Antonio Simona dirige il Centro di registrazione e procedura di Chiasso dal 1988.

«Le nostre strutture
sono ormai sature»

L'INTERVISTA — Antonio Simona, direttore del Centro di registrazione e di procedura di Chiasso sull’aumento della pressione migratoria dall’Italia.

Cooperazione: Da aprile a giugno 2014 la Svizzera ha registrato 5.384 domande d’asilo, il 10 per cento in più rispetto al primo trimestre 2014. Cosa significano queste cifre per il Centro di registrazione e di procedura di Chiasso?
Antonio Simona: Dalla seconda metà di aprile abbiamo avuto una crescita importante di richiedenti asilo. A Chiasso siamo passati da 327 persone nel mese di marzo a 981 persone in giugno. È la cifra più alta da quando c’è stata la crisi del Kosovo, cioè dagli anni ’90 del secolo scorso.

La posizione geografica di Chiasso fa sì che molti rifugiati giungano proprio qui.
Si, ma il flusso migratorio non può essere gestito solo a Chiasso; 650 persone che sono arrivate da noi sono state trasferite in altri centri. Bisogna pensare che durante diversi weekend abbiamo avuto  più di 100 arrivi, il centro di Chiasso non può gestire questo flusso da solo.

Dunque il centro di Chiasso da mesi è sempre al completo.
Direi che il centro ha superato il limite, cioè l’occupazione massima di 130 posti.  In situazioni di grande afflusso a Chiasso utilizziamo pure un vecchio bunker della protezione civile e un centro a Biasca con circa 50 posti. Ma nonostante queste «valvole di sfogo» siamo giunti al limite e questo vale anche per tutti gli altri centri in Svizzera.


Attualmente, a Chiasso due terzi delle domande d’asilo sono effettuate da eritrei.

Attualmente, a Chiasso due terzi delle domande d’asilo sono effettuate da eritrei.
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Abbiamo programmi di attività pubblica in collaborazione con i comuni»

Con quali conseguenze?
Le strutture sono sovraccariche. C’è necessità di reclutare nuovi interpreti per fare i colloqui con i richiedenti ed è necessario  aumentare il numero di persone che vengono attribuite ai cantoni. La pressione migratoria  richiede molto lavoro supplementare.

Il 50 per cento dei rifugiati proviene dall’Eritrea. Un fenomeno nuovo?
Diciamo che gli eritrei da anni chiedono asilo nel nostro paese.  Dal 2005 al 2012 c’è stato un aumento graduale, fino a quando  abbiamo avuto complessivamente 4.000 domande d’asilo da parte di eritrei. Poi quest’anno le domande sono esplose. Nei primi sei mesi del 2014 abbiamo raggiunto il numero di domande di tutto il 2013. A Chiasso, due terzi delle domande d’asilo vengono da eritrei.

Come lo spiega?
Sicuramente è il risultato della pressione migratoria proveniente dagli sbarchi sulle coste italiane. La gente si sposta verso Nord, anche se va detto che non  tutti gli eritrei vengono in Svizzera.

Ho avuto modo di visitare un centro a Lodano in Vallemaggia, dove soggiornano circa 40 eritrei. Mi sono sembrate persone di indole tranquilla.
Sono persone assolutamente tranquille. Non c’è nessun problema di sicurezza.  A Lodano  risiedono persone che sono già state attribuite al Canton Ticino e che non sottostanno strettamente a noi come centro di registrazione. Questa è la procedura normale. La grande affluenza  fa sì che i cantoni debbano mettere a disposizione  degli alloggi.  E il cantone chiede ai comuni.

Quanti richiedenti eritrei  vengono riconosciuti come rifugiati?
Il riconoscimento è attorno al 60 per cento. Poi ci sono casi di ammissione provvisoria, di  persone che non sono riconosciute ma non si possono mandare  indietro. Tendenzialmente queste persone stanno a lungo in Svizzera.

In questo momento ci sono tanti siriani che scappano dalla guerra nel loro paese. La maggioranza vuole andare in Europa del Nord  ma alcuni arrivano nel nostro paese.
Credo che da noi arrivino soprattutto siriani che hanno  parenti in Svizzera. In giugno anche il numero dei siriani che hanno fatto domanda d’asilo in Svizzera è aumentato, pur non raggiugendo il livello delle richieste d’asilo degli eritrei. La maggior parte  arriva da noi accompagnata dalle guardie di confine, solo pochi si presentano spontaneamente. È una costante per tutte le domande d’asilo. Arrivano in treno alla frontiera  e sono  fermati dalle Guardie di Confine. Nel caso degli eritrei, questa modalità concerne il 95 per cento delle persone, ma  ciò vale anche per i maghrebini e i nigeriani.

