«Noi, guardiani a 2.000 metri»

Ospitalità in quota: come si preparano le capanne alpine per l’arrivo degli escursionisti? Lo abbiamo chiesto a due custodi di rifugi. — ELISA PEDRAZZINI

«Cosa farò in ottobre? Non ne ho idea, per il momento mi godo questa sensazione di libertà». Diventare guardiana di una capanna è stato il suo sogno fin da bambina. Ora l’ha coronato. Simone Keller (37, nella foto d'apertura) è cresciuta a Winterthur e a 8 anni ha scoperto i rifugi di montagna: «Ero a Zermatt, guardavo con ammirazione gli studenti che trascorrevano l’estate sui monti, alternando lavoro e studio. Mia mamma mi convinse ad andare al liceo, dicendomi che in tal modo avrei avuto luglio e agosto “liberi” per fare la stessa cosa…» ricorda sorridendo. A 21 anni si è trasferita a Lugano, dove ha concluso gli studi in comunicazione sanitaria e si è occupata di statistiche fino ad un paio di settimane fa, quando ha lasciato definitamente il suo impiego fisso per salire in vetta: quest’anno sarà la custode della Capanna Adula UTOE (Unione Ticinesi Operai Escursionisti) a 2.392 metri d’altitudine.


Simone, guardiana della capanna Adula UTOE, e Net, il suo braccio destro.


Prima di salire in vetta

Situata al termine dell’idilliaca Val Carassina e a pochi passi dalla vetta più alta del Ticino, la cascina UTOE non ha un accesso stradale e i rifornimenti giungono via aerea. Così, poco prima dell’apertura ufficiale, vi è una giornata in cui si mobilitano fornitori, elicotteri e volontari per approvvigionare le dispense. Nelle scorse settimane, la pianificazione di questo appuntamento ha fatto perdere a Simone Keller qualche ora di sonno: «Si organizza tutta la merce in base al peso che può essere portato in un volo, gli orari della consegna merci, le persone che aiutano… e si spera che il meteo sia clemente. In giugno potrebbe ancora nevicare in alta quota e dovremmo rinviare tutto. Però lo faccio volentieri, non vedo l’ora di essere tra le montagne».



Grazie al volontariato
Malgrado qualche previsione poco rassicurante, il martedì prescelto per il carico delle scorte il sole splende. Alle sette del mattino una dozzina di amici e soci dell’UTOE Bellinzona riempiono i “sacchi elicottero” con la scorta di viveri a lunga scadenza appena recapitati, legna, frutta e verdura e qualche nuovo materasso. Una volta arrivati in altitudine, la spazzacamino pulisce e controlla ogni canna fumaria, gli altri si organizzano a gruppi per riporre scorte alimentari e bibite nello scantinato, accatastare la legna, pulire le zone in comune e risistemare i letti. «Le faccende da sbrigare sono tante e senza l’aiuto dei volontari non sarebbe possibile. Penso che molte capanne non potrebbero nemmeno aprire», afferma riconoscente Flavio Galusero, amministratore della baita di proprietà dell’UTOE Bellinzona, alle prese con il generatore. L’elettricità è ottenuta dai pannelli solari, un generatore performante garantisce la corrente quando l’energia solare è insufficiente. Simone, aiutata da Net e Giulia, lava i piatti a mano e cuoce quasi tutti i suoi manicaretti sulla stufa economica. «Non mi pesa, anzi. Abbiamo posto per 52 ospiti e anche quando siamo al completo servo una zuppa, un’insalata, un piatto forte e il dolce. Significano 200 piatti da lavare, ma mi piace curare la presentazione».


Dopo aver sistemato la legna, amici e volontari si rifocillano con un risotto e luganighetta.


La sera, quando i lavori più pesanti sono terminati, ci delizia con una zuppa di porri, patate e zenzero, seguita da polpette e riso, una delle sue specialità. «Cucinare per tante persone è questione di abitudine, tanto quanto aspettare qualche minuto in più prima di scolare il riso», ricorda assaggiandolo (sopra i 2.000 metri l’acqua bolle a 93 °C circa e pasta e affini impiegano di più a cuocere). Il suo banco di prova ai fornelli è stato la capanna Albagno (UTOE), sopra Monte Carasso: «Un’amica e io ci siamo messe a disposizione per offrire pasti caldi il fine set
timana: salivamo di venerdì e tornavamo in città la domenica. Poi, l’estate scorsa ho vinto il concorso per gestire questa capanna e ho preso un congedo dal lavoro d’ufficio. Sono stati tre mesi fortunatamente soleggiati, il che significa intensa attività e la soddisfazione di registrare molti pernottamenti, addirittura il 40% in più rispetto all’anno precedente – osserva –. Non ci siamo fermati fino a settembre, momento in cui finalmente abbiamo potuto approfittare per fare qualche passeggiata».


