Mine Conti-Fujiwara: «Gli svizzeri furono tra i primi stranieri che arrivarono in Giappone».

«Per i giapponesi,
la Svizzera è un sogno»

La presidente del Camelia club giapponese in Ticino, si esprime sul 150° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Giappone e Svizzera.

Cooperazione: Il 6 febbraio 1864 fu stipulato il primo accordo commerciale tra Svizzera e Giappone. Perché il Camelia club giapponese con sede a Lugano festeggia questo evento?
Mine Conti-Fujiwara: È un evento molto importante per la relazione fra i due paesi. Per questa ragione l’ambasciata giapponese a Berna ha scritto a tutte le associazioni giapponesi in Svizzera di organizzare degli eventi per l’occasione. È quello che abbiamo fatto.

Che programma avete sviluppato?
Si tratta di un programma molto ricco che comincia il 27 febbraio con una serata al Cinema Lux di Massagno. In collaborazione con il Consolato giapponese a Ginevra verrà presentato il film «Negativ-Nothing Step by step for Japan». Poi seguono altri film e diversi concerti fino alla fine di ottobre.

Ritorniamo 150 anni indietro. Cosa si sa su questi inizi delle relazioni commerciali?
Ai tempi, la Svizzera non voleva perdere l’occasione di conquistare un accesso al nuovo mercato giapponese che si stava aprendo all’estero. Tuttavia in Giappone il governo di Edo, intrappolato fra le pressioni degli stati stranieri e il movimento anti-stranieri giapponese, rinviava continuamente le trattative. In un clima di estrema instabilità politica la delegazione svizzera che era arrivata in Giappone nel 1863 dovette quindi aspettare non poco tempo per concludere il trattato – esattamente dieci mesi.

In realtà non si trattava del primo tentativo di relazionarsi col Giappone…
È vero. Prima di questa delegazione, nel 1859 il prussiano Rudolf Lindau era stato inviato in Giappone dall’associazione orologiera svizzera per sondare le possibilità di concludere un trattato, ma purtroppo senza esito.

Chi faceva parte della delegazione svizzera del 1863?
Aimè Humbert, allora direttore generale dell’associazione orologiera ed ex Consigliere agli Stati, era il capo-delegazione. Tra gli altri cinque membri, c’erano James Favre-Brandt, Casper Brennwald ed Eduard Bavier, che in seguito fondarono ciascuno una propria impresa.

Ma solo il 6 febbraio 1864 fu stipulato il primo accordo commerciale tra Svizzera e Giappone. Perché ci volle tanto tempo?
Si trattava di un periodo nel quale il Giappone stava vivendo un grande cambiamento di società – da una società feudale a una società moderna. C’erano tante lotte e tanta gente era ostile agli stranieri. L’apertura era molto lenta. Gli svizzeri furono fra i primi stranieri che arrivarono.

Che interesse avevano gli svizzeri per il Giappone?
L’interesse era soprattutto per l’industria orologiera, che era affascinata dalla possibilità di esportare a buone condizioni orologi svizzeri nel paese del Sol levante. Più in generale, la Svizzera era interessata prevalentemente all’importazione di seta grezza.

Questi interessi si possono collegare direttamente coi rappresentanti della delegazione svizzera?
Certamente: dopo la firma del trattato, quattro dei sei membri sono rimasti in Giappone, o vi sono ritornati per fondare delle imprese a Yokohama. Ad esempio la società Bavier che esportava la seta grezza dal Giappone verso l’Europa, in particolare la Francia. Tra i suoi clienti figurava anche la famosa ditta francese Hermès. Dopo il disastro del grande sisma di Kantô nel 1923, Eduard Bavier tornò in patria e cedette la sua azienda a una ditta francese, che continuò fino al 1981.

E gli altri?
James Favre-Brandt, ad esempio, vendette con la sua ditta armi ai feudatari che volevano riarmarsi. Inoltre esportava orologi e macchinari in Giappone ed inviò dei giapponesi alla scuola orologiera in Svizzera, contribuendo così alla nascita dell’industria orologiera nipponica.

Favre-Brandt è entrato addirittura a far parte della letteratura giapponese…
È vero, si tratta del romanzo storico «Tôge» di Ryôtarô Shiba, pubblicato nel 1968; descrive l’eroe Kawai Tsughinosuke del feudo di Nagaoka. Proprio Tsughinosuke aveva
deciso di trasformare il feudo in uno stato indipendente e neutrale secondo l’esempio della Svizzera, come aveva imparato da Favre-Brandt. Ma questa idea rimase un sogno.

