L'idea della leggenda: «Meno sciatori e premi più alti»

Intervista a Bernhard Russi, icona dello sci, sui Campionati mondiali, sull’età che avanza inesorabile, su un flop televisivo. E su Lara Gut. — di Andreas Eugster e Andreas W. Schmid

Bernhard Russi varca puntualissimo il buffet della stazione di Andermatt, ma si presenta per l’intervista solo dieci minuti più tardi. Tra l’ingresso e il nostro tavolo si ferma a salutare un paio di conoscenti. Da metà gennaio, dopo la sua partecipazione a un documentario intimistico andato in onda sulla televisione svizzera, nel quale ha rivelato alcuni particolari della sua vita parlando delle fatalità del destino e delle dolorose separazioni che hanno segnato la sua esistenza, il suo volto è diventato ancora più famigliare. Il programma ha raggiunto il 50% di audience  nell’orario di massimo ascolto. Nel frattempo, la leggenda dello sci ci ha finalmente raggiunto al tavolo e si scusa per l’attesa.

Perché ha scelto di farsi intervistare al buffet della stazione di Andermatt?
Perché è qui che sono nato. Non proprio nel buffet, ma in stazione. Mio padre era un dipendente delle ferrovie, abitavamo al primo piano di questo edificio.

Sua madre quindi partorì in casa?
Sì, a quei tempi era normale. Solo quando racconto questa storia in America, la vicenda diventa curiosa. Le persone pensano a una sala d’attesa.

Nel 1972 è stato campione olimpico. Da allora quasi tutto quello che ha toccato si è trasformato in oro. Nonostante questo, le è mai capitato di mettere in dubbio se stesso?
Ognuno di noi si è chiesto almeno una volta: «Come sarebbero andate le cose se al posto della porta sinistra avessi scelto la destra?». Anche nel mio caso ci sono state e ci sono tuttora decisioni sulle quali nutro dubbi.

Ci faccia un esempio…
Non è proprio recente, ma negli ultimi anni, grazie al megaprogetto del resort di lusso di Samih Sawiris, per Andermatt si è aperta una nuova opportunità. Venni subito coinvolto nel progetto. Mi fu chiesto se volevo far parte del consiglio d’amministrazione. Mi domandai quanto mi sarei dovuto far coinvolgere.

Alla fine accettò.
Mi resi conto che quando c’era qualcosa da discutere venivo coinvolto ugualmente. A quel punto mi dissi: se lo devo fare, tanto vale farlo bene. In caso contrario avrei solo potuto far sentire la mia voce, ma non avrei avuto il potere di cambiare nulla.

Di flop nella sua vita ce ne sono stati pochi, tranne forse «Rätselflug», la caccia al tesoro televisiva del 1982, che la vide presentatore a fianco di Günther Jauch.
Fu una trasmissione che ancora oggi ritengo fosse valida. L’idea era buona e prevedeva che da uno studio televisivo due concorrenti ricevessero all’interno di una busta frasi sibilline dalle quali trarre indizi per trovare un “tesoro”. Le indicazioni erano accolte in maniera concreta dal cercatore del tesoro vero e proprio, impersonato da Jauch o da me. Purtroppo ci fu qualche inghippo e la trasmissione fu sospesa. Ho rincontrato Günther proprio di recente. Ripensandoci oggi, ci scappa da ridere.



Da allora è passato molto tempo. Sente il peso dei suoi 68 anni?
La domanda dovrebbe essere: che significato ha il numero 68? Ognuno li vede a modo suo. L’invecchiare fa parte di un processo. Il passaggio dai 20 ai 50 anni non avviene da un giorno all’altro. Per questo sono dell’idea che non si debba dare un peso eccessivo a questi numeri. È ovvio che, perlomeno per un certo tipo di persone, l’età della pensione esiste. Io personalmente sono un uomo d’azione che ha bisogno di sentire il proprio corpo. La mia filosofia è: non smettere mai di sperimentare i propri limiti.

