Fabrizio Macchi ha combattuto per anni contro il cancro. Ha perso un polmone e una gamba, ma non l’ottimismo e la determinazione. 

«Più forte del male»

È la voglia di felicità che ha permesso a Fabrizio Macchi di combattare contro la sorte diventando uno sportivo di calibro mondiale.

Mi allontanai a piedi verso casa mia – ancora impressionata da quella che si era trasformata in un’inattesa lezione di vita –, e mentre un’emozione ancora indescrivibile si faceva giorno, sentivo come ogni passo che muovevo mi separasse da quell’uscio che avevo varcato solo qualche minuto prima... Sentivo la distanza che s’intrometteva tra me e quell’oasi di felice serenità che avevo respirato quel mercoledì mattina durante l’incontro a casa di Fabrizio Macchi, campione iridato di ciclismo. Era un benessere che ammobiliava l’intero soggiorno e che aveva inizio dal suo sorriso, che lo illuminava, e che si rifletteva a sul suo viso vispo e avido di gioia.

«Sono un uomo felice, sono un uomo fortunato...» queste le parole che andava ripetendo e che risentivo proprio in quell’istante eccheggiare mentre decidevo di prendere posto sull’autopostale assieme ai bimbi della scuola dell’infanzia, che il mercoledì rincasano a pranzo. Sistemandomi dietro l’autista che nel frattempo aveva acconsentito a suonare il clacson per la gioia dei piccoli utenti, constatavo quanto poco bastasse per essere felici. E guardando quei visetti allegri, mi chiedevo chi tra loro sarebbe stato capace di custodire questa spontanea, tenera leggerezza negli anni. E involontariamente il mio pensiero si rifocalizzò su Fabrizio, la cui contentezza mi era sembrata intatta nonostante la vita l’avesse lasciato senza una gamba, senza un polmone e senza padre, ancor prima che qualcuno potesse chiamarlo nonno.

Introducendo la mano nella mia borsetta estrassi il libro dal titolo «Più forte del male» (Piemme, 2007). «L’ho scritto con un amico giornalista, ci abbiamo impiegato una settimana ed è stato una bellissima esperienza... mi scusi un secondo». Vibra l’iPhone, pausa forzata. «Pronto? Ciao! ...Sì, funziona..., sì, collaborerò con un videomaker del Mendrisiotto..., sì tutto a posto, grazie! Ora sono occupato con una giornalista, ma con piacere ti chiamo per fissare un incontro. Ciao!»

Una volta appeso, mi spiega che conduce una rubrica televisiva incentrata sullo sport e la disabilità nell’ambito della trasmissione Sport non Stop nel pomeriggio domenicale di Rsi La2. «Ma ritornando al libro, l’ho scritto quando è nato Thomas, il mio primogenito, pensavo fosse una cosa carina e intelligente raccontargli la mia storia nero su bianco e poi, ho pensato che potesse essere importante pure per delle persone in difficoltà, per coloro che volessero trarne spunto o per una semplice riflessione». Nel frattempo la vita ha regalato un secondogenito a Fabrizio. «Thomas e Mattia sono la mia gioia, hanno il temperamento che avevo  quando ero piccolo e, grazie al cielo, stanno bene...».


«

Il cancro resta un nemico anche se ci ho convissuto per anni. Oggi mi sembra d’averla spuntata»

Prima che l’autopostale giungesse a destinazione, riuscii a leggere un paragrafo. Fabrizio vi parlava con tanta enfasi dell’ultimo suo salto a pié pari. «Il cancro? Resta un nemico anche se ci ho convissuto per parecchi anni, oggi mi sembra di averla spuntata!». Una battaglia in cui Fabrizio ha lasciato la gamba sinistra e il polmone destro. Dazio del tumore osseo al ginocchio. Il polmone rimasto soffre però d’asma! Quest’anno si è omesso di segnalare alle autorità medico-sportive l’assunzione di un prodotto antiasmatico e così Fabrizio risultò positivo nel corso di un’analisi doping», poi il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) ha provveduto alla segnalazione e tutto è rientrato nell’ordine. «Sono infatti sottoposto ai controlli dell’UCI (Unione Ciclistica Internazionale, ndr) e devo quindi essere reperibile 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. Ciò mi sta bene perché tra le noie che questa misura comporta, mi sento trattato né più né meno come gli altri ciclisti con due gambe!».

Sono passati diversi giorni, dall’incontro con Fabrizio, nel frattempo ho terminato di leggere la sua autobiografia, pagine che a volte ho girato a fatica tanto erano impregnate di una pesante sofferenza, e tuttavia la sola cosa che conservo intatta del nostro incontro è quel sorriso felice, quell’ottimismo combattivo e positivo capace di farti vedere il sole anche quando piove. «Penso che queste qualità le ho sempre avute e il cancro mi ha dato la possibilità di apprezzarle con occhi diversi». Ovvero saper vedere, dietro le numerose sfide, le opportunità come quella di aver fatto d’apripista ad Alberto Tomba ai Campionati del Mondo al Sestrière.

Vincitore inoltre di 12 medaglie mondiali di cui 2 d’oro e con un podio olimpico (Atene, 2008) al suo attivo, Fabrizio ha ritoccato a tre riprese il record del mondo dell’ora stabilendolo a 45,870 km. Campione italiano di specialità che vanno dal cannottaggio all’atletica leggera, ha vinto per ben tre volte la maratona di New York; motivatore aziendale, oratore nelle scuole, veicolo pubblicitario, giornalista per la Gazzetta dello Sport, presentatore tv, e testimonial delle campagne per la lotta contro il cancro, Fabrizio Macchi scende in campo ogni volta con una rinnovata gioia d’essere al mondo, che è più forte di ogni male e che fa di lui una persona ricca di carisma.

In pillole

Ciclista paralimpico italiano, oggi citta-dino svizzero, vive ad Arzo dove, con la moglie Patrizia cresce i figlioletti Thomas e Mattia . «In Svizzera ci venivo a fare il pieno dell’auto con papà quando ero piccolo. Amavo l’ordine e la cordialità della sua gente, mai avrei pensato di fondarvi una famiglia» racconta il 43enne che dopo aver esercitato per quattro anni il lavoro del fisioterapista è oggi uno sportivo di punta. «La prima volta che ho raccontato la mia storia per lavoro ho cercato di avere quel distacco che si ha parlando di una vicenda altrui, mi pareva surreale e faticavo a crederci». Amante della pizza senza pomodoro e della pasta semplice, si concede, dieta permettendo, il tiramisù. Il suo motto è «nulla è impossibile». Ci consiglia la lettura di «Open» di André Agassi (Einaudi, 2011), mentre la sua autobiografia s’intitola «Più forte del male» (Piemme, 2007).




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Testo: Elisabeth Alli

Foto: Annick Romanski

Pubblicazione:
lunedì 09.12.2013, ore 14:24


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