Veniamo al presente. Com’è cambiato il rapporto commerciale fra i due paesi?
È interessante vedere che l’esportazione di orologi dalla Svizzera in Giappone è sempre importante, con una percentuale del 16 per cento su un volume di esportazioni che raggiunge 7 miliardi di franchi. Molto più importante è oggi l’esportazione di farmaci, con una percentuale del 41 per cento. Viceversa il Giappone fornisce merci per 4,2 miliardi di franchi in Svizzera, con le automobili a fare la parte del leone.

Il Giappone ha fatto parlare di sé in tutto il mondo per lo tsunami e l’incidente nucleare di Fukushima nel 2011. Però sembra quasi dimenticato. È un bene oppure un male?
Secondo me è un male. Perché questa storia non è finita per niente. La situazione a Fukushima è ancora molto grave, non è per niente sotto controllo.

Quanto è presente questo evento nella società nipponica di oggi?
La mia impressione è che il Giappone sia diviso su questo. C’è una metà della società che soffre ancora e vorrebbe approfondire il tema. Poi c’è l’altra metà che vuole dimenticare e guardare soprattutto in avanti verso il futuro, pensando piuttosto alle Olimpiadi di Tokio del 2020.

Di quale immagine gode la Svizzera in Giappone?
Di un’immagine molto positiva. Tanti giapponesi vedono la Svizzera come un paese da sogno, un paese ideale. Proprio per questo motivo, tanti giapponesi fanno un viaggio in Svizzera, anche ripetutamente, oppure hanno l’intenzione di farlo. L’immagine è collegata anche fortemente alla sua neutralità, che si collega a sua volta con la pace.

Come si spiega questa simpatia?
Dopo la seconda guerra mondiale, i giapponesi hanno avuto «la Costituzione della pace» su pressione dei Stati Uniti, con la rinuncia a qualsiasi forma di guerra. La maggioranza del popolo nipponico, sollevato dalla sofferenza della guerra, era entusiasta dell’idea della pace. E l’immagine della Svizzera, paese realmente pacifico, rappresentava per il popolo nipponico un incoraggiamento.

Col vostro club giapponese date un contributo per le buone relazioni fra i due paesi. In che modo?
Lavoriamo proprio su un interscambio culturale. L’interesse per il Giappone è alto. In Ticino vivono circa 200 giapponesi, il nostro club ha solo 100 soci, ma la metà sono ticinesi che si interessano per la cultura giapponese. Va detto che del nostro club fanno parte tante coppie bi-culturali, ticinesi-giapponesi.

C’è anche interesse da parte delle giovani generazioni?
L’interesse per la cultura – e la cucina giapponese – sicuramente c’è; forse un po’ meno per il nostro Club. Pensiamo ad esempio al Festival Japan Matsuri che si svolge il 5 e 6 aprile di quest’anno per la terza volta a Bellinzona. È un successo enorme.

Come spiega questo interesse?
L’interesse della gioventù e molto legato ad esempio ai fumetti giapponesi, come i Manga e i videogiochi. È un vero cult. Vedono come vivono e mangiano le famiglie giapponesi.

Mine Conti-Fujiwara

http://www.cooperazione.ch/_Per+i+giapponesi_+la+Svizzera+e+un+sogno_ «Per i giapponesi, la Svizzera è un sogno»

Mine Conti-Fujiwara, classe 1953 e madre di tre figli, è cresciuta a Tokio. Il nome Mine in giapponese vuol dire «Bella musica». È  sposata con un ticinese e da 30 anni vive nel Luganese. È presidente del Camelia club giap­ponese, fondato nel 2003. Questa associazione ha partecipato all’organizzazione di vari eventi in occasione del 150° anniversario delle relazioni diplomatiche Svizzera-Giappone. La prima di queste sarà la «Serata Cinema» al Cinema Lux di Massagno, con la proiezone del film «Negativ-Nothing. Step by step for Japan» dei registri svizzeri Jan Knüsel e Stephan Knüsel.

Altre informazioni sul programma al sito: http://cameliaclub.blogspot.ch

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Testo: Gerhard Lob

Foto: Annick Romanski

Pubblicazione:
lunedì 17.02.2014, ore 14:05


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