Nag Arnoldi all’opera. È molto dedito al lavoro ma tesse anche l’elogio della pigrizia: «Se non hai nulla da fare, pensi».

«Non provo mai la noia»

Nag Arnoldi ha da sempre saputo che si sarebbe dedicato all’arte. Inizia dalla pittura e poi il passo verso la scultura. Oggi è tra gli artisi ticinesi più noti.

Ha una casa bellissima a Comano, arredata con gusto e piena d’arte. Nag Arnoldi, uno degli scultori ticinesi più quotati all’estero (si pensi che due anni fa le sue opere sono state esposte a Palazzo Reale a Milano, segno di grande riconoscimento), ha scoperto di voler fare arte da sempre: è praticamente nato con un pennello in mano. Disegnava, aveva idee e stimoli, e poi ancora disegnava: per questo lo disse subito al padre, il quale però non nutriva particolare fiducia nella possibilità del figlio di riuscire davvero a vivere di pittura. «Era un uomo concreto, lavorava alla direzione delle dogane: quando gli espressi il mio desiderio si mise le mani nei capelli e mi costrinse a imparare il mestiere da un tecnico-dentista suo amico. Ma non mi ha impedito di coltivare la mia passione». E invece il figlio ce l’ha fatta, a vivere di sola arte.

Ha iniziato dalla pittura, a Lugano, studiando con pittori come Filippo Boldini e Carlo Cotti, per poi iniziare a respirare l’aria internazionale con amicizie e contatti a Zurigo, Milano…: ma l’esperienza con la «e» maiuscola è quella in Messico, dove ha vissuto con la moglie per una ventina d’anni per metà dell’anno: lì ha conosciuto David Alfaro Siqueiros, il grande muralista messicano, e il confronto con quelle dimensioni grandi, quasi sconfinate, lo ha portato a fare il salto verso la scultura. «Non è che prima non mi affascinasse, è che i materiali sono costosi e ho dovuto aspettare un po’». Quel Messico gli è rimasto nel cuore, anche se da quattro anni non va più a causa della fatica del lungo viaggio: ma ha sempre amato profondamente anche la sua terra, il Ticino, che gli dà un senso di calore e di casa come nessun altro luogo al mondo.

«Generalmente lavoro per nuclei tematici – racconta, mostrandomi sul catalogo diverse serie, fra cui quella sui Minotauri, quella sulle tombe e quella sui guerrieri. «Sono affascinato dalla maschera, che portiamo tutti sempre per confrontarci con gli altri. Nel caso dei combattenti, quel che si nasconde è la fragilità: quello che volevo dire, lavorando su questo tema, è che l’uomo, al di là delle apparenze, è debole, molto debole». Di sé dice che non lavora per vivere, ma vive per lavorare: casa sua è un laboratorio di produzione continua. È sempre impegnato in progetti e nuove idee, ma fino a quando queste non hanno preso forma, non si sono concretizzate, tiene la bocca chiusa con tutti, per una forma di scaramnazia e rispetto per il suo lavoro: solo la moglie è a conoscenza delle opere in cantiere. E la consorte, con cui è sposato da sessantadue anni, ogni tanto gli boccia alcuni progetti. «All’inizio mi arrabbio e non la sto a sentire: continuo quel che stavo facendo. Ma poi, devo ammettere, mi rendo conto che aveva ragione lei. E quando una cosa non funziona, la rifaccio del tutto». Per quattro mesi all’anno,  stacca e va a Minorca per ossigenare il cervello. «Sa, un’opera nasce in testa, da un’idea, e per un piccolo periodo è giusto farla riposare, la mente».

Tra i suoi miti del passato, spiccano Picasso, per la pittura, un vero e proprio padre, e Rodin. Invece l’arte contemporanea la capisce poco, gli sta un po’ stretta. «È strana, sento che non mi appartiene come linguaggio. Un artista che inizia oggi, giustamente, parte dall’arte povera, da Mario Merz per intenderci. Io invece sono uno scultore vecchio». Viene spontaneo chiedergli se non si senta un po’ marginalizzato dai grandi flussi: dalla contemporaneità. Perché dalle sue sculture, a quelle di Cattelan, per esempio, ce ne passa eccome. «No, a dire il vero no. Non sento la necessità di appartenere a un mondo; non è che i pittori del Novecento abbiano spazzato via quelli dell’Ottocento. Io sono legato molto al figurativo, perché la mia è un’arte espressionistica».

Che cosa fa nel tempo libero Nag Arnoldi? Legge, legge molto: ha per esempio una passione per i libri di Garcia Marquez. Fa qualche passeggiata. Nonostante la dedizione al lavoro, di se stesso mette in luce, come caratteristica primaria, la pigrizia. «È un pregio, perché se non hai nulla da fare, pensi». Non ama la musica, a cui preferisce di gran lunga il silenzio.

Oltre al bellissimo rapporto con la moglie, cui è legato molto e che lo aiuta anche nella gestione delle cose pratiche, mi parla del legame forte con la figlia, che vive a Barcellona e fa la fotografa. «Anche lei ha un animo artistico, e questo ci permette di confrontarci e di parlare un linguaggio simile». Tiene molto agli amici, con cui organizza cene e serate per parlare e divertirsi. Non è legato al passato. «Ormai, appunto, è passato: io guardo sempre al futuro e ho ancora molti progetti in cantiere, tante di quelle idee: per questo non provo mai la noia. Non so cosa sia». Ha un carattere coriaceo, se si mette in testa di fare una cosa, la fa. È caparbio: del resto per riuscire a fare quel che ha fatto, e con questi risultati, ci vuole fiducia in se stessi e determinazione.

«Se studi da medico, alla fine eserciti la tua professione, anche se non sei un fuoriclasse. Invece un artista o emerge o non lavora». Lui ce l’ha fatta. Come? «Guardi, glielo devo dire: non lo so proprio. È andata così». Le sue opere, nel frattempo, parlano e sembrano fiere di essere al mondo, di esistere.

«

Guardo sempre al futuro e ho ancora molti progetti in cantiere»

In pillole

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Nag Arnoldi è nato a Locarno nel 1928.
Si è formato artisticamente nella Lugano degli anni Cinquanta, frequentando gli studi di pittori quali Filippo Boldini, Carlo Cotti e Antonio e Mario Chiattone. Inizia dalla ceramica per passare in seguito alla pittura. Nel 1960 si aggiudica la realizzazione della fontana a Piazza Indipendenza a Lugano.  
Nel 1963 espone in Messico, invitato al Museo d’Arte Moderna di Città del Messico: rimane talmente affascinato da quel Paese da soggiornarci, per metà dell’anno, fino a quattro anni fa.
L’incontro con il grande artista di murales,
David Alfaro Siqueiros, gli permette di mettere a fuoco il suo percorso e di spostare definitivamente la sua attenzione verso la scultura, che meglio gli permetteva di affrontare le dimensioni grandi e eroiche dell’esistenza. Nei successivi vent’anni espone nei Musei e nelle Gallerie di tutto il mondo.
La sua mostra a Palazzo Reale a Milano, nel 2011, è il coronamento di una lunga carriera, che lo vede come uno fra gli artisti svizzeri più riconosciuti a livello internazionale.

Arnoldi su Wikipedia

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Testi: Laura Di Corcia

Foto: Annick Romanski

Pubblicazione:
lunedì 11.11.2013, ore 14:57


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