairplay. Vivere una partita in uno stadio colmo di migliaia di spettatori e di fan vestiti con le ma-glie della loro squadra del cuore è per me sempre un momento di grande festa.

Se lei dovesse scendere in campo, quale posizione assumerebbe?
Il posto di regista, quel giocatore che dal centro del campo ha una visione completa di quanto avviene, che detta il ritmo di gioco, che fa il passaggio decisivo affinché l’azione si concretizzi. Ma sono pure affascinato dai portieri, che nella maggior parte dei casi hanno una personalità molto particolare.

Roland Grossen

«Come spesso accade nella vita, è un po’ il caso che mi ha portato a diventare medico della Nazionale di calcio» dice Roland Grossen. I suoi inizi come medico sportivo li ha avuti con il Neuchâtel Xamax negli anni 1974-1977. All’epoca non esisteva ancora la medicina sportiva come specializzazione.
Nel 1980, su consiglio del presidente della squadra neocastellana Gilbert Facchinetti, è entrato a far parte della Nazionale svizzera giovanile. Al servizio dell’Associazione svizzera di calcio, era incaricato di seguire in Svizzera e all’estero i calciatori della U21. Infine, nel 1997, ha assunto il ruolo di medico della Nazionale maggiore.
Alla fine della Coppa del mondo in Brasile lascerà la carica.

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Testo: Ariane Pellaton
Fotografia:
Keystone
Pubblicazione:
lunedì 19.05.2014, ore 00:00


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