Didier Burkhalter: «Anche quando si vince, c’è il rischio di perdere la prossima partita».

«Le istituzioni
valgono più dei politici»

Didier Burkhalter – Il neoeletto presidente della Confederazione ci parla delle sfide che lo attendono nel 2014. Ma anche delle sue grandi passioni.

Cooperazione: Come si sente alla vigilia della sua doppia presidenza?
Didier Burkhalter: Molto bene. Mi sono commosso al ricevimento organizzato a Neuchâtel dopo la mia elezione. Sono momenti di contatto con la popolazione unici ed eccezionali.

La vedremo come il suo predecessore ai grandi appuntamenti popolari?
Sono già stati fissati molti appuntamenti. Ma poiché la Svizzera quest’anno presiede l’Organizzazione della sicurezza e della cooperazione in Europa (Osce), sarò spesso anche all’estero.

Cosa desidera dire agli Svizzeri in questo inizio d’anno?
Che le relazioni tra la Svizzera e il mondo sono molto importanti per garantire successo e crescita del paese. E che la nostra prosperità passa per valori come il lavoro, l’apertura e la gioventù.

Come vede la Svizzera?
Siamo un paese che ha molta fortuna, ma anche molti meriti. Pur senza risorse naturali o materie prime, abbiamo saputo coniugare i nostri interessi diretti, la sicurezza, la prosperità, l’indipendenza con in nostri valori: democrazia, pace, diritti umani. Siamo un miracolo. E posso dirvi che all’estero siamo ben invidiati per questo.

Qual è la grande sfida?
Mantenere le conquiste, non riposarci sugli allori pensando che tutto andrà sempre bene. È come nel calcio: anche quando si vince, c’è il rischio di perdere la prossima partita. Dobbiamo prendere le decisioni giuste per le generazioni future, non dimenticare i nostri valori fondamentali. Penso al partenariato sociale o alla capacità di integrare l’immigrazione che porta forze nuove indispensabili all’economia.

Cita l’esempio del calcio. Lei stesso ha giocato a lungo nel Neuchâtel Xamax. Cosa le ha insegnato quest’esperienza?
Tutto. Non passa giorno senza che non pensi al calcio. La tattica, la strategia, accettare la sconfitta, gestire la vittoria, lo spirito di squadra, la pressione, la tenacia. Prendiamo i calci di rigore: se ne manchi uno nell’allenamento, devi subito segnare al prossimo, non fermarti su un insuccesso. Il calcio è una straordinaria scuola di vita.

Il suo ruolo preferito?
Libero. Dirigi, hai una visione del gioco davanti a te, fai salire i giocatori e anche tu puoi salire, andare ovunque. È fantastico. Ma il calcio è bello in tutti i ruoli. Ho giocato in ogni ruolo, salvo in porta.

Gioca ancora a calcio?
Purtroppo no. Ai tempi mi sono rotto una gamba e non è un’attività per la mia età… Ma nuoto, vado in bicicletta e pratico lo sci.

Lo sport è un buon metodo per compensare la mole di lavoro che la attende?
È soprattutto in famiglia che mi rilasso. Ho bisogno di questi momenti con i miei cari. Sono qualcuno di molto legato alla famiglia: essa occupa la maggior parte del mio tempo libero.

Fondare una famiglia è sempre stato un suo desiderio?
Ho avuto la fortuna di avere un’infanzia felice, ma non è stato chiaro da subito che volevo più figli. Lo è diventato il giorno del matrimonio.

Sua moglie è spesso al suo fianco nelle trasferte e nei ricevimenti. Perché è così importante?
Abbiamo deciso di condividere la nostra vita e quindi per me la sua presenza al mio fianco è normale. Abbiamo sempre lavorato così, già quando ero sindaco di Neuchâtel e lei aveva solo 25 anni. A livello federale, negli affari esteri, sono numerose le sollecitazioni per il coniuge. Svolge un ruolo importante e ha dei compiti specifici, anche quando non è con me. Sono fiero che abbia accettato questo ruolo.

Si dice che lei cucina volentieri. È vero?
Sì, adoro cucinare. Mi rilassa, è un’attività concreta e utile per la famiglia. Cucino meglio i piatti austriaci che mia moglie (che è austriaca, ndr). Gli spätzli al formaggio, fatti in casa con le wienerschnitzel, sono la mia specialità.

Suo nonno era pescatore, la natura e il lago sono fonte d’equilibrio per lei?
Assolutamente. Appena me ne allontano, mi mancano. Mi sento rinchiuso, lontano dal lago. Sono praticamente nato con i piedi nell’acqua. Davanti a casa nostra c’erano la capanna di pesca di mio nonno e il lago. Il lago è uno specchio della vita: cambia sempre, ogni giorno è qualcosa di nuovo. Bisogna rispettarlo. Ho imparato a conoscerlo e ad amarlo grazie a mio nonno, guardandolo gettare le reti. Ma amo anche i boschi.

Ha anche lavorato nei vigneti in gioventù?
Sì, dall’età di 11 anni per le vendemmie. Ci si andava in famiglia, con mio padre. È un lavoro duro, spesso faceva freddo. È stato il mio primo contatto con il mondo del lavoro.

Le piace il lavoro attuale?
Certo, è una funzione appassionante. Ho sempre amato lavorare. D’altro canto ci sono molte preoccupazioni legate alla presa di decisioni. Devi scegliere il progetto giusto e concretizzarlo politicamente. Al momento di prendere una decisione, sei spesso solo. Le notti in bianco sono frequenti. Rifletto molto la notte.

Per Didier Burkhalter cos’è una presidenza riuscita?
Una presidenza in cui saranno state prese le decisioni giuste, nell’interesse delle generazioni future, in tutta collegialità. Perché si tratta del lavoro del governo e non di un unico uomo. Nella politica svizzera, le istituzioni sono più importanti dell’uomo politico.

Didier Burkhalter

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Didier Burkhalter è nato il 17 aprile 1960 a Neuchâtel. Dal 2012 dirige il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae). È sposato con Friedrun Sabine e padre di tre figli adulti.
Carriera politica: laurea in scienze economiche all’Università di Neuchâtel nel 1982. Dal 1985, membro del partito radicale, oggi partito liberale-radicale (PLR). Inizia la sua carriera nel legislativo del comune di Hauterive (NE) nel 1988, due anni più tardi accede al Gran Consiglio. Nel 1991 è eletto nell’esecutivo della città di Neuchâtel, di cui sarà il sindaco tre volte, l’ultima nel 2001. Consigliere nazionale nel 2003 e poi agli Stati nel 2007. Diventa consigliere federale il 16 settembre 2009.
Attualità: presidente della Confederazione nel 2014 (eletto il 4 dicembre 2013 con 183 voti su 202) e dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).

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Testo: Thierry Délèze / René Schulte

Foto: Christoph Kaminski



Pubblicazione:
sabato 28.12.2013, ore 09:28


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