Nel 2011/2012 la presenza di maghrebini  a Chiasso ha fatto parlare molto a seguito di problemi di sicurezza  e di ordine pubblico. Come sono stati risolti questi problemi?
Da un lato arrivano meno persone da questi paesi, ma soprattutto abbiamo adottato programmi di attività pubblica in collaborazione con i comuni. La gente ora è occupata e non crea più disturbi.

C’è abbastanza lavoro di pubblica utilità per i richiedenti d’asilo?
Per tanto tempo c’era poco lavoro ma  le cose stanno cambiando. Oggi abbiamo quasi troppe richieste. Nei primi sei mesi di quest’anno solo a Chiasso abbiamo fatto più di 2.000 giornate lavorative; lavoriamo anche a Biasca e Losone. Tanti richiedenti asilo vogliono rendersi  utili.

Presso la caserma di Losone ci sarà un nuovo centro per richiedenti asilo. Quanto è importante?
Per noi è molto importante perché si tratta di una «dépendance»  del nostro centro di Chiasso. Avrà una capienza di 170 persone. Faremo la spola per portare le persone di Losone alle audizioni che facciamo a Chiasso. Va considerata che molto probabilmente a fine estate e in autunno dobbiamo aspettarci una nuova ondata, perché alla fine della stagione turi-stica in Italia  tante persone provenienti dall’Africa centrale che lavorano in nero si spostano verso Nord chiedendo asilo.

Nei comuni spesso c’è resistenza contro questi centri. Lei capisce le paure della popolazione?
Capisco questa paura e diffidenza se considero il fatto che tanta gente forse non è abbastanza informata oppure ha prestato attenzione solo alle notizie negative. Le persone che arrivano – nella stragrande maggioranza – non sono pericolose. L’impiego di richiedenti asilo in lavori di utilità pubblica ha aiutato molto a migliorare l’immagine dei rifugiati. La gente ha  capito che i profughi vengono veramente da situazioni disastrose di guerra e hanno bisogno d’aiuto. Mi sembra che la percezione della  popolazione sia cambiata e vi sia maggiore apertura.

In  tale contesto di migrazione ha ancora senso differenziare fra richiedenti asilo, disertori di guerra,  rifugiati economici?
La legge parla molto chiaro. Per ottenere lo status di rifugiato occorrono determinati  criteri, indipendenti dallo Stato di provenienza. Parlare di profughi economici non mi piace. Si tratta di richiedenti che non adempiono ai criteri permettenti l’ottenimento dello status di rifugiati. Se poi sono motivi economici oppure di altra natura, è una questione di definizione.

Il flusso di migranti e rifugiati aumenta a livello mondiale. Astraendo dalla situazione concreta di Chiasso, quali prospettive vede per risolvere il  problema dei flussi  migratori?
Il movimento migratorio non si risolverà a corto termine, visto che accanto alle crisi politiche  vi sono altre questioni quali ad esempio il degrado ambientale, la desertificazione, che fanno  scappare la gente dalle loro terre.  Ci dobbiamo impegnare nel nostro piccolo per risolvere tali problemi.

Lei  rimane comunque ottimista?
Si dice che il pessimista è un ottimista con esperienza. Si deve lavorare con fiducia senza avere la pretesa di risolvere tutti i problemi del mondo. Il pessimismo sicuramente non serve. Dobbiamo riempire la nostra picco-la missione nel mondo. Mi piace questo detto: «Il bene che si fa è l’affitto per il posto che occupiamo su questa terra».

Antonio Simona



Nato il 8 agosto 1952 a Locarno, Antonio Simona si è laureato in lettere a Zurigo. Ha lavorato per due anni all’agenzia telegrafica svizzera (ATS) e dal 1983 è in servizio al Dipartimento federale di giustizia e polizia. Dal 1988 dirige il Centro di registrazione e procedura di Chiasso. È sposato, vive a Morbio Superiore, e s’interessa di letteratura, fisica, astronomia, astrologia, psicosintesi. Di notte dorme soltanto poche ore. Sulla sua scrivania in ufficio a Chiasso si trova pure un libro sulla legge di Murphy.

Ulteriori informazioni riguardo l’Ufficio federale della migrazione:
LINK

www.bfm.admin.ch

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Testo: Gerhard Lob
Foto: Sandro Mahler
Pubblicazione:
lunedì 21.07.2014, ore 00:00


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