Come?
Non dicendomi per esempio: «Aha! Adesso è meglio che tu la smetta di metterti in sella alla bicicletta per valicare ogni volta tre passi di montagna». Io invece in sella mi ci metto e ci provo. E se poi, quando arrivo al terzo passo, non riesco a superarlo, allora avrò imparato la lezione e avrò capito dove sono i miei limiti. Ma li voglio scandagliare sempre, come se fosse la prima volta.

Poco fa ha detto: «L’età della pensione esiste, perlomeno per un certo tipo di persone». Si esclude dalla categoria?
In pensione ci vanno solo le persone che hanno smesso di lavorare. Ma io sono ancora attivo. Non ho mai considerato quel che faccio un vero e proprio lavoro.

I campionati mondali di sci di St. Moritz sono alle porte. Come se li aspetta?
Strepitosi. Molto però dipenderà dal tempo. E non mi riferisco solo alla neve o alla nebbia: anche una nuvoletta potrebbe influenzare gli esiti della gara. Ma non è una novità: la visibilità è sempre stata un fattore chiave nello sci alpino. L’ideale, a mio avviso, sarebbe disputare le gare in notturna, su piste illuminate da riflettori.

Ha già provato a proporlo alla Federazione internazionale sci?
L’idea era al vaglio per i Giochi Olimpici invernali del 2018 in Corea del Sud. Ma il Comitato olimpico internazionale ha espresso un parere negativo per l’incompatibilità con gli orari delle diverse discipline sportive: la programmazione doveva prevedere eventi diurni. Questo perché, a causa della differenza di fuso orario con il Nord America, il torneo di hockey su ghiaccio e altre gare sul ghiaccio si svolgono già la sera.

E nella Coppa del Mondo? È pensabile una discesa sul Lauberhorn o sulla pista della Streif in notturna?
Per quanto riguarda il Trofeo del Lauberhorn, nel quale anche il maestoso ambiente montano e il cielo azzurro fanno la loro parte, direi di no. A Kitzbühel, invece, dove questi elementi non sono essenziali, una discesa in notturna sarebbe possibile. Dal punto di vista sportivo le gare in notturna sarebbero più corrette. Al giorno d’oggi lo scarto tra un discesista e l’altro in termini di performance è così minimo che spesso è la visibilità a decretare una vittoria o una sconfitta.  

Troppi cambiamenti non rischiano di stravolgere lo sci?
Sono sempre stato uno di quelli che sosteneva che nella nostra disciplina le rivoluzioni non servono. Ma ritengo che alcuni cambiamenti abbiano la loro ragion d’essere. Nelle gare di Coppa del Mondo una novantina di atleti affrontano ogni volta la pista. Un numero elevato per i tempi di trasmissione a disposizione delle emittenti televisive. Mi chiedo allora perché non ridurre della metà il numero dei discesisti e raddoppiare l’ammontare del premio in denaro? Credo sia giunto il momento di pensarci. Prendiamo i giocatori di freccette, non voglio sminuirne la bravura, ma se penso che, per lanciare un piccolo dardo in una sala affollata di migliaia di fan un po’ alticci, un giocatore di freccette guadagni milioni, mentre uno sportivo che pratica una disciplina sciistica è spesso costretto a mettere addirittura a rischio la propria vita per offrire il massimo intrattenimento, mi chiedo dove sia il senso.

Non crede siano lamentele ingiustificate? Un professionista dello sci svizzero a livello nazionale, con le sponsorizzazioni arriva di sicuro attorno
ai 200mila franchi l’anno.
In una decina d’anni – è questa la durata media della carriera di un discesista – fanno circa due milioni di franchi netti. Ai quali però devono essere detratte tutte le spese necessarie allo sportivo per costruirsi una carriera. Nessuno ci è mai diventato ricco. Solo i fuoriclasse mondiali riescono a guadagnare fior di quattrini con lo sci. Ma prima di arrivare a quei livelli i genitori devono investire ogni anno tra i 25mila e i 35mila franchi.

