Christian Costantin, 60 anni, presiede dal 2003 il F.C. Sion, con il quale ha vinto un campionato e sette coppe svizzere. (Foto: Sandro Mahler)

«Non sono così cattivo come pensate»

È il mangia allenatori per eccellenza del calcio svizzero. Christian Constantin, presidente del Sion, si racconta alla vigilia di un nuovo campionato. — PATRICK MANCINI

È l’uomo più esplosivo e imprevedibile del calcio svizzero. Il suo Sion, da quando lui è presidente, ha cambiato come minimo due allenatori a stagione. Personaggio vulcanico e dalla forte personalità, Christian Constantin fa parlare di sé in tutti i modi. Dalle battaglie contro il “sistema” alle sfuriate sui media. L’architetto vallesano ci apre le porte del suo studio, a Martigny. E, alla vigilia del nuovo campionato di Super League, si racconta.

Signor Constantin, ci spiega, in due parole, cosa significa essere il presidente di una squadra come il Sion?

La principale preoccupazione di un presidente è il budget. Tutti pensano che i soldi, in questo ambito, piovano dal cielo. Ogni giorno penso a come fare quadrare i conti al meglio. Dirigere il Sion significa anche rappresentare una regione. Nel 2003 ho salvato il club dal fallimento. Penso che la gente questo non lo dimentichi.

Al gran gala della società  lei si è esibito più volte come cantante. Si ritiene un uomo che cerca i riflettori a tutti i costi?
Il nostro gala attira 8.000 tifosi. È tra i più importanti del mondo e ha lo scopo di fare entrare nelle nostre casse oltre un milione di franchi. È chiaro che per attirare la gente bisogna fare qualcosa di speciale. Io mi metto semplicemente in gioco.

Lei è un imprenditore di fama internazionale. Come è riuscito a farsi strada nel suo mestiere?
A quattro anni ero già sui cantieri, con mio padre. Lui oggi ha 85 anni e lavora ancora la pietra. Ha sempre lavorato duramente. E io ho preso la sua stessa malattia. Ho creato tutto da zero, partendo come semplice disegnatore. Lo stabile in cui ci troviamo l’ho acquistato da Gianni Agnelli. Oggi raggruppa il mio studio, la sede del Sion e anche un hotel e un ristorante di mia proprietà.

Il suo albergo si chiama La porte d’Octodure. Perché?
Octodure è il nome romano di Martigny. Il nostro è un centro fantastico. E a pochi metri c’è il campo di allenamento del Sion. Voglio avere tutto sotto controllo.

A proposito di Gianni Agnelli, lei è un grande tifoso della Juventus. Conferma?

Sì. Ogni tanto prendo il mio aereo privato e vado a Torino a vedere i bianconeri.Volo spesso. Ho due piloti. Mi capita di venire anche in Ticino in aereo. Ci metto un quarto d’ora.


Nella stagione 1979-1980 lei ha vestito la maglia del Lugano, come portiere. Che ricordi ha della Svizzera italiana?
Abitavo con Ottmar Hitzfeld a Paradiso, in un edificio di Via Collina d’oro. Per noi vallesani Lugano era una piccola Rio de Janeiro.

A Lugano oggi lei non gode di tante simpatie. La accusano di avere saccheggiato la squadra di Angelo Renzetti.

La dirigenza del Lugano avrebbe dovuto mettere in chiaro certe cose sin da subito, al posto di darle per scontate. Soprattutto con l’allenatore Paolo Tramezzani.

Ora Tramezzani è il vostro tecnico. Lei ha la fama di mangia allenatori…

A Tramezzani ho proposto un contratto di due anni. Non lo faccio con chiunque. Ho grande fiducia in lui. Perché è un tipo ambizioso. La sua fame mi ricorda Capello e Conte.

Da quando lei è presidente, il Sion cambia allenatore ogni 4-5 mesi. Ci spiega come fa a comunicare l’esonero ai diretti interessati?

A inizio stagione si fissano gli obiettivi con il tecnico. Se qualche mese più tardi i risultati non ci sono, mi faccio avanti, gli chiedo cosa stia succedendo. Spesso è l’allenatore a dirmi che non ce la fa. Io non mi sono mai scontrato con i miei tecnici al momento dell’esonero. Solo con Gilbert Gress ho avuto qualche problemino. Molti sono anche ritornati al Sion. E hanno lavorato a più riprese per me.
I miei licenziamenti non rappresentano una bocciatura assoluta.