«Amare la montagna, ma non troppo»
Simone cammina volentieri in montagna e arrampica quando può, ma «per essere un bravo guardiano deve piacerti la montagna. Sì, ma non troppo. Perché quando tutti si infilano gli scarponi e imboccano il sentiero, tu ti rimbocchi le maniche e risistemi la sala e le stanze. Ciò che apprezzo di più di questo mestiere è cucinare e stare con la gente». Dopo il servizio, si ferma a chiacchierare con gli ospiti, anche se in genere gli alpinisti si coricano presto. «Gli svizzeri tedeschi solitamente sono più coscienziosi e, terminata la cena, hanno fretta di andare a dormire. I ticinesi si fermano qualche oretta in più», osserva divertita.



Giulia (sin.) e Simone riordinano le scorte. La dispensa è all’interno della capanna per evitare che i roditori riescano ad accedervi.

Da 23 anni al Tencia
La convivialità e la buona cucina sono i punti di forza anche della capanna Campo Tencia CAS (2.140 m s.l.m.), da 23 anni custodita da Franco Demarchi. Per lui l’apertura è un momento consolidato e, visto che anche d’inverno qualche volta sale a controllare che tutto sia a posto, il riassesto primaverile non è così impegnativo. «Dema», come lo chiamano gli amici alpinisti, è stato architetto di interni e, benché l’attività andasse a gonfie vele, le vette rocciose hanno avuto la meglio sul design. Perché proprio il Tencia? «Ho ricevuto offerte per altri rifugi, ma il Tencia è una vera capanna alpina: con camere da più persone e un’atmosfera famigliare. E, anche se con gli anni ho ridotto un pochino le ore di lavoro e quando salgo a piedi il mio zaino è meno pesante di vent’anni fa, difficilmente mi muoverei». Franco in passato ha gestito una struttura da 6.000 pernottamenti a stagione, ma ricorda «era come un albergo, mi mancava il contatto con le persone. Un guardiano trascorre praticamente tre mesi in cucina. Quella del Tencia, visto che ho potuto collaborare al progetto di ristrutturazione, l’ho ideata aperta sulla sala da pranzo e con una finestra sulle alpi». Lì, aiutato dalla moglie Franca e un paio di studenti, può curare i dettagli. «Uso moltissimi ingredienti freschi: l’unico prodotto in scatola sono i pomodori pelati. Per questo facciamo rifornimento ogni settimana. Prima di salire in vetta alcuni chiamano per chiedere cosa ci occorre, altri portano pane e un giornale, così possiamo leggere le notizie». Sia con Franco sia con Simone, emerge che le buone maniere “da escursionista” sono conosciute: tutti o quasi ricordano di prenotare (e disdire), di avere con sé  il sacco lenzuolo per dormire, di togliere gli scarponi all’entrata e non accendere la luce di notte per andare in bagno, svegliando i compagni di stanza.


Il cambio delle lenzuola è annuale, gli escursionisti dormono con il “sacco lenzuolo”.

Dimenticarsi delle comodità
Quella del guardiano di capanna, è una quotidianità scandita da arrivi e partenze e le necessità sono poche. «In montagna si vive in modo semplice, la doccia calda è un lusso che non ci si concede tutti i giorni» spiega Simone Keller. «Solo quando si torna in pianura ci si ricorda delle comodità che non si hanno in montagna, dell’uscire con gli amici a cena o visitare un museo. Ma mentre si è qui, non manca nulla». E anche noi, prima di tornare a valle, lanciamo un ultimo sguardo verso la montagna alla ricerca di una marmotta o uno stambecco, per avere la scusa di trattenerci ancora un istante in questa quiete. Lasciamo la capanna con un pizzico di malinconia, ri-
promettendoci di tornare in vetta al più presto.

Consigli per alpinisti alle prime armi

Cosa mettere nello zaino per raggiungere e trascorrere una notte in una capanna alpina? Oltre all’abbigliamento di base (maglietta, pullover caldo, pantaloni comodi, calze da montagna, scarponcini e giacca in microfibra), ecco cosa occorre.

Maglietta, intimo, calze da montagna e pantaloni di ricambio
Mantellina
Berretta e guanti
Occhiali da sole, cappellino e crema solare
Provviste e borraccia d’acqua
Coltellino tascabile
Sacchetto per i rifiuti
Fazzoletti di carta
Sacco lenzuolo
Torcia frontale
Set da viaggio con spazzolino, dentifricio, deodorante e piccolo asciugamano
Piccola farmacia (una per gruppo)
… Giornale, pane e/o frutta e verdura per il guardiano

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