Per la sessione fotografica, Bernhard Russi propone di spostarci al Chedi. L’area deposito sci è sfarzosa quasi quanto la lobby. Alla parete è appesa una foto in bianco e nero che ritrae Russi sugli sci. Russi non è il genere di persona che ama spiattellare le sue epiche imprese. Eppure, in questo caso fa un’eccezione e, indicando la foto, ci chiede. «Sapete dov’è stata scattata?».

A malincuore ci arrendiamo.
Ogni giornalista sportivo dovrebbe conoscere questa foto. Fu scattata in Val Gardena, nel 1970.

Adesso che lo dice ci ricordiamo: un oro in discesa libera.
La storia ha dell’incredibile se si pensa che dieci mesi prima era in ospedale. Fu un vero miracolo. Avevo appena finito il mio tirocinio di disegnatore quando ricevetti un’offerta unica: dovevo girare una scena della saga di James Bond scendendo dalla montagna sugli sci. Caddi e mi ruppi una vertebra cervicale e la mano. Restai in ospedale per tre mesi. Quando potei riprendere gli allenamenti mi vietarono di fare lo slalom. Forse fu proprio questo che mi fece diventare campione del mondo di discesa libera.

Lo sci come sport di massa è in crisi. Lo si nota anche dal calo di settimane bianche delle scuole.
Attenzione, sono due cose differenti: le statistiche confermano che negli ultimi quattro anni lo sci è stata la disciplina sportiva con la maggior crescita in Svizzera. Parallelamente è diminuito il numero d’iscrizioni alle settimane bianche organizzate dalle scuole. Un calo dovuto da un lato all’assenza di strutture ricettive e dall’altro al fatto che alcuni insegnanti non sono più disposti ad assumersi la responsabilità di portare a sciare i ragazzi. Le motivazioni sono comprensibili. Nel caso in cui un bambino si rompa una gamba, l’insegnante rischia di finire in tribunale. È ovvio allora che gli insegnanti si chiedano: «Ma chi me lo fa fare?».

Che fare quindi?
Ho fondato un movimento che esiste già da dieci anni e che si chiama “Snow For Free”. Abbiamo istituito un servizio che il mercoledì pomeriggio va a prendere a casa i bambini di sette grandi città della Svizzera e li porta gratuitamente nei comprensori sciistici. Con questa iniziativa sono riuscito a coinvolgere nell’attività sciistica più di 10mila ragazzini. Un quarto di loro non era mai stato sugli sci. E di questo quarto almeno la metà ha espresso il desiderio di ripetere l’esperienza la settimana successiva. Una volta “contagiati” dall’emozione della neve, i ragazzi non vedono l’ora di tornarci. Ovviamente lo sci non è uno sport economico, ma anche a livello internazionale è considerato lo sport per famiglie più apprezzato. 

Di che imprese crede sia capace Lara Gut alla Coppa del Mondo?
Credo che correrà per le medaglie in tutte le discipline tranne che nello slalom. Sa di avere ancora abbastanza chance per il podio anche se dovesse sfuggirle il successo in questa corsa. Per questo è più rilassata. Ma se devo scegliere una disciplina in cui probabilmente lei primeggerà, allora direi senz’altro il super G.

La conosciamo anche come testimonial pubblicitario. Che cosa pensa della sportiva ticinese fuori dalle piste?
La trovo cool, interessante e coerente. Non da ultimo apprezzo il suo humor. È ironica spesso e volentieri.

Che cosa la rende così forte sugli sci?
Lara dispone di condizioni atletiche ideali, ereditate dai genitori, che sono pure molto sportivi. È un talento naturale e possiede una fantastica padronanza nei movimenti. Per questo motivo brillerebbe sicuramente anche in altre discipline sportive. Mi piacerebbe che si rendessero le piste più impegnative in modo che mettano Lara Gut ancora più alla prova.

Foto: Mischa Christen; Keystone

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