Non le sembra di sprecare soldi a volte?

No. Si trovano sempre dei compromessi. Quando un allenatore è toccato nella fierezza, è lui stesso a proporre una via di mezzo.

Al Sion, per un breve periodo, ha allenato anche Vladimir Petkovic.

Poi la Lazio, con una grande offerta, ce lo portò via. Nel calcio funziona così, occorre farsene una ragione. Io ho una stima infinita per Petkovic. La sua nazionale svizzera mi entusiasma.

Tra qualche giorno parte un nuovo campionato. Qualcuno sarà in grado di fermare il Basilea?

Servirebbe un exploit di un’altra squadra. È dura. Il Sion? Rappresentiamo una città di 30.000 abitanti e un cantone di 335.000. È già un miracolo quello che facciamo. Detto ciò, io ci credo sempre.

La Super League a 10 squadre ad alcuni risulta monotona. È ora di cambiare?

Abbiamo provato un sacco di formule. Invano. La realtà è che a rendere veramente attrattivo un campionato sono le sfide tra le squadre. Se le squadre non sono abbastanza interessanti, ci si annoia.

In Challenge League la situazione è disastrosa. Ogni anno una squadra fallisce o si ritira. Come se ne esce?

La serie B rappresenta un problema anche in altri Paesi. In Svizzera bisognerebbe studiare un concetto più regionale. Con più squadre suddivise in due gruppi.

In passato lei ha offerto la raclette ai tifosi ospiti del Tourbillon. Perché oggi non lo fa più?

L’idea era quella di creare un clima sereno allo stadio. Alcune tifoserie, in particolare quelle provenienti dalle grandi città, non l’hanno capito. C’è gente che va alla partita solo per creare problemi. Purtroppo le sanzioni per gli ultras violenti non sono ancora abbastanza severe.

Nel 2011 lei fu protagonista di un’intensa battaglia con i vertici del calcio internazionale a causa di alcuni giocatori che non potevano essere schierati. Come ha vissuto quel periodo?

Come un gioco. Il Sion fu penalizzato di 36 punti. Blatter e Platini si comportarono malissimo. Io sono stato il primo a denunciare i loro affari. Non ho paura di niente.

Davvero non ha paura di niente?

Temo una sola cosa. E cioè che accada qualcosa di brutto ai miei cari. Il resto è relativo.

Come va il progetto legato al Matterhorn Center, ad Abu Dhabi?

Si tratta di un lussuoso complesso con stadio annesso. Per la sua conformazione, dovrebbe ricordare il Cervino. L’idea era quella di averla pronta per il 2022, anno dei mondiali in Qatar. Ma da quelle parti la situazione geopolitica è tesa. Non so come andrà a finire. Non fa niente. Ho tanti altri progetti.

Restiamo nel campo del lusso. Che rapporto ha con il benessere?

Ho molti beni immobiliari. E mi concedo qualche sfizio, ad esempio guidando una Ferrari. La cosa più preziosa che ho, comunque, è il tempo. Io adoro guadagnare tempo. Contrariamente a quanto sembra, non sono un impulsivo. Ho bisogno di tempo per riflettere, per pensare alle strategie migliori.

Con chi prende le decisioni più importanti?

Da solo. Il miglior consiglio di amministrazione è composto da un numero dispari di persone inferiore al 3.

Deve essere complicato avere a che fare con lei. Sbaglio?

Chieda alla mia segretaria. Poteva andare in pensione e non ha voluto farlo, per continuare a lavorare con me. Non sono così cattivo

Christian Constantin nasce il 7 gennaio del 1957 ad Ayent, in Vallese. Architetto e promotore immobiliare, è presidente del Sion dal 2003. Aveva già diretto il club tra il 1992 e il 1997. In passato è stato calciatore semi professionista, nel ruolo di portiere. Ha vestito, tra le altre, le maglie di Neuchâtel Xamax e Lugano. Da presidente del Sion ha vinto un campionato e sette volte la Coppa Svizzera. Ha tre figli, due femmine e un maschio, Barthélémy, dirigente della società vallesana.


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